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Il racconto Fantasy

INDICAZIONI PER SCRIVERE UN RACCONTO FANTASY
– Stabilire l’epoca in cui ambientare la vicenda: in un lontano passato o in un lontano futuro
– Definire il luogo o i luoghi immaginari, fantastici, in cui si svolgerà la vicenda
– Stabilire quanti e quali personaggi (positivi e negativi) animeranno la vicenda. Fra i vari personaggi occorre individuare: l’eroe protagonista, stabilendone le caratteristiche fisiche, morali e comportamentali, l’aiutante e l’antagonista
TEMI TIPICI DELLA FANTASY
– la magia che condiziona tutti gli avvenimenti
– la lotta fra il Bene e il Male
– il viaggio verso il luogo predestinato
– la ricerca di un oggetto prezioso o magico, simbolo di grandi valori, da cui dipende la salvezza di un personaggio o di una collettività
– il riconoscimento: un personaggio in incognito rivela la sua vera identità, oppure all’eroe protagonista viene rivelata la sua vera identità e origine
– la riconquista del poter da parte dell’eroe protagonista o di un altro personaggio
ARTICOLAZIONE DELLA TRAMA
– situazione iniziale (problematica)
– situazione intermedia (inserire viaggi, lotte, guerre, duelli fra protagonista e antagonista, ostacoli, prove da superare, elementi magici ecc…)
– situazione finale (prevedere la vittoria dell’eroe protagonista, paladino del Bene, contro le forze del Male)
ASPETTI LINGUISTICI E STILISTICI
– usare la narrazione in terza persona
– usare un linguaggio ricco di nomi fantasiosi ed immagini retoriche come metafore e similitudini
– fare descrizioni particolareggiate di luoghi, ambienti, personaggi in modo da cerare certe atmosfere
– creare azioni movimentate e dettagliate ricche di suspense e colpi di scena
LA FANTASY MODERNA
La fantasy è fondamentalmente una narrazione ambientata in mondi immaginari, abitati da esseri strani, creature fiabesche, eroi coraggiosi e intrepidi e che riserva ampio spazio al magico e al soprannaturale. Non si tratta però di una narrazione di pura evasione, poiché intende sottolineare l’importanza dei valori quali: l’onestà, la lealtà, la perseveranza, il senso di giustizia nell’eterna lotta tra il bene e il male.
I miti nordici e soprattutto le storie del Medioevo cavalleresco, in particolare quelle di re Artù e dei cavalieri della tavola Rotonda hanno suggestionato l’immaginario dei romanzi fantasy.
Filiamo Morris, scrittore inglese dell’Ottocento, , è considerato l’autore delle prime opere moderne di heroic fantasy (fantasy eroica). Dopo di lui, altri scrittori si sono dedicati alla fantasy, ma è stato senza dubbio lo scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) a decretare la fortuna del genere con il romanzo Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro e con la trilogia Il Signore degli Anelli.
LO HOBBIT E LA RICONQUISTA DEL TESORO
Si tratta di un’opera fantasy ambientata in un Medioevo fantastico, dall’intreccio complesso, ricco di elementi magici, fiabeschi, il cui tema conduttore è la lotta tra le forze del bene e le forze del male. Paladini del bene sono gli gobbi, piccoli esseri non più alti di un metro, molto saggi e amanti della quiete domestica ma capaci, in caso di necessità, di imprese eroiche. Lo gobbi Bilbo Baggins, in compagnia del mago Gandalf e dei tredici nani, parte alla ricerca di un tesoro rubato a questi ultimi, nascosto nelle Terre selvagge e custodito da Smaug, un crudele drago. Il viaggio si rivela molto difficile e pericoloso fra gole, foreste incantate e minacciose montagne. Bilbo si scoprirà capace di affrontare prodigi e orrori, il suo premio finale, in quanto rappresentante del bene, non sarà tanto quello di aver recuperato il tesoro, ma di aver acquisito maturità e saggezza. Da questa magica avventura Bilbo tornerà a casa con un anello magico dagli ignoti poteri, il cui valore e mistero verranno svelati nella famosa saga fantasy: Il Signore degli Anelli.
Altri autori famosi di fantasy sono:
R. E. Howard che raccontò le storie di eroiche di Conan il barbaro.
Terry Brooks, noto per i suoi numerosi romanzi ripartiti in cicli: il ciclo di Shannara.
Michel Ende, noto per il suo romanzo La storia infinita.
J.K. Rowlin, nota per il personaggio di Harry Potter.
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La metafora: natura dinamica del pensiero

