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Il racconto Fantasy

INDICAZIONI PER SCRIVERE UN RACCONTO FANTASY
– Stabilire l’epoca in cui ambientare la vicenda: in un lontano passato o in un lontano futuro
– Definire il luogo o i luoghi immaginari, fantastici, in cui si svolgerà la vicenda
– Stabilire quanti e quali personaggi (positivi e negativi) animeranno la vicenda. Fra i vari personaggi occorre individuare: l’eroe protagonista, stabilendone le caratteristiche fisiche, morali e comportamentali, l’aiutante e l’antagonista
TEMI TIPICI DELLA FANTASY
– la magia che condiziona tutti gli avvenimenti
– la lotta fra il Bene e il Male
– il viaggio verso il luogo predestinato
– la ricerca di un oggetto prezioso o magico, simbolo di grandi valori, da cui dipende la salvezza di un personaggio o di una collettività
– il riconoscimento: un personaggio in incognito rivela la sua vera identità, oppure all’eroe protagonista viene rivelata la sua vera identità e origine
– la riconquista del poter da parte dell’eroe protagonista o di un altro personaggio
ARTICOLAZIONE DELLA TRAMA
– situazione iniziale (problematica)
– situazione intermedia (inserire viaggi, lotte, guerre, duelli fra protagonista e antagonista, ostacoli, prove da superare, elementi magici ecc…)
– situazione finale (prevedere la vittoria dell’eroe protagonista, paladino del Bene, contro le forze del Male)
ASPETTI LINGUISTICI E STILISTICI
– usare la narrazione in terza persona
– usare un linguaggio ricco di nomi fantasiosi ed immagini retoriche come metafore e similitudini
– fare descrizioni particolareggiate di luoghi, ambienti, personaggi in modo da cerare certe atmosfere
– creare azioni movimentate e dettagliate ricche di suspense e colpi di scena
LA FANTASY MODERNA
La fantasy è fondamentalmente una narrazione ambientata in mondi immaginari, abitati da esseri strani, creature fiabesche, eroi coraggiosi e intrepidi e che riserva ampio spazio al magico e al soprannaturale. Non si tratta però di una narrazione di pura evasione, poiché intende sottolineare l’importanza dei valori quali: l’onestà, la lealtà, la perseveranza, il senso di giustizia nell’eterna lotta tra il bene e il male.
I miti nordici e soprattutto le storie del Medioevo cavalleresco, in particolare quelle di re Artù e dei cavalieri della tavola Rotonda hanno suggestionato l’immaginario dei romanzi fantasy.
Filiamo Morris, scrittore inglese dell’Ottocento, , è considerato l’autore delle prime opere moderne di heroic fantasy (fantasy eroica). Dopo di lui, altri scrittori si sono dedicati alla fantasy, ma è stato senza dubbio lo scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) a decretare la fortuna del genere con il romanzo Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro e con la trilogia Il Signore degli Anelli.
LO HOBBIT E LA RICONQUISTA DEL TESORO
Si tratta di un’opera fantasy ambientata in un Medioevo fantastico, dall’intreccio complesso, ricco di elementi magici, fiabeschi, il cui tema conduttore è la lotta tra le forze del bene e le forze del male. Paladini del bene sono gli gobbi, piccoli esseri non più alti di un metro, molto saggi e amanti della quiete domestica ma capaci, in caso di necessità, di imprese eroiche. Lo gobbi Bilbo Baggins, in compagnia del mago Gandalf e dei tredici nani, parte alla ricerca di un tesoro rubato a questi ultimi, nascosto nelle Terre selvagge e custodito da Smaug, un crudele drago. Il viaggio si rivela molto difficile e pericoloso fra gole, foreste incantate e minacciose montagne. Bilbo si scoprirà capace di affrontare prodigi e orrori, il suo premio finale, in quanto rappresentante del bene, non sarà tanto quello di aver recuperato il tesoro, ma di aver acquisito maturità e saggezza. Da questa magica avventura Bilbo tornerà a casa con un anello magico dagli ignoti poteri, il cui valore e mistero verranno svelati nella famosa saga fantasy: Il Signore degli Anelli.
Altri autori famosi di fantasy sono:
R. E. Howard che raccontò le storie di eroiche di Conan il barbaro.
Terry Brooks, noto per i suoi numerosi romanzi ripartiti in cicli: il ciclo di Shannara.
Michel Ende, noto per il suo romanzo La storia infinita.
J.K. Rowlin, nota per il personaggio di Harry Potter.

