DECIDERE LA TEMPORALITÀ DEGLI EVENTI RACCONTATI – Seconda Parte

Il tempo lineare vi costringe a essere didascalici. E rende più difficile tutto, anche le digressioni. Prendiamo un frammento dell’ultimo esempio, e per chi non ha seguito, consiglio di leggere l’articolo precedente.

Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Ma sarebbe finita, e lo sapevo.

Qui potete inserire un elemento che torna indietro. Ad esempio una descrizione di Anna:

Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Quella stessa chiave che le vidi in mano quel giorno, e che era grande, antica, di ferro imbrunito. Venne ad aprirmi con due secche mandate, scendendo allegra la rampa delle scale. Mi sarei abituato presto a quelle caviglie che si muovevano ondeggiando a ogni gradino. Ma anche quel ricordo avrebbe finito per farmi male. E oggi potrei dire che lo sapevo che sarebbe finita.

Ora vediamo come saremmo costretti a risolvere l’apparizione di Anna, utilizzando il primo esempio. Lo ricordate?

Prendo la scala di sinistra. E comincio a salire lentamente. Non mi rimane che controllare tutti i campanelli, per capire a che piano abita Anna. Leggo tutte le targhette. “Sacis spa” e “Studio legale Cutillo” al primo piano. “Ing.Pinna” e “Ludovisi” al secondo. “Veronesi” e “Tartara” al terzo. Ho ancora un piano, l’ultimo. Ma un cancelletto che chiude l’ultima rampa di scale mi impedisce di salire.

A questo punto proseguiamo la narrazione.

In quel momento mi è apparsa Anna, sorridente, scendendo la scale con un passo incerto e delicato, da ballerina classica.

Se ci fate caso, il primo esempio in generale vi apparirà meno letterario, forse più ingenuo. Anche se dal punto di vista narrativo non c’è nulla da eccepire. Invece il secondo esempio, ha qualcosa di vertiginosoche prende il lettore. Un lettore che ha perso ogni ingenuità e che dalla narrazione pretende molto di più. Non vuole essere preso per mano in un modo lineare, chiede invece complessità, salti temporali, ritorni indietro, anticipazioni sottili sul futuro. Vuole immaginare delle cose senza sapere troppo. Se volete, questo è il risultato inevitabile dell’evoluzione della forma romanzo nel Novecento. Il passaggio da una struttura narrativa che ha la semplicità di una favola a un meccanismo assolutamente complesso. D’altronde anche i bambini, destinatari naturali delle storie narrate come fossero delle favole, stanno lentamente imparando a pensare le narrazioni in una forma più complessa. E questo sta avvenendo anche per merito del cinema, che non ha mai una struttura lineare, neppure il cinema per i più piccoli.

Allora non potrete più iniziare una storia con un “C’era una volta”, e non potrete più finirle con “E vissero tutti felici e contenti”:

C’era una volta un re, che sposò una principessa bellissima, vissero al castello, ed ebbero dieci figli. Il popolo li amava. E loro li riamavano. Il regno divenne ricco, e tutti i sudditi ebbero la loro parte. Così per tutti quegli anni vissero felici e contenti. Fu un regno felice, certamente. E fu un caso del destino che il Re sposasse quella principessa sconosciuta, che si presentò al ballo invitata forse da una fata del bosco. Fu un regno felice perché l’amore della principessa per il Re riuscì a svegliare quella natura povera, che non dava cibo e benessere ai sudditi. Per tutto il loro regno, i campi coltivati diedero più frutti, le miniere di carbone svelarono nuovi giacimenti, e la ricchezza di quel luogo destava ammirazione nei regni vicini. Così la favola del Re e della principessa fece il giro del mondo, e sarebbe stato bello cominciarla con un “C’era una volta”…

Con questo esempio termino questa dissertazione sui piani temporali. Un esempio che dimostra come anche la forma più semplice e più ingenua di narrazione (C’era un volta un re…) può essere riscritta in una chiave letteraria diversa.

Esercizio:

Traccia.

Giorgio ha 30 anni. E sa che dovrà partire con degli amici per un viaggio nella Loira. Si tratta di una vacanza con due amici dei tempi della scuola. Quello che sappiamo è che sarà una vacanza molto diversa da quanto lui si immagini. Perché a questo viaggio si aggiungerà una persona. Rita. Che Giorgio non conosce e che è la sorella di un’amica degli altri due ragazzi. Suonano alla porta e Giorgio si vede arrivare in casa, Rita e gli altri due. Rita è una ragazza con problemi di droga. Fragile. Uno dei ragazzi decide di portarla con loro perché non può stare da sola. Rita si innamorerà di Giorgio, Giorgio teme una storia dolorosa e complessa.

Riscrivete nei due modi, 1 e 2 mescolando gli

elementi che vi ho dato, e se ritenete, aggiungendo altre cose.