Sempre dal sito di Salotto letterario virtuale:

http://salottovirtuale.altervista.org/index.html

voglio condividere questo articolo molto interessante. Buona lettura

Quando si parla di metafora ci si riferisce ad una figura retorica in cui è prevista una trasposizione, un mero trasferimento di significato. Concettualmente differente dalla similitudine — introdotta da avverbio o locuzione avverbiale — essa parte da un’immagine mentale e si formata da segni e simboli. Il segno è qualcosa di sociale, è convenzionale, mentre il simbolo è più privato. ESEMPIO:

– Segno: acqua, a-c-q-u-a

– Simbolo: mare, bottiglia, salata (associazione libera di pensiero)

Parlando di metafore, si deve partire dai luoghi d’intersezione tra significato e pensiero, ovvero le parole. Queste ultime, per la loro natura grammaticale, possono essere:

 Polisemiche, ovvero parole che hanno più significati: collo (il collo del piede, il collo della bottiglia), radice (radice di un albero, radice dei capelli, radice del dente), pesca (a seconda di come viene utilizzato l’accento la parola pesca può riferirsi al frutto oppure allo sport) e così via;

 Monosemantiche, ovvero parole che hanno un solo significato: computer, pupazzo, casa e così via.

Questo ultimo tipo di parole — ovvero quelle monosemantiche — possono assumere diversi significati a seconda del contesto in cui vengono inserite, andando a formare, appunto, le metafore che possono essere definite come:

 Metafore morte: sono quel tipo di metafore ormai entrate nel linguaggio comune, che hanno perso la loro carica emotiva, il loro surplus di significato; tali tipi di metafore, a volte, non sono più considerate come tali; (es. Piemonte  ai piedi del monte)

 Metafore vive: sono quel tipo di metafore che siamo in grado di creare in ogni singolo momento e che hanno una gran carica e un gran surplus di significato; grazie a tali metafore è anche possibile capire la vera natura di qualcun altro, ci dà modo di concepire il proprio e l’altrui modo di pensare.

La metafora è qualcosa di creativo, è un continui accostamento della nostra vita ad immagini comuni e propri richiami della mente. Si può accostare il mare alla nostra vita, il cielo ad una persona, un fiore ad una persona delicata, un sapore ad un amico e così via. Alcuni esempi di metafora:

 Scrivere a zampe di gallina  Scarabocchiare, scrivere in malo modo

 Sei un coniglio  Sei un codardo

 Hai un cervello da formica!  La tua intelligenza è limitata

La metafora nella storia

Dal punto di vista letterale ci si chiede perché le metafore siano così importanti; basta ripercorrere alcune tappe piuttosto rilevanti della nostra storia.

Siamo negli anni successivi al 330 d.C. quando il famoso Aristotele scrive “Retorica” e, a proposito degli schiavi, scrive:

“Non è bene che gli schiavi usino metafore”