Scrittori esordienti

In Italia, secondo stime recenti, abbiamo circa quattro milioni di scrittori in erba che coltivano la passione della scrittura. Poeti e narratori che seguono orme lasciate da grandi scrittori italiani oramai scomparsi. Poeti e scrittori che maneggiano la penna con velocità e feconda produttività. Tanto che mediamente un poeta esordiente scrive in un anno almeno 200 poesie, mentre un narratore riesce a comporre due romanzo e venti o trenta racconti (quindi almeno 4 libri completi). Dunque esiste una richiesta di pubblicazione molto alta e in Italia vengono editi ogni anno 50.000 titoli nuovi. Nonostante questa grande produzione tra televisioni, radio e tv vengono presentati al grande pubblico in un anno a malapena di 500 libri, molti dei quali scritti da autori italiani noti (dunque non più di 15/20), e da scrittori stranieri (la stragrande maggioranza). Le possibilità di visibilità per uno scrittore emergente sono ridotte a poche righe su periodici di provincia o di quartiere, ma questo non deve far credere che non esistano possibilità. Il sistema è lento e legato ad amicizie e farraginose deviazioni, corrotto e gestito, sovente, da individui senza alcuna preparazione in materia, ma ancora aperto. Anche se la struttura della promozione e della visibilità ha la forma di un cono d’imbuto, ogni anno almeno due o tre autori esordienti riescono a raggiungere una discreta visibilità. Certo mancano i maestri che possano fornire validi aiuti, e mancano i critici letterari, ma attraverso libri di qualità e la serietà di tutti gli operatori, si possono aprire nuove vie e serie possibilità. In questo gioca un ruolo determinante il tempo. Ricordate che se uno scrittore è bravo e non ha fretta di uscire alla ribalta, prima o poi avrà i giusti meriti. In ultimo è importante iniziare a pensare agli scrittori non più solo come ad autori “truffati”, ma come scrittori che seguono tutte le vie possibili per far conoscere le proprie opere. Ci sono, e sono molti, gli scrittori che hanno pagato milioni per avere i loro libri e ci saranno sempre. Ci sono autori che possono decidere di cercare un editore che scommetta tutto su di loro. E’ una regola del sistema. E’ un elemento dell’attuale (ma anche in passato funzionava così) economia editoriale che non può essere, né accusata, né rifiutata. Ognuno è libero di seguire la via che più lo soddisfa. Dunque basta far passare lo scrittore come vittima e l’editore come carnefice. E’ una figura questa, distorta e poco realistica. Le vittime infatti sono sempre consapevoli di ciò che li attende. Ma questo vittimismo e questo piangersi addosso non aiuta gli scrittori esordienti che hanno una dignità letteraria inattaccabile, sia che abbiano pagato, sia che abbiano realizzato una pubblicazione gratuitamente.

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Visita il sito: www.leparchedizioni.com – cerchiamo autori esordienti

 

La metafora: natura dinamica del pensiero

Sempre dal sito di Salotto letterario virtuale:

http://salottovirtuale.altervista.org/index.html

voglio condividere questo articolo molto interessante. Buona lettura

Quando si parla di metafora ci si riferisce ad una figura retorica in cui è prevista una trasposizione, un mero trasferimento di significato. Concettualmente differente dalla similitudine — introdotta da avverbio o locuzione avverbiale — essa parte da un’immagine mentale e si formata da segni e simboli. Il segno è qualcosa di sociale, è convenzionale, mentre il simbolo è più privato. ESEMPIO:

– Segno: acqua, a-c-q-u-a

– Simbolo: mare, bottiglia, salata (associazione libera di pensiero)

Parlando di metafore, si deve partire dai luoghi d’intersezione tra significato e pensiero, ovvero le parole. Queste ultime, per la loro natura grammaticale, possono essere:

 Polisemiche, ovvero parole che hanno più significati: collo (il collo del piede, il collo della bottiglia), radice (radice di un albero, radice dei capelli, radice del dente), pesca (a seconda di come viene utilizzato l’accento la parola pesca può riferirsi al frutto oppure allo sport) e così via;

 Monosemantiche, ovvero parole che hanno un solo significato: computer, pupazzo, casa e così via.