Condividete con noi i vostri esercizi, vi aspettiamo.

Decidere la temporalità degli eventi raccontati

Dovete incominciare a chiedervi una cosa: chi racconta sa già tutto della storia (ovvero la racconta a posteriori), o apprende man mano che procede nel racconto? Del perché questa sia la scelta più difficile, e quella più importante. Di cosa conviene scegliere, di quali problemi vadano risolti. E del perché all’inizio è forse più opportuno decidere per un narratore che sa tutto. Di come cambia lo stile del racconto se si decide per un’opzione o per l’altra. 

Quanto sa della storia che andrà a raccontare il narratore? 

Partiamo dalla distinzione più elementare. Abbiamo due possibilità.

1.Il narratore racconta in tempo reale, dunque scopre gli eventi man mano che li racconta.

2.Il narratore racconta una storia al passato. Ovvero sa già tutto quello che è accaduto nel momento in cui inizia a raccontare.

Il primo caso vi obbliga a una narrazione lineareIl secondo vi permette di decidere lentamente quanto raccontare, quanto anticipare in parte la storia che andate a scrivere. E come gestire i riferimenti a quello che accadrà. Vediamo due esempi della stessa narrazione, utilizzando i due punti a cui facevo riferimento sopra.

1.Prendo la scala di sinistra. E comincio a salire lentamente. Non mi rimane che controllare tutti i campanelli, per capire a che piano abita Anna. Leggo tutte le targhette. “Sacis spa” e “Studio legale Cutillo” al primo piano. “Ing.Pinna” e “Ludovisi” al secondo. “Veronesi” e “Tartara” al terzo. Ho ancora un piano, l’ultimo. Ma un cancelletto che chiude l’ultima rampa di scale mi impedisce di salire.

2.Non so perché decisi che era quella di sinistra la scala da prendere. Fu certamente quello il primo errore. Salii tre piani di scale convinto che avrei trovato il campanello di Anna. E invece finì per ritrovarmi dei nomi sconosciuti, che non mi dicevano nullla. “Sacis”, “Studio legale Cutillo”, “Ingegner Pinna”. Un “Veronesi”, un “Tartara”. Quando pensai che non poteva che essere all’ultimo piano, feci la scoperta peggiore. Oltre il terzo piano non si poteva più salire. Un cancelletto proprio alla base dell’ultima rampa mi impediva di proseguire.

Questo esempio è il più semplice di tutti, ma ci è utile per capire. Nel secondo svolgimento, il narratore sa già quello che è accaduto. E lo accenna da subito (“Non so perché… fu certamente il primo errore”), poi continua a raccontare, ma il lettore ha già un’informazione che gli genera un’attesa narrativa.

Ogni evento raccontato è anticipato da qualcosa, che porta a un’aspettativa (“feci la scoperta peggiore”):

L’elenco dei nomi nei campanelli è più casuale. Perché a quel punto non è importante conoscerli piano per piano. E’ importante raggiungere la fine per scoprire che c’è un cancelletto che chiude la rampa della scala.

Ma questo è un esempio assolutamente elementare. Facciamo un altro passo, verso una narrazione più complessa. Leggete adesso.

1.Il tram numero 19 passava ogni quindici minuti, con una precisione che nessuno poteva davvero immaginare. E ogni volta il vasetto di vetro soffiato che Anna mi aveva portato da Venezia vibrava sul caminetto come fosse l’avvertimento di un terremoto.

2.Avrei dovuto capire da quel tintinnio del vasetto di vetro soffiato, quello che Anna mi aveva portato da Murano, che la mia vita da lì a poco sarebbe cambiata, come un terremoto che ti sconvolge la vita. Anche se quel tintinnio non era altro che una conseguenza di quei binari del tram, il 19, che facevano vibrare casa con un intervallo di 15 minuti, come un appuntamento preciso.

Come potete vedere in entrambi i casi ho utilizzato il passato. Ma nel primo caso il tempo corre, per quanto al passato, in modo lineare. Nel secondo caso, il narratore anticipa, crea attesa, procede per strappi. Dice prima qualcosa che mette in allarme il lettore, poi torna indietro e racconta del tram.

Ognuno di voi può decidere se preferisce un modo anziché l’altro, ma dovete comunque tenere presente due cose.

a.il tempo lineare (quello degli esempi 1 per intederci) è forse più facile da gestire, ma rende la narrazione piatta, e senza particolari sorprese.

b.il tempo a strappi continui, dove il narratore è onnisciente, vi permette di giocarvi la narrazione misurando di volta in volta quello che volete anticipare e quello che volete tenere come sorpresa fino alla fine.

Leggete qui.