A quel tempo la schiavitù era considerata giusta, era considerata come qualcosa di importante e scontato, e gli schiavi erano coloro che smuovevano l’economia. Aristotele, dal canto suo, non voleva di certo mettere in dubbio la figura delle schiavo, e non voleva liberarli dalla loro condizione. Affermava solo che gli schiavi, per essere tali, e per svolgere il loro “lavoro” nel migliore dei modi, non dovevano avere pensieri, non dovevano pensare a nulla se non a quello che facevano, né tantomeno pensare ad un modo che potesse liberarli dalla loro situazione. Per loro la metafora non sarebbe stata nient’altro che qualcosa che li avrebbe liberati, che li avrebbe trasportati da una dimensione ad un’altra, dal loro contesto di riferimento (quello di essere schiavi) ad un altro (quello di essere uomini liberi). La metafora era per loro (e per chiunque) una continua ricerca alla libertà interiore. Se gli schiavi avessero usato delle metafore sarebbero diventati cattivi schiavi. Quando l’argomento metafora fu ripreso nel 1700 (ca.) da Vico, egli affermò che ogni metafora è una “piccola favoletta”, l’unità minima di ogni storia; quindi, per avere una storia, non dobbiamo far altro che mettere insieme un numero illimitato di metafore. Viene ad introdursi così il rapporto tra metafore e storie, successivamente ripreso da Bruner all’incirca nella seconda metà del 1900. Egli scrisse dei testi sull’identità e sulla narrazione personali, introducendo la figura dello scrittore, colui che vede la realtà al congiuntivo, ovvero il modo della possibilità. Lo scrittore è colui che, continuamente, può cambiare la realtà, vedendo quest’ultima secondo le diverse possibilità che vengono offerte dalla realtà, per trarne continui spunti per costruire storie diverse, anche uguali ma raccontate da diversi punti di vista. Dove c’è possibilità c’è cambiamento, e dove c’è cambiamento, c’è di base una metafora. La metafora, quindi, non è nient’altro che un continuo cambiamento relazionale intrapersonale (relazione con sé stessi) e interpersonale (relazione con gli altri). Se cambiano le relazioni, alla base di qualsiasi rapporto e comunicazione umana, cambia anche il contesto in cui tale relazione viene a formarsi e tale cambiamento è apportato da ciò che nella vita umana è flessibile e dinamico, ovvero il pensiero. Con il pensiero possiamo arrivare dove vogliamo e in qualsiasi momento, e con la metafora possiamo esprimere ciò che è più profondo in noi stessi. Solitamente, in ambito letterario, non ci si rende conto di scrivere e pensare metafore, eppure sono sempre presenti nella nostra vita.

Personalmente, nel momento in cui mi è stato chiesto: “Descrivi questo momento della tua vita con una metafora”, questo è quello che è venuto fuori:

“Io sono il sole d’autunno. Mi sveglio la mattina presto, e sono quasi sempre assonnata; non scaldo tutti, perché la foschia mattutina non me lo permette, ma se riesci a trovare un posto in cui la foschia non c’è posso riscaldarti anche più del sole d’agosto, perché non sarà di certo la foschia a fermarmi, ora. A mezzogiorno il sole è passato, e anche la foschia; a quest’ora sono piena di vita, riscaldo tutti e non faccio ombra a nessuno. Il mio pomeriggio dura poco, perché l’inverno porta freddo, sia dentro che fuori. Lascio presto il posto a chi si sente un po’ come la luna, a chi, a differenza mia si lascia illuminare e non illumina. Quando penso che mi sto spegnendo, penso anche che è solo per oggi: domani tornerà ad offuscarmi la foschia, non farò ombra più a nessuno e lascerò di nuovo il posto a qualcun altro, dopo che per tutta la notte ho continuato, anche involontariamente, ad illuminare.”

Scatenate la vostra fantasia e la vostra creatività e descrivete anche voi la vostra vita, o questo momento della vostra vita con una metafora, potrebbe essere un ottimo esercizio!

Decima lezione – Il finale

Partiamo dicendo che, come si usa dire di coloro che colgono le occasioni che si trovano al momento giusto nel posto giusto, ecco, un buon finale è quello che chiude la nostra storia al momento giusto e nel modo giusto.

Un buon finale è strettamente connesso al tipo di storia che stiamo narrando, perciò è molto difficile parlare di finale in senso generico.

Possiamo però tentare in questa breve lezione di individuarne alcune caratteristiche.

Iniziamo col dire che scrivere un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio e che esistono diversi tipi di finale a seconda della storia che stiamo scrivendo.

Una tipologia usuale di finali, per esempio, riguarda quelli che al termine della storia ristabiliscono un equilibrio e cioè una normalità che era stata in qualche modo interrotta.

Un atto che crea disordine nella realtà quotidiana, è la rottura di un equilibrio che deve essere ristabilito, questa tipologia di finali ripristina, appunto, equilibrio e ordine dopo le varie peripezie vissute dai nostri personaggi.

Possiamo avere un finale in cui la natura o la situazione dei personaggi vengono in qualche modo migliorate rispetto all’inizio della storia, oppure, viceversa, peggiorate e quindi: finali con un andamento evolutivo oppure con un andamento involutivo.