Questo ultimo tipo di parole — ovvero quelle monosemantiche — possono assumere diversi significati a seconda del contesto in cui vengono inserite, andando a formare, appunto, le metafore che possono essere definite come:

 Metafore morte: sono quel tipo di metafore ormai entrate nel linguaggio comune, che hanno perso la loro carica emotiva, il loro surplus di significato; tali tipi di metafore, a volte, non sono più considerate come tali; (es. Piemonte  ai piedi del monte)

 Metafore vive: sono quel tipo di metafore che siamo in grado di creare in ogni singolo momento e che hanno una gran carica e un gran surplus di significato; grazie a tali metafore è anche possibile capire la vera natura di qualcun altro, ci dà modo di concepire il proprio e l’altrui modo di pensare.

La metafora è qualcosa di creativo, è un continui accostamento della nostra vita ad immagini comuni e propri richiami della mente. Si può accostare il mare alla nostra vita, il cielo ad una persona, un fiore ad una persona delicata, un sapore ad un amico e così via. Alcuni esempi di metafora:

 Scrivere a zampe di gallina  Scarabocchiare, scrivere in malo modo

 Sei un coniglio  Sei un codardo

 Hai un cervello da formica!  La tua intelligenza è limitata

La metafora nella storia

Dal punto di vista letterale ci si chiede perché le metafore siano così importanti; basta ripercorrere alcune tappe piuttosto rilevanti della nostra storia.

Siamo negli anni successivi al 330 d.C. quando il famoso Aristotele scrive “Retorica” e, a proposito degli schiavi, scrive:

“Non è bene che gli schiavi usino metafore”

A quel tempo la schiavitù era considerata giusta, era considerata come qualcosa di importante e scontato, e gli schiavi erano coloro che smuovevano l’economia. Aristotele, dal canto suo, non voleva di certo mettere in dubbio la figura delle schiavo, e non voleva liberarli dalla loro condizione. Affermava solo che gli schiavi, per essere tali, e per svolgere il loro “lavoro” nel migliore dei modi, non dovevano avere pensieri, non dovevano pensare a nulla se non a quello che facevano, né tantomeno pensare ad un modo che potesse liberarli dalla loro situazione. Per loro la metafora non sarebbe stata nient’altro che qualcosa che li avrebbe liberati, che li avrebbe trasportati da una dimensione ad un’altra, dal loro contesto di riferimento (quello di essere schiavi) ad un altro (quello di essere uomini liberi). La metafora era per loro (e per chiunque) una continua ricerca alla libertà interiore. Se gli schiavi avessero usato delle metafore sarebbero diventati cattivi schiavi. Quando l’argomento metafora fu ripreso nel 1700 (ca.) da Vico, egli affermò che ogni metafora è una “piccola favoletta”, l’unità minima di ogni storia; quindi, per avere una storia, non dobbiamo far altro che mettere insieme un numero illimitato di metafore. Viene ad introdursi così il rapporto tra metafore e storie, successivamente ripreso da Bruner all’incirca nella seconda metà del 1900. Egli scrisse dei testi sull’identità e sulla narrazione personali, introducendo la figura dello scrittore, colui che vede la realtà al congiuntivo, ovvero il modo della possibilità. Lo scrittore è colui che, continuamente, può cambiare la realtà, vedendo quest’ultima secondo le diverse possibilità che vengono offerte dalla realtà, per trarne continui spunti per costruire storie diverse, anche uguali ma raccontate da diversi punti di vista. Dove c’è possibilità c’è cambiamento, e dove c’è cambiamento, c’è di base una metafora. La metafora, quindi, non è nient’altro che un continuo cambiamento relazionale intrapersonale (relazione con sé stessi) e interpersonale (relazione con gli altri). Se cambiano le relazioni, alla base di qualsiasi rapporto e comunicazione umana, cambia anche il contesto in cui tale relazione viene a formarsi e tale cambiamento è apportato da ciò che nella vita umana è flessibile e dinamico, ovvero il pensiero. Con il pensiero possiamo arrivare dove vogliamo e in qualsiasi momento, e con la metafora possiamo esprimere ciò che è più profondo in noi stessi. Solitamente, in ambito letterario, non ci si rende conto di scrivere e pensare metafore, eppure sono sempre presenti nella nostra vita.