Non potevo pensarci. Non potevo pensare che quella porta di frassino, pomelli in ottone e campanello elegante un giorno si sarebbe chiusa per sempre davanti a me. Eppure quel giorno lo dovevo capire, quel giorno che ricordava il prologo di un destino: quando il cancello, quel cancello di ferro battuto, dal disegno elegante, si presentò davanti ai miei occhi inesorabilmente chiuso. E pensare che di quel palazzo non sapevo nulla. Leggevo i nomi dei campanelli come fossero delle pure lettere dell’alfabeto. Non conoscevo ancora il passo affrettato a scendere le scale dell’anziano avvocato Cutillo, o la nuvola di profumo, Allure avrei detto, della signora Veronesi, che non rinunciava mai all’ascensore. Anna stava là oltre il cancello chiuso. In quella casa blindata, in quel pianerottolo dove l’ascensore poteva arrivare soltanto inserendo una chiavetta che sostituiva il pulsante del quarto piano. Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Ma sarebbe finita, e lo sapevo. Anche se non potevo immaginare che l’unica cosa che mi sarebbe rimasta di lei non era altro che un vasetto di murano, di vetro sottilissimo, che ogni volta, ancora oggi, che passa il tram, il 19, vibra come dovesse arrivare un terremoto. Ma per quanto mi riguarda, il terremoto nella mia vita è già passato, con tutte le sue macerie.

Come potete vedere utilizzo il tempo come fosse un elastico. Vado avanti e indietro. Racconto un dettaglio del futuro, poi torno indietro al momento della narrazione, faccio una precisazione, lascio intravvedere gli eventi che si spiegheranno con il procedere della narrazione. Il tempo nel testo che vi ho scritto adesso è una linea frammentata, che non rompe il corso della narrazione ma lo arricchisce e soprattutto lo mescola, lo amalgama in un modo diverso. Se riuscite a scrivere in questo modo avrete maggiori possibilità di produrre una scrittura più avvolgente e seduttiva. Perché è certamente una scrittura ammiccante, e piacevole. Questo non toglie che si possa produrre una scrittura e una narrazione altrettanto seduttiva e affascinante anche sfruttando la linearità del tempo. Ma è molto più difficile, perché in quel modo il racconto non crea delle aspettative “frase dopo frase”, ma le deve creare per tutto il testo. Cosa voglio dire con questo?

Voglio dire che il lettore non ha una promessa narrativa continua, che lo tiene sospeso. Ed è solo sulla capacità di tenere il ritmo della narrazione molto alto che porterete il lettore alla fine della vostra storia.

Continueremo con lo stesso argomento nel prossimo post……

Che cosa è la scrittura?

La scrittura è una forma di comunicazione, non è una forma di solitudine: si scrive per raccontare qualcosa a qualcuno. Lo si fa all’inizio pensando che quel qualcuno sarà un amico, il fidanzato o la fidanzata. Poi, man mano che si prende coraggio, quel qualcuno smette di avere un volto, e diventa una moltitudine indistinta. A quel punto si capisce che si sta diventando scrittori veramente. Si scrive per gli altri dunque. Ed è questa la molla che spinge a farlo. Cominciare da questo punto è fondamentale, perché, scrivere per gli altri vuol dire innanzi tutto farsi capire, e farsi delle domande: sulle storie che si vogliono raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo. Spesso scrivere è un modo per riflettere sulla propria vita, o anche un modo per rendere più sopportabile il dolore. Altre volte è proprio il gusto, il piacere di raccontare qualcosa. Raccontare qualcosa di tuo. Questo secondo aspetto è quello che porta più lontano, perché è un salto di qualità. Scrivere soltanto per rielaborare gli eventi che si sono vissuti è rischioso, porta inevitabilmente a un autobiografismo che spesso non serve a nessuno, né a chi scrive e tantomeno a chi legge. Ma trasformare le storie personali in qualcosa di 6 universale, rielaborandole, è certamente la soluzione più giusta.

 

comunicazione

Decima lezione – Il finale

Partiamo dicendo che, come si usa dire di coloro che colgono le occasioni che si trovano al momento giusto nel posto giusto, ecco, un buon finale è quello che chiude la nostra storia al momento giusto e nel modo giusto.

Un buon finale è strettamente connesso al tipo di storia che stiamo narrando, perciò è molto difficile parlare di finale in senso generico.

Possiamo però tentare in questa breve lezione di individuarne alcune caratteristiche.

Iniziamo col dire che scrivere un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio e che esistono diversi tipi di finale a seconda della storia che stiamo scrivendo.

Una tipologia usuale di finali, per esempio, riguarda quelli che al termine della storia ristabiliscono un equilibrio e cioè una normalità che era stata in qualche modo interrotta.

Un atto che crea disordine nella realtà quotidiana, è la rottura di un equilibrio che deve essere ristabilito, questa tipologia di finali ripristina, appunto, equilibrio e ordine dopo le varie peripezie vissute dai nostri personaggi.