Comunque, in un caso o nell’altro, il finale prescelto deve contenere un forte significato che doni senso al nostro testo nella sua totalità, che in qualche modo magnifichi e rafforzi il contenuto della nostra storia.

E’ importante sottolineare che nell’infinita varietà di storie possibili non è obbligatorio che un finale sia una chiara e limpida soluzione della situazione della nostra storia, né che le parole finali debbano tradursi in una conclusione fatta e finita.

Ci sono, infatti, molti scrittori che preferiscono finire le loro storie con i puntini di sospensione invece che con un punto.

Si possono, infatti, avere dei finali aperti, dove le storie volutamente sono prive di una conclusione nel senso tradizionale del termine, oppure dei finali chiusi, dove, invece, viceversa, la conclusione è chiara e netta.

Nei finali aperti si tende a terminare la storia, appunto, senza una conclusione vera e propria e si lascia il lettore nell’incertezza, perché il senso della narrazione appare incompiuto o indefinibile.

Nei finali chiusi invece il conflitto della nostra situazione viene risolto oppure non risolto ma tutto in modo chiaro e definitivo.

Vediamo adesso un’altra distinzione importante.

Sia i finali chiusi che quelli aperti possono essere o “lineari” oppure “circolari”,

 FINALE LINEARE: la storia si muove in avanti e raggiunge il climax (momento di massima tensione) in un punto lontano da quello in cui è iniziata, quindi, in qualche modo, si può dire che dall’inizio alla fine della storia c’è spazio, c’è distanza

 FINALE CIRCOLARE: la storia curva su se stessa e termina esattamente nel punto dov’era iniziata, in un luogo simile o strettamente legato a quello originario.

In sintesi:

 il finale lineare è consigliabile se si preferisce realizzare un crescendo che punta ad un climax emozionante, dirompente e risolutivo.

 Mentre se il nostro intento è quello di una soluzione più riflessiva e sfumata e cioè meno esplosiva e concitata, è meglio puntare sul finale circolare.

Ci preme, per correttezza, ribadire che ogni storia deve avere il suo preciso, specifico finale.

Detto questo, possiamo affermare che nel finale lineare l’azione si arresta dopo il climax e non rimangono nodi da sciogliere, mentre nel finale circolare si fissa maggiormente l’attenzione sui contrasti, per esempio: tra passato e presente, mostrando cambiamenti sopravvenuti nei personaggi attraverso il confronto di luoghi, situazioni o atteggiamenti.

In questo caso, si possono rimandare al dénouement (conclusione) gli eventuali nodi ancora da sciogliere, evitando comunque troppe esitazioni o di tirarla troppo per le lunghe.

Comunque, anche questo è relativo, perché va visto di storia in storia. Per esempio, ci sono anche delle storie dove lo scioglimento consiste proprio nel non sciogliere i nodi.

Sì, ne siamo consapevoli, adesso ci sarebbe bisogno di alcuni esempi pratici, concreti, per capire quello che stiamo trattando teoricamente, però sapete anche che queste sono piccole lezioni introduttive e che la loro funzione è esclusivamente quella di introdurvi agli argomenti della scrittura creativa, quindi se volete approfondire lo farete in seguito, seguendo alcuni piccoli racconti che posteremo nel tempo.

Infatti, l’obiettivo di questi nostri veloci assaggi è stato quello di rendervi consapevoli, che se in futuro volete scrivere un romanzo o un racconto senza disperdere troppo tempo ed energie, sarà molto saggio da parte vostra procurarvi gli strumenti e le tecniche per farlo bene fin da subito, ma se pazienterete proveremo a illuminarvi con altri “saggi” narrativi.

Tornando al nostro finale, quello che è fondamentale è il seguente: al di là del finale prescelto, il nostro finale deve dare un senso all’esperienza di lettura del testo, alla sua conclusione, e cioè: deve dare un’impronta e una chiave di lettura a tutto ciò che lo precede.

Ma desideriamo spiegarvi con maggior precisione:

il finale deve offrire un punto di vista che sovrasta la storia, cioè un punto di vista da cui tutti gli elementi precedenti possano essere colti in retrospettiva come parti significative di un insieme.