Personalmente, nel momento in cui mi è stato chiesto: “Descrivi questo momento della tua vita con una metafora”, questo è quello che è venuto fuori:

“Io sono il sole d’autunno. Mi sveglio la mattina presto, e sono quasi sempre assonnata; non scaldo tutti, perché la foschia mattutina non me lo permette, ma se riesci a trovare un posto in cui la foschia non c’è posso riscaldarti anche più del sole d’agosto, perché non sarà di certo la foschia a fermarmi, ora. A mezzogiorno il sole è passato, e anche la foschia; a quest’ora sono piena di vita, riscaldo tutti e non faccio ombra a nessuno. Il mio pomeriggio dura poco, perché l’inverno porta freddo, sia dentro che fuori. Lascio presto il posto a chi si sente un po’ come la luna, a chi, a differenza mia si lascia illuminare e non illumina. Quando penso che mi sto spegnendo, penso anche che è solo per oggi: domani tornerà ad offuscarmi la foschia, non farò ombra più a nessuno e lascerò di nuovo il posto a qualcun altro, dopo che per tutta la notte ho continuato, anche involontariamente, ad illuminare.”

Scatenate la vostra fantasia e la vostra creatività e descrivete anche voi la vostra vita, o questo momento della vostra vita con una metafora, potrebbe essere un ottimo esercizio!

Quarta lezione – Il montaggio

Come accade nei film, anche in un testo letterario si parla di “montaggio” quando si lavora alla disposizione delle scene.

In narrativa si parla di “montaggio” per circoscrivere quella fase di lavoro della creazione del testo in cui si pone molta attenzione non solo alla disposizione delle scene, ma anche a quella dei capitoli che compongono il nostro racconto o romanzo, e in aggiunta anche alla disposizione e composizione dei paragrafi, delle sequenze e dei dettagli visivi, che a loro volta compongono le nostre scene.

Cercate di tenere presente la lezione sulla fabula e l’intreccio in cui abbiamo accennato al montaggio, ebbbene per disposizione delle scene, intendiamo l’ordine in cui presenterete al vostro lettore gli eventi che formano la vostra storia.

Solitamente per fare questo si ricorre ad una scaletta, e si fanno degli esperimenti, e cioè: proviamo a piazzare alcuni eventi prima o dopo sull’asse della narrazione per vedere qual è la modalità più avvincente, più precisa e più efficace per presentarli al lettore. E spesso non è facile trovare la giusta disposizione, il giusto ordine, perché soprattutto nella letteratura di ampio respiro, come per esempio in un romanzo o in una sceneggiatura, normalmente alla trama principale si intrecciano anche trame secondarie, e allora dobbiamo ben capire l’assetto per tessere con sapienza la nostra tela.

Perciò è necessario, e fondamentale, capire l’equilibrio e la sistemazione delle nostre scene, dato che una serie di eventi secondari ben montati all’interno della nostra trama principale possa arricchire notevolmente la storia che stiamo raccontando.

È per questo che abitualmente si rende necessario stendere una scaletta.

Ma cos’è di preciso una “scaletta” in narrativa, cosa intendiamo con questo termine?

La scaletta sintetizza la struttura della storia evidenziandone i punti principali che rappresentano gli snodi fondamentali della vicenda, ed esattamente: quegli eventi che non possono essere eliminati senza alterare irrimediabilmente la struttura stessa della nostra storia.

Ora, per eventi non eliminabili non intendiamo automaticamente gli eventi più eclatanti. In una determinata storia può essere più importante che il nostro personaggio smarrisca una borsa, ed essere invece di minor rilevanza per il nostro intreccio che in quel momento venga dichiarata guerra nel suo paese.

Il motivo di tutto ciò è che la dimenticanza di quella borsa avrà una grossa conseguenza, avrà il potere di provocare uno snodo o una svolta all’interno della linea narrativa sul percorso del nostro protagonista.

In sintesi: l’importanza di un evento in narrativa dipende dalle conseguenze che genera tra i protagonisti della storia.

La “scaletta” non è altro che la “colonna vertebrale” che regge l’intera struttura narrativa, perché è costituita da quei “punti cardine” in corrispondenza dei quali ruota la vicenda prendendo una direzione anziché un’altra. “Punti cardine” in narrativa, e più precisamente sulla nostra scaletta, sono i momenti cruciali in cui il personaggio si trova davanti ad un ventaglio di possibilità che decideranno il suo futuro.

Dovrà scegliere se prendere una strada oppure un’altra, oppure, chissà, magari non riuscirà a scegliere perché probabilmente si verificherà un evento che non è stato voluto dal personaggio.