Possiamo avere un finale in cui la natura o la situazione dei personaggi vengono in qualche modo migliorate rispetto all’inizio della storia, oppure, viceversa, peggiorate e quindi: finali con un andamento evolutivo oppure con un andamento involutivo.

Comunque, in un caso o nell’altro, il finale prescelto deve contenere un forte significato che doni senso al nostro testo nella sua totalità, che in qualche modo magnifichi e rafforzi il contenuto della nostra storia.

E’ importante sottolineare che nell’infinita varietà di storie possibili non è obbligatorio che un finale sia una chiara e limpida soluzione della situazione della nostra storia, né che le parole finali debbano tradursi in una conclusione fatta e finita.

Ci sono, infatti, molti scrittori che preferiscono finire le loro storie con i puntini di sospensione invece che con un punto.

Si possono, infatti, avere dei finali aperti, dove le storie volutamente sono prive di una conclusione nel senso tradizionale del termine, oppure dei finali chiusi, dove, invece, viceversa, la conclusione è chiara e netta.

Nei finali aperti si tende a terminare la storia, appunto, senza una conclusione vera e propria e si lascia il lettore nell’incertezza, perché il senso della narrazione appare incompiuto o indefinibile.

Nei finali chiusi invece il conflitto della nostra situazione viene risolto oppure non risolto ma tutto in modo chiaro e definitivo.

Vediamo adesso un’altra distinzione importante.

Sia i finali chiusi che quelli aperti possono essere o “lineari” oppure “circolari”,

 FINALE LINEARE: la storia si muove in avanti e raggiunge il climax (momento di massima tensione) in un punto lontano da quello in cui è iniziata, quindi, in qualche modo, si può dire che dall’inizio alla fine della storia c’è spazio, c’è distanza

 FINALE CIRCOLARE: la storia curva su se stessa e termina esattamente nel punto dov’era iniziata, in un luogo simile o strettamente legato a quello originario.

In sintesi:

 il finale lineare è consigliabile se si preferisce realizzare un crescendo che punta ad un climax emozionante, dirompente e risolutivo.

 Mentre se il nostro intento è quello di una soluzione più riflessiva e sfumata e cioè meno esplosiva e concitata, è meglio puntare sul finale circolare.

Ci preme, per correttezza, ribadire che ogni storia deve avere il suo preciso, specifico finale.

Detto questo, possiamo affermare che nel finale lineare l’azione si arresta dopo il climax e non rimangono nodi da sciogliere, mentre nel finale circolare si fissa maggiormente l’attenzione sui contrasti, per esempio: tra passato e presente, mostrando cambiamenti sopravvenuti nei personaggi attraverso il confronto di luoghi, situazioni o atteggiamenti.

In questo caso, si possono rimandare al dénouement (conclusione) gli eventuali nodi ancora da sciogliere, evitando comunque troppe esitazioni o di tirarla troppo per le lunghe.

Comunque, anche questo è relativo, perché va visto di storia in storia. Per esempio, ci sono anche delle storie dove lo scioglimento consiste proprio nel non sciogliere i nodi.

Sì, ne siamo consapevoli, adesso ci sarebbe bisogno di alcuni esempi pratici, concreti, per capire quello che stiamo trattando teoricamente, però sapete anche che queste sono piccole lezioni introduttive e che la loro funzione è esclusivamente quella di introdurvi agli argomenti della scrittura creativa, quindi se volete approfondire lo farete in seguito, seguendo alcuni piccoli racconti che posteremo nel tempo.

Infatti, l’obiettivo di questi nostri veloci assaggi è stato quello di rendervi consapevoli, che se in futuro volete scrivere un romanzo o un racconto senza disperdere troppo tempo ed energie, sarà molto saggio da parte vostra procurarvi gli strumenti e le tecniche per farlo bene fin da subito, ma se pazienterete proveremo a illuminarvi con altri “saggi” narrativi.

Tornando al nostro finale, quello che è fondamentale è il seguente: al di là del finale prescelto, il nostro finale deve dare un senso all’esperienza di lettura del testo, alla sua conclusione, e cioè: deve dare un’impronta e una chiave di lettura a tutto ciò che lo precede.

Ma desideriamo spiegarvi con maggior precisione:

il finale deve offrire un punto di vista che sovrasta la storia, cioè un punto di vista da cui tutti gli elementi precedenti possano essere colti in retrospettiva come parti significative di un insieme.

Tutto ciò vale anche quando lo scopo dell’autore è proprio di illustrare l’impossibilità di creare un insieme significativo.

Concludiamo illustrando alcuni errori di evitare:

  1. chiudere troppo in fretta la storia;

  2. prolungare troppo la chiusura della nostra storia.