Tutto ciò vale anche quando lo scopo dell’autore è proprio di illustrare l’impossibilità di creare un insieme significativo.

Concludiamo illustrando alcuni errori di evitare:

  1. chiudere troppo in fretta la storia;

  2. prolungare troppo la chiusura della nostra storia.

Riguardo al chiuderla troppo in fretta, potrebbe capitare che un finale precipitoso può distruggere una buona trama, e una buona narrazione. Infatti, se si cerca di arrivare in modo superficiale e troppo velocemente al finale, magari tramite un qualche strabiliante effetto che vuol sorprendere il lettore, questo tipo di finale lascerà insoddisfatto il nostro lettore, perché avvertirà di trovarsi davanti ad un’opera realizzata frettolosamente e, nella maggioranza dei casi, si sentirà anche preso in giro.

Al contrario: prolungare troppo la chiusura, può annoiare a morte il nostro lettore, e dargli l’impressione che l’autore non sappia bene come concludere la sua storia, che in qualche modo sia incerto, indeciso e per questo motivo gli stia sottoponendo una lunga serie di noiosi riempitivi e digressioni.

Un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio, e il famoso aforisma “il tutto è maggiore della somma delle parti” è proprio il suggerimento ideale da tenere presente per poter scrivere un finale efficace e significativo.

Un buon finale deve offrire un punto di vista più alto da cui guardare la storia, e cioè: un punto di vista da cui tutti gli elementi utilizzati per creare il racconto possano essere colti come parti preziose insostituibili di un insieme, di un unico cerchio che con il finale ha avuto appunto la sua quadratura.

Il nostro consiglio, dopo aver seguito queste dieci lezioni, è quello di cominciare a scrivere le vostre storie, fare tesoro di queste “basi” da noi illustrate, e continuare a seguirci.

Per nessuna parte di un romanzo dovrebbe esserci un senso di inevitabilità più forte che per il suo finale, qualunque esitazione, qualunque errore nel raccogliere tutte le fila dimostrano che l’autore non ha lasciato maturare il soggetto nella sua mente

Edith Wharton

Nona lezione – Lo stile

Partiamo dicendo che è molto importante tentare di esprimerci con uno stile scorrevole, efficace e possibilmente originale, perché una narrazione avvincente può davvero essere irrimediabilmente compromessa proprio dalla forma stilistica con la quale scegliamo di raccontarla.

Ma cos’è lo stile? Certo non è semplice definirlo.

Vediamo come lo descrive il vocabolario Zingarelli:

qualità dell’espressione risultante dalla scelta degli elementi linguistici che l’individuo compie in circostanze determinate deviando dall’uso corrente”.

Si parla quindi, di stile in narrativa, quando abbiamo a che fare con gli elementi linguistici della scrittura, dunque: con la scelta delle singole parole ed il loro accostamento all’interno delle frasi ed anche con la lunghezza delle frasi utilizzate nei periodi che compongono le nostre scene o i nostri capitoli.

La scelta di questi elementi linguistici è una decisione talmente personale e soggettiva dell’autore che rende veramente spinoso e complicato parlare di questo argomento.

Infatti, molti affermano che lo stile a differenza delle tecniche di scrittura non si insegna, ed in parte hanno ragione. Ma lo si può certamente scoprire, coltivare, migliorare ed affinare, ma tutto ciò richiede entusiasmo, passione, impegno ed allenamento.

Una modalità suggerita da grandi autori e maestri di scrittura creativa per coltivare e scoprire qual è il nostro stile personale è quella di soffermarsi a riflettere su qual è l’autore che “stilisticamente” ci piace di più, e con il quale sentiamo maggiori affinità.

E’ un esercizio veramente importante, fondamentale, basilare, perché ci obbliga a riflettere su quali sono i motivi per cui ci piace lo stile di quell’autore, ed anche sul perché ci piacerebbe scrivere come lui, è quindi una buona base di partenza per iniziare a capire in quale direzione muoverci.

Un altro buon suggerimento per affinare uno stile scorrevole ed efficace, è quello di procedere per sottrazione, economizzando la scelta delle parole.

Cosa significa?

Significa che è davvero importante abituarsi fin da subito ad essere semplici e precisi.