Comunque, che sia il personaggio a scegliere oppure che sia il caso a scegliere per lui, il nostro protagonista in quel momento si troverà di fronte ad un bivio che stabilirà da che parte proseguirà la vicenda da quel momento in poi.

In base a ciò che deciderà, o alla piega che prenderanno gli eventi, la storia procederà in una direzione, e tutte le altre saranno scartate per sempre dalla nostra scaletta.

Come si può immaginare, una scaletta può essere veramente importante per fare chiarezza e ordine, e per comprendere in che modo far procedere la nostra storia.

Non è però obbligatorio redigere una scaletta.

Infatti, ci sono scrittori che non se ne occupano affatto, e cominciano a scrivere senza avere un’idea di dove la storia li porterà.

Capirete perché, a meno che non siate scrittori esperti, all’inizio una scaletta può risultare davvero molto utile, soprattutto quando ci si trova davanti ad un punto morto o quando si ha l’impressione che la nostra storia non marci come dovrebbe, o che i fili si siano ingarbugliati da qualche parte.

Avendo sottomano il nostro “scheletro”, oppure la nostra “colonna vertebrale”, come l’abbiamo chiamata precedentemente, sarà più facile per noi aggiustare quello che non funziona, magari spostando alcune scene, o collocando diversamente alcuni avvenimenti, oppure eliminando del tutto alcuni punti che non sono funzionali.

Nella narrativa contemporanea si fa molto uso anche della cosiddetta “molteplicità delle linee narrative”, e cioè: raccontare tante storie montate in modo che si intersecano in più punti, e che si intrecciano sfiorandosi soltanto.

Capirete quindi, quanto sia fondamentale trovare una sapiente disposizione delle scene, anche perché attraverso il montaggio si può giocare con la sequenza delle informazioni che devono essere veicolate al lettore, e con esso i vari punti di vista.

Cerchiamo di spiegarlo in modo più esatto e concreto.

Nella stesura del nostro racconto partiamo da una situazione osservata dal punto di vista di un nostro personaggio, poi invece di continuarla la lasciamo lì, la sospendiamo, e partiamo invece con un’altra situazione osservata dal punto di vista di un altro nostro personaggio, in seguito riprendiamo la situazione precedente, e la portiamo avanti per un po’, la interrompiamo di nuovo e torniamo all’altra situazione, portandola avanti a sua volta. Apparentemente le due situazioni sembrano non avere un nesso tra loro, ma pian piano troveremo il modo per riunirle. E le storie si intrecceranno “naturalmente”.

Cosa s’intende con “naturalmente”?

Le due situazioni, nel momento in cui le sottoponiamo all’attenzione del lettore (apparentemente) sembrano separate, in realtà, in seguito, mentre prende corpo la trama, scopriamo che ognuna delle due conteneva in sé fin dal principio tutte le premesse affinché potessero poi naturalmente intrecciarsi.

Questo è soltanto un esempio, ma se ci riflettete bene noterete che nei film che avete visto, e soprattutto nei libri che avete letto, sono state adottate queste modalità di montaggio, e capirete che ne sono molti.

Non vogliamo mettervi in testa idee sbagliate: nella fase di montaggio non dobbiamo esagerare abbondando con flash-back, indizi ed effetti mirabolanti, anzi, in questa fase bisogna lavorare spesso per sottrazione, e dovete avere il coraggio di eliminare ciò che non serve, e che appesantisce la trama.

E secondo voi, quali sono le scene che verranno tagliate?

Quelle inutili.

E quali sono quelle inutili?

Quelle che ci sono state utili per chiarirci la trama, ma che in seguito, durante la stesura, ci accorgiamo che appesantiscono il nostro flusso narrativo, quelle che sono servite per chiarirci il percorso, ma che in realtà non sono più funzionali alla nostra storia, alla nostra trama: bisogna avere il coraggio di eliminarle.

Passiamo adesso ad un altro concetto importante.

Durante il montaggio bisogna lavorare con molta attenzione alla coerenza della struttura di ogni scena, e alle differenti sequenze contenute in esso.

Prima di procedere, soffermiamoci su un’altra regola fondamentale.

Ogni scena deve essere considerata come una unità compiuta. Questa tessera (la scena), sarà il “frammento” di un “puzzle” all’interno di una macro struttura, e dovrà dare un senso di completezza e compiutezza.