Riguardo al chiuderla troppo in fretta, potrebbe capitare che un finale precipitoso può distruggere una buona trama, e una buona narrazione. Infatti, se si cerca di arrivare in modo superficiale e troppo velocemente al finale, magari tramite un qualche strabiliante effetto che vuol sorprendere il lettore, questo tipo di finale lascerà insoddisfatto il nostro lettore, perché avvertirà di trovarsi davanti ad un’opera realizzata frettolosamente e, nella maggioranza dei casi, si sentirà anche preso in giro.

Al contrario: prolungare troppo la chiusura, può annoiare a morte il nostro lettore, e dargli l’impressione che l’autore non sappia bene come concludere la sua storia, che in qualche modo sia incerto, indeciso e per questo motivo gli stia sottoponendo una lunga serie di noiosi riempitivi e digressioni.

Un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio, e il famoso aforisma “il tutto è maggiore della somma delle parti” è proprio il suggerimento ideale da tenere presente per poter scrivere un finale efficace e significativo.

Un buon finale deve offrire un punto di vista più alto da cui guardare la storia, e cioè: un punto di vista da cui tutti gli elementi utilizzati per creare il racconto possano essere colti come parti preziose insostituibili di un insieme, di un unico cerchio che con il finale ha avuto appunto la sua quadratura.

Il nostro consiglio, dopo aver seguito queste dieci lezioni, è quello di cominciare a scrivere le vostre storie, fare tesoro di queste “basi” da noi illustrate, e continuare a seguirci.

Per nessuna parte di un romanzo dovrebbe esserci un senso di inevitabilità più forte che per il suo finale, qualunque esitazione, qualunque errore nel raccogliere tutte le fila dimostrano che l’autore non ha lasciato maturare il soggetto nella sua mente

Edith Wharton

Nona lezione – Lo stile

Partiamo dicendo che è molto importante tentare di esprimerci con uno stile scorrevole, efficace e possibilmente originale, perché una narrazione avvincente può davvero essere irrimediabilmente compromessa proprio dalla forma stilistica con la quale scegliamo di raccontarla.

Ma cos’è lo stile? Certo non è semplice definirlo.

Vediamo come lo descrive il vocabolario Zingarelli:

qualità dell’espressione risultante dalla scelta degli elementi linguistici che l’individuo compie in circostanze determinate deviando dall’uso corrente”.

Si parla quindi, di stile in narrativa, quando abbiamo a che fare con gli elementi linguistici della scrittura, dunque: con la scelta delle singole parole ed il loro accostamento all’interno delle frasi ed anche con la lunghezza delle frasi utilizzate nei periodi che compongono le nostre scene o i nostri capitoli.

La scelta di questi elementi linguistici è una decisione talmente personale e soggettiva dell’autore che rende veramente spinoso e complicato parlare di questo argomento.

Infatti, molti affermano che lo stile a differenza delle tecniche di scrittura non si insegna, ed in parte hanno ragione. Ma lo si può certamente scoprire, coltivare, migliorare ed affinare, ma tutto ciò richiede entusiasmo, passione, impegno ed allenamento.

Una modalità suggerita da grandi autori e maestri di scrittura creativa per coltivare e scoprire qual è il nostro stile personale è quella di soffermarsi a riflettere su qual è l’autore che “stilisticamente” ci piace di più, e con il quale sentiamo maggiori affinità.

E’ un esercizio veramente importante, fondamentale, basilare, perché ci obbliga a riflettere su quali sono i motivi per cui ci piace lo stile di quell’autore, ed anche sul perché ci piacerebbe scrivere come lui, è quindi una buona base di partenza per iniziare a capire in quale direzione muoverci.

Un altro buon suggerimento per affinare uno stile scorrevole ed efficace, è quello di procedere per sottrazione, economizzando la scelta delle parole.

Cosa significa?

Significa che è davvero importante abituarsi fin da subito ad essere semplici e precisi.

E’ preferibile, soprattutto all’inizio, evitare lunghe e contorte frasi, e creare quindi periodi brevi, chiari e ben costruiti.

Per darvi un esempio concreto di quello che stiamo affermando, abbiamo scelto per voi alcune regole basilari tratte da un famoso manuale di scrittura creativa, “Scrivere”, edito da Fabbri Editore: vediamole insieme.

Ecco alcuni consigli per uno stile chiaro ed efficace:

1 – Non usare periodi complessi;

2 – Trova sempre la parola giusta;

3 – Usa i verbi in forma attiva;

4 – Alla fine rileggi sempre ad alta voce;

5 – Elimina le ripetizioni;

6 – Riduci le ridondanze (per esempio: “fonte originale”, togli l’aggettivo “originale”, perché la parola “fonte” già lo comprende);

7 – Riduci gli avverbi (semplicemente, brevemente, etc. etc);

8 – Riduci pronomi relativi (di cui, per cui, il quale, la quale, etc. etc);

9 – Scegli sempre verbi semplici (“decidere” e non “prendere una decisione”; “potere” e non “avere l’opportunità”, ect, etc);

10 – Preferisci i verbi ai sostantivi (esempio: la nostra azienda è l’ideale per riprogettare i processi produttivi e non per la riprogettazione dei processi produttivi).

