Decima lezione – Il finale

Partiamo dicendo che, come si usa dire di coloro che colgono le occasioni che si trovano al momento giusto nel posto giusto, ecco, un buon finale è quello che chiude la nostra storia al momento giusto e nel modo giusto.

Un buon finale è strettamente connesso al tipo di storia che stiamo narrando, perciò è molto difficile parlare di finale in senso generico.

Possiamo però tentare in questa breve lezione di individuarne alcune caratteristiche.

Iniziamo col dire che scrivere un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio e che esistono diversi tipi di finale a seconda della storia che stiamo scrivendo.

Una tipologia usuale di finali, per esempio, riguarda quelli che al termine della storia ristabiliscono un equilibrio e cioè una normalità che era stata in qualche modo interrotta.

Un atto che crea disordine nella realtà quotidiana, è la rottura di un equilibrio che deve essere ristabilito, questa tipologia di finali ripristina, appunto, equilibrio e ordine dopo le varie peripezie vissute dai nostri personaggi.

Possiamo avere un finale in cui la natura o la situazione dei personaggi vengono in qualche modo migliorate rispetto all’inizio della storia, oppure, viceversa, peggiorate e quindi: finali con un andamento evolutivo oppure con un andamento involutivo.

Comunque, in un caso o nell’altro, il finale prescelto deve contenere un forte significato che doni senso al nostro testo nella sua totalità, che in qualche modo magnifichi e rafforzi il contenuto della nostra storia.

E’ importante sottolineare che nell’infinita varietà di storie possibili non è obbligatorio che un finale sia una chiara e limpida soluzione della situazione della nostra storia, né che le parole finali debbano tradursi in una conclusione fatta e finita.

Ci sono, infatti, molti scrittori che preferiscono finire le loro storie con i puntini di sospensione invece che con un punto.

Si possono, infatti, avere dei finali aperti, dove le storie volutamente sono prive di una conclusione nel senso tradizionale del termine, oppure dei finali chiusi, dove, invece, viceversa, la conclusione è chiara e netta.

Nei finali aperti si tende a terminare la storia, appunto, senza una conclusione vera e propria e si lascia il lettore nell’incertezza, perché il senso della narrazione appare incompiuto o indefinibile.

Nei finali chiusi invece il conflitto della nostra situazione viene risolto oppure non risolto ma tutto in modo chiaro e definitivo.

Vediamo adesso un’altra distinzione importante.

Sia i finali chiusi che quelli aperti possono essere o “lineari” oppure “circolari”,

 FINALE LINEARE: la storia si muove in avanti e raggiunge il climax (momento di massima tensione) in un punto lontano da quello in cui è iniziata, quindi, in qualche modo, si può dire che dall’inizio alla fine della storia c’è spazio, c’è distanza

 FINALE CIRCOLARE: la storia curva su se stessa e termina esattamente nel punto dov’era iniziata, in un luogo simile o strettamente legato a quello originario.

In sintesi:

 il finale lineare è consigliabile se si preferisce realizzare un crescendo che punta ad un climax emozionante, dirompente e risolutivo.

 Mentre se il nostro intento è quello di una soluzione più riflessiva e sfumata e cioè meno esplosiva e concitata, è meglio puntare sul finale circolare.

Ci preme, per correttezza, ribadire che ogni storia deve avere il suo preciso, specifico finale.

Detto questo, possiamo affermare che nel finale lineare l’azione si arresta dopo il climax e non rimangono nodi da sciogliere, mentre nel finale circolare si fissa maggiormente l’attenzione sui contrasti, per esempio: tra passato e presente, mostrando cambiamenti sopravvenuti nei personaggi attraverso il confronto di luoghi, situazioni o atteggiamenti.

In questo caso, si possono rimandare al dénouement (conclusione) gli eventuali nodi ancora da sciogliere, evitando comunque troppe esitazioni o di tirarla troppo per le lunghe.

Comunque, anche questo è relativo, perché va visto di storia in storia. Per esempio, ci sono anche delle storie dove lo scioglimento consiste proprio nel non sciogliere i nodi.

Sì, ne siamo consapevoli, adesso ci sarebbe bisogno di alcuni esempi pratici, concreti, per capire quello che stiamo trattando teoricamente, però sapete anche che queste sono piccole lezioni introduttive e che la loro funzione è esclusivamente quella di introdurvi agli argomenti della scrittura creativa, quindi se volete approfondire lo farete in seguito, seguendo alcuni piccoli racconti che posteremo nel tempo.

Infatti, l’obiettivo di questi nostri veloci assaggi è stato quello di rendervi consapevoli, che se in futuro volete scrivere un romanzo o un racconto senza disperdere troppo tempo ed energie, sarà molto saggio da parte vostra procurarvi gli strumenti e le tecniche per farlo bene fin da subito, ma se pazienterete proveremo a illuminarvi con altri “saggi” narrativi.

Tornando al nostro finale, quello che è fondamentale è il seguente: al di là del finale prescelto, il nostro finale deve dare un senso all’esperienza di lettura del testo, alla sua conclusione, e cioè: deve dare un’impronta e una chiave di lettura a tutto ciò che lo precede.

Ma desideriamo spiegarvi con maggior precisione:

il finale deve offrire un punto di vista che sovrasta la storia, cioè un punto di vista da cui tutti gli elementi precedenti possano essere colti in retrospettiva come parti significative di un insieme.

Tutto ciò vale anche quando lo scopo dell’autore è proprio di illustrare l’impossibilità di creare un insieme significativo.

Concludiamo illustrando alcuni errori di evitare:

  1. chiudere troppo in fretta la storia;

  2. prolungare troppo la chiusura della nostra storia.

Riguardo al chiuderla troppo in fretta, potrebbe capitare che un finale precipitoso può distruggere una buona trama, e una buona narrazione. Infatti, se si cerca di arrivare in modo superficiale e troppo velocemente al finale, magari tramite un qualche strabiliante effetto che vuol sorprendere il lettore, questo tipo di finale lascerà insoddisfatto il nostro lettore, perché avvertirà di trovarsi davanti ad un’opera realizzata frettolosamente e, nella maggioranza dei casi, si sentirà anche preso in giro.

Al contrario: prolungare troppo la chiusura, può annoiare a morte il nostro lettore, e dargli l’impressione che l’autore non sappia bene come concludere la sua storia, che in qualche modo sia incerto, indeciso e per questo motivo gli stia sottoponendo una lunga serie di noiosi riempitivi e digressioni.

Un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio, e il famoso aforisma “il tutto è maggiore della somma delle parti” è proprio il suggerimento ideale da tenere presente per poter scrivere un finale efficace e significativo.

Un buon finale deve offrire un punto di vista più alto da cui guardare la storia, e cioè: un punto di vista da cui tutti gli elementi utilizzati per creare il racconto possano essere colti come parti preziose insostituibili di un insieme, di un unico cerchio che con il finale ha avuto appunto la sua quadratura.

Il nostro consiglio, dopo aver seguito queste dieci lezioni, è quello di cominciare a scrivere le vostre storie, fare tesoro di queste “basi” da noi illustrate, e continuare a seguirci.

Per nessuna parte di un romanzo dovrebbe esserci un senso di inevitabilità più forte che per il suo finale, qualunque esitazione, qualunque errore nel raccogliere tutte le fila dimostrano che l’autore non ha lasciato maturare il soggetto nella sua mente

Edith Wharton

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