A sua volta, ogni singola scena, sarà composta di unità logiche chiamate sequenze. Queste sequenze sono di quattro tipi:

1. Narrative – delineano le azioni dei personaggi

2. Descrittive – servono a descrivere luoghi, oggetti e persone.

3. Riflessive – includono digressioni dell’autore e riflessioni dei personaggi.

4. Dialogiche – sono costituite dai dialoghi.

 

E’ evidente che una ben dosata e originale miscelazione di questi quattro elementi, getterà le basi per la buona riuscita di ogni singola scena all’interno del vostro racconto o romanzo.

Altri elementi importanti sono la coerenza dello stile e del ritmo, ma di questo parleremo in seguito.

Esistono diversi tipi di montaggio, ma in questo breve corso non possiamo prenderli tutti in considerazione, ma facciamo un piccolo esempio: un tipo di montaggio possiamo utilizzarlo quando vogliamo creare una struttura ciclica, e cioè, cominciamo da un avvenimento, lasciamolo in sospeso per un po’, per poi ritornarci più tardi. E’ la stessa tecnica che vi abbiamo accennato quando abbiamo parlato della molteplicità di storie che si intrecciano.

Per far questo si utilizza il cosiddetto “montaggio per interpolazione”.

Si anticipa con un “flash-forward” un avvenimento, poi si torna indietro nel racconto fino a giungere al momento esatto dell’evento anticipato (cioè proprio lì a quell’evento, in quel punto esatto), e poi si continua ad andare avanti con la nostra storia.

Se ben ricordate, abbiamo accennato a questo strumento nella lezione sul set-up. Infatti, questa è una tecnica che viene utilizzata per accelerare il ritmo del set up, inserendo appunto questo catalizzatore emotivo che non si trova nell’esatto punto di successione logica-cronologica prevista dalla trama.

Ora magari, forse a livello teorico, non è molto chiaro il concetto, ma non abbiamo troppo spazio per inoltrarci in esercizi ed esempi, l’importante è comunicarvi che tramite il montaggio per interpolazione, si può riuscire ad ottenere un effetto di massima tensione, e facendo ciò, terremo viva e accesa l’attenzione del lettore.

Quindi, sintetizzando: un buon montaggio dona alla nostra trama/storia leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e coerenza, e fa in modo che la nostra storia venga veicolata al lettore in modo avvincente e graduale.

Comunque creare un buon montaggio, oltre a quello già elencato, significa anche capire qual è la migliore angolazione visiva per descrivere ogni nostra singola scena, quindi, qual è l’inquadratura più giusta per ogni singola scena.

Ricapitolando: è importante un’attenta scelta nella composizione delle nostre scene, capire dove piazzarle, e in che modo intrecciarle tra loro, ma soprattutto trovare l’angolazione visiva di ogni nostra scena.

Concludiamo dicendo che una trama avvincente è il frutto della nostra invenzione, e della nostra abilità di creatori di storie, ma è data anche, e soprattutto, dalla modalità con cui decidiamo di montare le nostre scene o sequenze.

Arrivederci alla prossima lezione.

Seconda lezione – Set-up

Viene detto “set-up”, l’impostazione, la preparazione di un’opera.

Nel “set-up” si impostano la direzione narrativa, il ritmo, il genere, i personaggi principali, la situazione e l’ambientazione.

Perciò, le prime scene di un racconto devono presentare la situazione e i personaggi. Questa “fase iniziale” di impostazione del racconto, e cioè le scene iniziali che introducono il lettore dentro la vostra storia, è chiamata appunto “set-up”.

Di solito, ma non è una regola, una storia non parte subito dalla rottura dell’equilibrio iniziale della vita del tuo protagonista, bensì ci sono alcune scene preparatorie, le prime appunto, che in proporzione adeguata al vostro racconto hanno il compito di presentare le problematiche interiori e/o esteriori dei vostri personaggi.

Quindi, per essere precisi, con “set-up” intendiamo solitamente le prime pagine di un’opera, le quali servono a presentare il modo di vivere e le abitudini del vostro protagonista, prima che un evento faccia scaturire la sua conflittualità, ma anche ad immergere il lettore nei luoghi e nelle atmosfere della narrazione.

È quindi fondamentale che il “set-up” sia coinvolgente a tal punto da far dimenticare al lettore il mondo che lo circonda, e di farlo entrare con entusiasmo, curiosità e partecipazione nel magico mondo del vostro racconto.