Inoltre è fondamentale scegliere con cura soggetti, verbi, avverbi, aggettivi. Per capirci: è sicuramente più efficace la scelta di pochi aggettivi ben azzeccati, invece di una sterile serie di aggettivi buttati lì senza riflettere, quasi a riempimento di qualcosa che non riusciamo a circoscrivere con poche parole.

Perciò, la parola giusta nel punto giusto in certi casi può davvero rendere maggiormente l’idea di quello che intendiamo esprimere, più di un’intera pagina spesa a spiegare o descrivere il concetto che vogliamo comunicare.

In sintesi: in narrativa, soprattutto all’inizio, è preferibile un linguaggio semplice, chiaro, asciutto (con pochi incisi, poche subordinate e pochi aggettivi) ma ricco a livello visivo, emotivo e sensoriale.

Una descrizione che lavora sul livello emotivo-visivo o sensoriale, permette al lettore di entrare in maggior risonanza con la vostra storia e di partecipare maggiormente agli eventi e alle peripezie dei vostri personaggi.

Perché tutto questo?

Perché fa leva sulla sua immaginazione, e cioè lo fa immergere, calare dentro la situazione, aiutandolo così a vedere e sentire tutto ciò che vivono, e che provano i vostri personaggi.

L’arte della narrazione è, infatti, fortemente legata alla sensorialità. Necessita quindi, di “incarnarsi” in eventi, azioni, descrizioni, dialoghi.

Anche i concetti che vogliamo esprimere tramite il nostro racconto vanno “iniettati”, “nascosti” dentro la “carne” della nostra storia, e non spiegati come se fossero dei trattati o delle tesi.

Afferma il grande Joseph Conrad:

Il compito che mi spetta e che cerco di assolvere è di riuscire, col potere della parola scritta, a farvi udire, a farvi sentire … di riuscire, soprattutto, a farvi vedere

Un altro suggerimento valido per affinare il proprio stile può essere il seguente:

  • è importante lavorare sul “non detto” ed anche sul “mostrare senza dire”, perché, essendo troppo espliciti, rischiamo di togliere sapore e magia al nostro racconto.

Il lettore deve vedere, sentire, partecipare, più che leggere. Infatti, una delle regole fondamentali della scrittura creativa è la seguente: “Show, don’t tell! / Mostra, non dire!

Che significa questo?

Significa che è sicuramente più intrigante ed efficace “mostrare” che un personaggio è timido o che è aggressivo, facendolo comportare e parlare timidamente o in modo aggressivo, piuttosto che dirlo esplicitamente al lettore.

Forse quest’altro esempio sarà più chiaro:

  • è preferibile far capire la conflittualità tra due personaggi al lettore tramite le loro reazioni, le loro dinamiche, il loro comportamento, piuttosto che spiegargliele esplicitamente.

Il lettore deve arrivarci da solo a comprendere i motivi di una certa conflittualità tra due personaggi, dal loro comportamento, dalle loro parole, non dovete spiegargliela voi.

Voi dovete soltanto far agire i personaggi in modo che il lettore riesca a dedurre i motivi di tale conflitto.

In sintesi: il vostro stile deve essere proteso a suscitare emozioni, riflessioni, cercando di far sentire le cose più che spiegarle.

Il lettore non è un bambino, non dovete guidarlo, dovete accompagnarlo gradualmente alla comprensione senza “imboccarlo”.

In definitiva: suscitare una reazione emotiva, facendo vedere come stanno le cose, è molto più efficace che esporle in modo diretto, esplicito ed elaborato, anche perché se ci limitassimo a dire ciò che pensiamo non daremmo vita ad un corpo narrativo, ad un racconto.

Un’opera letteraria non deve descrivere, bensì far sentire, non deve offrire enunciati, come per esempio stiamo facendo noi in questo “manualetto” spiegandovi “questo” e “quello”, bensì deve far sentire, emozionare ed offrire percorsi di crescita nascosti tra le righe.

Per affinare un buon stile dovrete sforzarvi di raccontare una situazione dalla quale emergano gli argomenti che volete trattare e non dirli, né spiegarli.

La scelta delle parole e dei toni giusti diventa fondamentale, perché ogni testo è scritto con un registro linguistico che deve essere omogeneo e coerente per tutta la durata della narrazione.

Ogni autore sceglie il registro linguistico più adatto alle proprie corde, alla storia che sta raccontando, ai personaggi che sta mettendo in scena e alla descrizione degli ambienti.

Lo stile è quindi un atto creativo che consiste proprio nell’essere audaci, nel fare scelte inconsuete, non è una semplice applicazione di nozioni grammaticali e di significati correnti delle parole scelte. Insomma, non è un meccanico assemblaggio di figure narrative consuete.