E’ preferibile, soprattutto all’inizio, evitare lunghe e contorte frasi, e creare quindi periodi brevi, chiari e ben costruiti.

Per darvi un esempio concreto di quello che stiamo affermando, abbiamo scelto per voi alcune regole basilari tratte da un famoso manuale di scrittura creativa, “Scrivere”, edito da Fabbri Editore: vediamole insieme.

Ecco alcuni consigli per uno stile chiaro ed efficace:

1 – Non usare periodi complessi;

2 – Trova sempre la parola giusta;

3 – Usa i verbi in forma attiva;

4 – Alla fine rileggi sempre ad alta voce;

5 – Elimina le ripetizioni;

6 – Riduci le ridondanze (per esempio: “fonte originale”, togli l’aggettivo “originale”, perché la parola “fonte” già lo comprende);

7 – Riduci gli avverbi (semplicemente, brevemente, etc. etc);

8 – Riduci pronomi relativi (di cui, per cui, il quale, la quale, etc. etc);

9 – Scegli sempre verbi semplici (“decidere” e non “prendere una decisione”; “potere” e non “avere l’opportunità”, ect, etc);

10 – Preferisci i verbi ai sostantivi (esempio: la nostra azienda è l’ideale per riprogettare i processi produttivi e non per la riprogettazione dei processi produttivi).

Inoltre è fondamentale scegliere con cura soggetti, verbi, avverbi, aggettivi. Per capirci: è sicuramente più efficace la scelta di pochi aggettivi ben azzeccati, invece di una sterile serie di aggettivi buttati lì senza riflettere, quasi a riempimento di qualcosa che non riusciamo a circoscrivere con poche parole.

Perciò, la parola giusta nel punto giusto in certi casi può davvero rendere maggiormente l’idea di quello che intendiamo esprimere, più di un’intera pagina spesa a spiegare o descrivere il concetto che vogliamo comunicare.

In sintesi: in narrativa, soprattutto all’inizio, è preferibile un linguaggio semplice, chiaro, asciutto (con pochi incisi, poche subordinate e pochi aggettivi) ma ricco a livello visivo, emotivo e sensoriale.

Una descrizione che lavora sul livello emotivo-visivo o sensoriale, permette al lettore di entrare in maggior risonanza con la vostra storia e di partecipare maggiormente agli eventi e alle peripezie dei vostri personaggi.

Perché tutto questo?

Perché fa leva sulla sua immaginazione, e cioè lo fa immergere, calare dentro la situazione, aiutandolo così a vedere e sentire tutto ciò che vivono, e che provano i vostri personaggi.

L’arte della narrazione è, infatti, fortemente legata alla sensorialità. Necessita quindi, di “incarnarsi” in eventi, azioni, descrizioni, dialoghi.

Anche i concetti che vogliamo esprimere tramite il nostro racconto vanno “iniettati”, “nascosti” dentro la “carne” della nostra storia, e non spiegati come se fossero dei trattati o delle tesi.

Afferma il grande Joseph Conrad:

Il compito che mi spetta e che cerco di assolvere è di riuscire, col potere della parola scritta, a farvi udire, a farvi sentire … di riuscire, soprattutto, a farvi vedere

Un altro suggerimento valido per affinare il proprio stile può essere il seguente:

  • è importante lavorare sul “non detto” ed anche sul “mostrare senza dire”, perché, essendo troppo espliciti, rischiamo di togliere sapore e magia al nostro racconto.

Il lettore deve vedere, sentire, partecipare, più che leggere. Infatti, una delle regole fondamentali della scrittura creativa è la seguente: “Show, don’t tell! / Mostra, non dire!

Che significa questo?

Significa che è sicuramente più intrigante ed efficace “mostrare” che un personaggio è timido o che è aggressivo, facendolo comportare e parlare timidamente o in modo aggressivo, piuttosto che dirlo esplicitamente al lettore.

Forse quest’altro esempio sarà più chiaro:

  • è preferibile far capire la conflittualità tra due personaggi al lettore tramite le loro reazioni, le loro dinamiche, il loro comportamento, piuttosto che spiegargliele esplicitamente.

Il lettore deve arrivarci da solo a comprendere i motivi di una certa conflittualità tra due personaggi, dal loro comportamento, dalle loro parole, non dovete spiegargliela voi.