Nella lezione precedente abbiamo detto che un racconto e un romanzo sono paragonabili ad un viaggio, ebbene, nel “set-up”, dopo un inizio efficace, il lettore è ormai con voi: è in cammino, in viaggio, in attesa di vivere, sta partecipando a tutte le tappe, avventure ed emozioni che questo viaggio gli riserva.

Oltre ad avere la funzione di impostazione della struttura del testo, il “set-up” è anche un sistema di scelte e rinunce che presiedono all’organizzazione del testo; perciò anche un momento di progettazione e di raccordo di tutti gli elementi che andranno poi a comporre il vostro racconto. In definitiva è la preparazione del terreno della vostra creazione. È una fase, dunque, molto importante, delicata e fondamentale.

Ecco una suggestiva descrizione per visualizzare concretamente e con efficacia questo importante momento della narrazione:

“…creare un buon set-up significa avere la capacità di mettere semi nel terreno della narrazione, annaffiarli e poi aspettare che crescano, germoglino nella vostra storia …”

Ecco, il “set-up” è la fase/l’atto della “semina”, la semina degli “indizi” all’interno della vostra storia.

Una tecnica basilare, e molto utilizzata soprattutto in narrativa per creare un buon “set-up” è quella della scuola di giornalismo anglosassone, denominata la tecnica delle “5 W”:

 Who/Chi?

 What?/Cosa?

 Where?/Dove?

 When?/Quando?

 Why?/Perchè?

In definitiva si tracciano i personaggi, si delinea quello che accade nella storia, l’ambientazione e le coordinate spazio-temporali.

È logico che questo metodo per funzionare bene deve essere approfondito, e ben pianificato; riportiamo qui soltanto una breve introduzione di questo metodo per ideare e costruire una storia:

“Who?/Chi?” = risponde alla domanda su chi sono i personaggi, cosa fanno, qual è la loro psicologia e soprattutto in che rapporto sono tra di loro;

“What?/Cosa?” = risponde alla domanda riguardo a cosa accade nella storia, in definitiva cosa accade ai vostri personaggi: quali sono i loro conflitti, esteriori o interiori, in che modo si comportano, quali sono gli eventi e gli accadimenti della vostra storia;

“Where?/Dove?” = risponde alla domanda su dove è ambientata la vostra storia: in montagna, in un posto fantastico, misterioso, in una metropolitana, in un castello, etc etc. Non sottovalutate l’ambientazione, perché detta l’atmosfera e talvolta anche il ritmo;

“When?/Quando” = risponde alla domanda sul tempo, e cioè quando accade la vostra storia: nel presente, nel passato o nel futuro. Attenzione, non risponde solo alla domanda quando, ma anche alla domanda quanto: perciò, quanto dura la vostra storia: tanti anni come l’odissea di Omero oppure un solo giorno come l’Ulisse di James Joyce;

“Why?/Perché?” = risponde alla domanda riguardo alle motivazioni dei vostri personaggi, i motivi scatenanti le loro azioni, il loro comportamento, ma non solo, riguarda anche e soprattutto le motivazioni e i motivi scatenanti, perché avete deciso di raccontare quella storia e utilizzare quei personaggi.

In definitiva, nel “set-up” la storia deve decollare. È necessario quindi dare subito al lettore la percezione del tema e farlo immergere nella giusta atmosfera che permeerà il vostro racconto.

Dovete perciò dare informazioni sui personaggi e sulle situazioni, senza però esagerare troppo per non rischiare di diventare noiosi e didascalici. Inoltre dovete fornire alcuni indizi importanti della trama al vostro lettore, ma attenzione, solo quelli essenziali, quelli veramente fondamentali; elementi significativi sia a livello intellettivo che a livello emotivo.

Perché tutto questo?

Per facilitargli logicamente la comprensione della vostra storia, ma allo stesso tempo dovete lasciarne in sospeso la comprensione totale, al fine di incuriosirlo e attrarlo come un’ape al fiore nelle tappe, snodi e svolte della vostra vicenda: quindi fate attenzione alla scelta degli elementi nel “set-up”, è fondamentale per la buona riuscita del vostro racconto o romanzo.

In riferimento a quanto detto sopra, può essere vincente disseminare nelle pagine del “set-up” indizi significativi che germoglieranno soltanto in seguito, più avanti. I frutti e i fiori di questi indizi, una volta che saranno pienamente maturati e sbocciati, provocheranno inevitabilmente svolte, snodi e progressi sulla linea della vostra narrazione.