Arrivederci alla prossima e ultima lezione

Settima lezione – I punti di vista

Così come nella vita reale, in cui ognuno di noi filtra la sua realtà dal proprio punto di vista, anche in letteratura ogni personaggio utilizza una propria personale angolazione per leggere e interpretare il suo mondo.

Ogni essere umano si sente in qualche modo al centro del mondo, ed osserva la vita dalla sua angolazione visiva o punto di vista. È per questo che spesso si afferma che in fondo “tutto è soggettivo”.

Infatti, ognuno di noi filtra gli eventi della propria vita, e del mondo circostante, colorando questi avvenimenti con delle sfumature dettate ogni volta dal proprio punto di osservazione.

Ebbene, per i personaggi di un racconto o di un romanzo è la stessa identica cosa: ognuno di loro filtra gli avvenimenti che deciderete di inserire nella vostra storia con differenti sfumature, emozioni e stati d’animo.

Un buon suggerimento è quello di iniziare subito ad immaginare come cambia una storia conosciuta se si cambia la prospettiva della voce narrante.

È un esercizio davvero utile, sperimentatelo: prendete una storia che conoscete bene, e che amate, e provate ad immaginarla cambiando completamente la prospettiva della voce narrante.

La vostra storia, pur rimanendo logicamente nei tratti principali la stessa, muterà in modo sostanziale. Potrà piacervi di più o piacervi di meno, comunque non sarà più la stessa, come se avesse cambiato identità.

Vi abbiamo suggerito questo esercizio affinché divenga efficace comunicarvi, che un aspetto di primaria importanza a cui bisogna pensare quando si scrive narrativa, è appunto la voce narrante che racconterà la vostra storia, perché questa scelta determinerà lo stile del vostro racconto.

È chiaro adesso che quando vogliamo scrivere una storia occorre decidere da quale punto di vista la racconteremo.

Questa scelta influenzerà molto il risultato finale.

Il delicato compito dell’autore è quello di offrire al lettore una prospettiva di osservazione dalla quale potrà seguire la storia, tramite la scelta e l’utilizzo di un punto di vista o di un altro

È importante comprendere che ogni punto di vista ci mette a disposizione delle possibilità, ma ce ne preclude altre. La stessa storia raccontata da diversi punti di vista non è più la stessa storia.

Detto questo, è facile per voi dedurre che scegliere il punto di vista significa decidere ciò che il lettore sa, e quello che il lettore non sa, e da quale angolazione percepirà la storia.

Ed eccoci alla prima sintesi, è importante perciò scegliere una voce adatta alla storia che si vuole raccontare.

Vediamo adesso quali sono le possibilità per fare tutto ciò.

Esistono due modi principali di raccontare una storia, e quindi, di trasmetterla al lettore: attraverso la voce di un “io” narrante, in prima persona singolare, oppure attraverso quella di un narratore, spesso anonimo, in terza persona singolare.

Entrambe le forme sono usate per scopi precisi, e presentano logicamente vantaggi e svantaggi.

Prima persona singolare.

Dà la sensazione di una storia vera, raccontata direttamente da chi l’ha vissuta. Tramite questo punto di vista bisogna calarsi completamente nella mente del personaggio prescelto, e aderire pienamente alla sua interiorità.

Vantaggi: spontaneità del flusso narrativo, e coinvolgimento emotivo da parte del lettore.

Svantaggi: è un punto di vista limitato, il lettore percepirà, sentirà, e vedrà soltanto ciò che il nostro personaggio farà.

Questo punto di vista può essere eccellente per alcune storie, soprattutto per quelle in cui vogliamo trasmettere un senso di verità, autenticità, e autobiografia, mentre è completamente sbagliato invece per altre.

Terza persona singolare.

Il procedimento contrario a quello appena descritto si verifica in un racconto scritto in terza persona singolare.

Tramite questo punto di vista si può avere una connotazione di neutralità oggettiva, oppure sfumature che la rendono più vicina alle sorti del personaggio principiale, pseudo soggettiva.

Possiamo avere una terza persona o narratore onnisciente, che non è più limitato come il punto di vista precedente, perché permette all’autore di dare qualsiasi tipo di informazione al lettore.

Quindi ci permette di rendere conto al lettore di tutto ciò che avviene nella storia, di quello che sta fuori i personaggi e di quello che accade nella loro interiorità. E’ una sorta di macro occhio che tutto vede e sente.

Questa forma narrativa permette di spaziare liberamente da un personaggio all’altro svelandone i più intimi segreti, di cambiare scena a piacimento, di poter dire tutto di tutti senza le costrizioni dell’io narrante, o della terza persona immersa.

Cos’è la terza persona immersa?

 E’ il punto di vista di cui di parlavamo precedentemente, quello pseudo soggettivo.