Per fare tutto ciò, può essere utile scrivere una sorta di scaletta di questi elementi, che ritenete essenziali da veicolare al lettore in questa fase del vostro lavoro. Gli indizi, inoltre, non dovranno essere troppo evidenti, ma neanche troppo criptici, oscuri.

Inoltre è bene rendersi conto che una storia non inizia così dal niente, e che quindi può essere utile fornire al lettore un antefatto per aiutarlo a comprendere la situazione, magari seminando, per esempio, qualche ricordo del personaggio che sembra inserito lì con “naturalezza” e con “nonchalance” (insomma, per intendersi: senza troppa importanza, senza un particolare scopo), ma che invece poi germoglierà generando una svolta significativa e cruciale all’interno della nostra trama.

Questo logicamente è soltanto un esempio, dato che esistono milioni di possibilità per seminare indizi all’interno delle nostre storie, anche a seconda della tipologia di storia che scegliamo di narrare. È di fondamentale importanza trasmettervi che i personaggi con un passato alle spalle, risultano davvero molto più credibili per i nostri lettori.

Potreste, per esempio, dare delle informazioni sul vostro personaggio che per il momento sembrano introdotte nel tessuto narrativo solamente per caratterizzarlo, ma che invece sono elementi significativi e portanti che faranno scaturire poi, in seguito, degli eventi importanti che condurranno la vostra storia in una ben precisa direzione.

In sintesi: l’importante è catturare l’attenzione del lettore, in un modo o in un altro incuriosirlo. Per farlo, può esservi utile trovare una “calda zona emotiva”, ovvero un elemento forte che possa “catalizzare” la sua emotività. Ma di tutto ciò parleremo più avanti.

Per il momento vi diciamo che per far questo si utilizza solitamente il “montaggio per interpolazione”, che è appunto una tecnica indirizzata ad accelerare il ritmo del “set-up”, e consiste nell’inserire questo catalizzatore emotivo, il quale non si trova nell’esatto punto di successione logica e cronologica previsto dalla trama.

Questo elemento, che noi chiamiamo in gergo tecnico “catalizzatore”, ma potete chiamarlo “calda zona emotiva”, viene seminato, accennato e poi lasciato in sospeso per poi essere ripreso e concluso, dopo, nella sua posizione cronologica naturale. Questi lo sapete, sono soltanto dei piccoli assaggi, perciò non è possibile adesso approfondire questa tecnica. L’importante è avervi consapevolizzati sulla sua esistenza, ma soprattutto informati che il “set-up” è la fase della semina, perciò attenzione a ciò che seminiamo perché i nostri semi germoglieranno, e germoglieranno rendendo più o meno “caldo” il nostro racconto o romanzo; perciò non sottovalutate questa importante e delicata fase della narrazione, la fase del “set-up”, la fase della “semina”.

Possiamo, quindi, concludere questa nostra lezione affermando che:

Quando un racconto è ben costruito, i suoi snodi o svolte arrivano sì d’improvviso ed inaspettatamente al lettore, ma non senza logica e fondamenta, in retrospettiva il lettore, volgendo il suo sguardo indietro, può cogliere tutte le premesse degli effetti.

Infine i pezzi del nostro puzzle vanno a posto da soli, e il lettore rimane sorpreso, sorpreso di non essere stato in grado di ricostruire da solo quella figura che era limpidamente sotto i suoi occhi.

Ecco, l’arte di raccontare consiste sostanzialmente davvero in questo, e cioè: nella capacità di distribuire nel corso nel nostro racconto i semi che in seguito germoglieranno, sorprendendo ed emozionando il nostro lettore.

Un’ultima cosa prima di lasciarvi: il vostro dovere è mantenere le promesse. Quello che c’è nel “set-up” non può essere tradito nel centro, o nel finale della storia.

Ultimissima cosa: il “set-up” non deve telefonare il finale.

E per telefonare logicamente intendiamo che il finale non deve essere intuibile, né troppo scontato, né prevedibile.

Per questa lezione oggi è tutto, riprenderemo in futuro le strategie per creare un set-up efficace. Questi, lo sapete, sono soltanto dei piccoli, sintetici assaggi per introdurvi alla scrittura creativa e all’arte della narrazione.