Prima di passare alla terza persona immersa, vogliamo comunicarvi una regola importante sul narratore onnisciente:

il narratore onnisciente può essere sia partecipativo, cioè che può entrare nei pensieri, nelle emozioni dei personaggi, sia oggettivo, cioè distaccato.

Se si sceglie di scrivere la storia attraverso un punto di vista oggettivo, cioè narratore distaccato, bisognerà stare attenti a non dire nulla direttamente, lasciando che siano i personaggi a raccontare la storia attraverso le loro azioni. In questo caso, il narratore vede e sente tutto, ma non commenta né entra nei personaggi, si limita a narrare ciò che osserva in modo equilibrato, neutro, distaccato.

L’effetto che tutto ciò sortisce, è quello che il narratore in qualche modo scompare, esiste logicamente, ma non se ne avverte la sua presenza, è come se fosse assente.

Terza persona immersa

Si definisce terza persona immersa o limitata quel punto di vista che si immerge totalmente nel personaggio prescelto, come se la storia fosse in realtà raccontata in prima persona.

E qui, protagonista e narratore coincidono esattamente.

In altre parole, la voce narrante non è grammaticalmente un “io”, ma è talmente immersa nelle azioni, e nei pensieri del protagonista da limitare il punto di vista narrativo a quell’unico personaggio.

In quanto alle connotazioni pseudo soggettive, le immagini delle azioni narrate vengono mostrate principalmente in modo neutro e non filtrato, come si addice alla terza persona singolare, ma allo stesso tempo si avverte che la storia è percepita completamente, e sostanzialmente dal punto di vista del protagonista.

In questo caso, il nostro protagonista è sempre in scena e l’autore descrive, commenta, e segue tutte le sue azioni. Il lettore viene, quindi “immerso” negli obiettivi, e nelle motivazioni dello stesso protagonista.

La scelta di questo punto di vista ci dà la possibilità di autenticità, e di intimità, come la prima persona singolare, ma ci offre anche degli strumenti che appartengono alla terza persona singolare, soprattutto nelle descrizioni.

Quindi, ci permette un maggior spazio d’azione, anche se, come la prima persona singolare, ha un limite, e questo limite consiste nel fatto che il lettore fin dall’inizio, è consapevole che del protagonista non potrà mai conoscere più di quanto non sappia l’io narrante.

Comunque, approfondiremo in seguito ogni punto di vista nei dettagli, quello che ci interessa trasmettervi adesso è il seguente: è fondamentale che vi facciate delle domande per scegliere la giusta voce narrante per il vostro racconto, e cioè:

Qual è il punto di vista migliore per raccontare questa storia? E perché quello? E cosa mi offre e cosa non mi offre?

Qual è l’angolazione più adatta per ottenere un risultato efficace? E qual è il tipo di atmosfera che desidero evocare?

Che cosa voglio far sapere al lettore? E qual è il linguaggio più adatto per farglielo sapere?

Infatti, il punto di vista è anche un fattore linguistico e non soltanto grammaticale. Scegliere di raccontare una storia in un determinato stile implica una percezione di quella storia differente da quella che avremmo, se la stessa identica storia venisse narrata con un altro stile.

Inoltre, anche se non l’approfondiremo in queste lezioni, vi informiamo che esistono altre possibilità di utilizzo del punto di vista:

Quella in prima persona plurale, e quello in seconda persona singola e plurale.

Nella prima persona plurale c’è un noi narrante che esprime logicamente l’idea del gruppo, mentre scrivere un racconto, o addirittura un romanzo in seconda persona plurale o singolare, e cioè in tu o in voi, è davvero estremamente complicato.

Significa rivolgersi continuamente ad un personaggio, permettendo al lettore di condividerne le vicende e di sentirlo molto vicino, ma significa anche rivolgersi talvolta direttamente al lettore.

Un’ultima informazione: normalmente il punto di vista non cambia durante il racconto, ma anche questa non è una regola fissa.

Per esempio, esiste una particolare struttura narrativa, denominata “focalizzazione interna multipla”, dove la storia viene raccontata dai diversi punti di vista dei vari personaggi.

In questo caso occorre fare molta attenzione al linguaggio, anche perché dovrà essere assolutamente coerente con la personalità di ogni personaggio che man mano narrerà la storia.

Se si sceglie, quindi, di utilizzare un punto di vista multiplo occorrerà ogni volta narrare con gli occhi, ma soprattutto con le parole (la voce) del personaggio prescelto, affinché la loro modalità espressiva, cioè dei diversi personaggi, non risulti uguale, e quindi poco significativa.

Ci sono tante possibilità per narrare la vostra storia, direi infinite, e come nella vita non vi resta che scegliere il punto di vista più adatto per osservare il vostro racconto.

'O ssaje comme fa 'o core….

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