Voi dovete soltanto far agire i personaggi in modo che il lettore riesca a dedurre i motivi di tale conflitto.

In sintesi: il vostro stile deve essere proteso a suscitare emozioni, riflessioni, cercando di far sentire le cose più che spiegarle.

Il lettore non è un bambino, non dovete guidarlo, dovete accompagnarlo gradualmente alla comprensione senza “imboccarlo”.

In definitiva: suscitare una reazione emotiva, facendo vedere come stanno le cose, è molto più efficace che esporle in modo diretto, esplicito ed elaborato, anche perché se ci limitassimo a dire ciò che pensiamo non daremmo vita ad un corpo narrativo, ad un racconto.

Un’opera letteraria non deve descrivere, bensì far sentire, non deve offrire enunciati, come per esempio stiamo facendo noi in questo “manualetto” spiegandovi “questo” e “quello”, bensì deve far sentire, emozionare ed offrire percorsi di crescita nascosti tra le righe.

Per affinare un buon stile dovrete sforzarvi di raccontare una situazione dalla quale emergano gli argomenti che volete trattare e non dirli, né spiegarli.

La scelta delle parole e dei toni giusti diventa fondamentale, perché ogni testo è scritto con un registro linguistico che deve essere omogeneo e coerente per tutta la durata della narrazione.

Ogni autore sceglie il registro linguistico più adatto alle proprie corde, alla storia che sta raccontando, ai personaggi che sta mettendo in scena e alla descrizione degli ambienti.

Lo stile è quindi un atto creativo che consiste proprio nell’essere audaci, nel fare scelte inconsuete, non è una semplice applicazione di nozioni grammaticali e di significati correnti delle parole scelte. Insomma, non è un meccanico assemblaggio di figure narrative consuete.

Arrivederci alla prossima e ultima lezione

Settima lezione – I punti di vista

Così come nella vita reale, in cui ognuno di noi filtra la sua realtà dal proprio punto di vista, anche in letteratura ogni personaggio utilizza una propria personale angolazione per leggere e interpretare il suo mondo.

Ogni essere umano si sente in qualche modo al centro del mondo, ed osserva la vita dalla sua angolazione visiva o punto di vista. È per questo che spesso si afferma che in fondo “tutto è soggettivo”.

Infatti, ognuno di noi filtra gli eventi della propria vita, e del mondo circostante, colorando questi avvenimenti con delle sfumature dettate ogni volta dal proprio punto di osservazione.

Ebbene, per i personaggi di un racconto o di un romanzo è la stessa identica cosa: ognuno di loro filtra gli avvenimenti che deciderete di inserire nella vostra storia con differenti sfumature, emozioni e stati d’animo.

Un buon suggerimento è quello di iniziare subito ad immaginare come cambia una storia conosciuta se si cambia la prospettiva della voce narrante.

È un esercizio davvero utile, sperimentatelo: prendete una storia che conoscete bene, e che amate, e provate ad immaginarla cambiando completamente la prospettiva della voce narrante.

La vostra storia, pur rimanendo logicamente nei tratti principali la stessa, muterà in modo sostanziale. Potrà piacervi di più o piacervi di meno, comunque non sarà più la stessa, come se avesse cambiato identità.

Vi abbiamo suggerito questo esercizio affinché divenga efficace comunicarvi, che un aspetto di primaria importanza a cui bisogna pensare quando si scrive narrativa, è appunto la voce narrante che racconterà la vostra storia, perché questa scelta determinerà lo stile del vostro racconto.

È chiaro adesso che quando vogliamo scrivere una storia occorre decidere da quale punto di vista la racconteremo.

Questa scelta influenzerà molto il risultato finale.

Il delicato compito dell’autore è quello di offrire al lettore una prospettiva di osservazione dalla quale potrà seguire la storia, tramite la scelta e l’utilizzo di un punto di vista o di un altro

È importante comprendere che ogni punto di vista ci mette a disposizione delle possibilità, ma ce ne preclude altre. La stessa storia raccontata da diversi punti di vista non è più la stessa storia.

Detto questo, è facile per voi dedurre che scegliere il punto di vista significa decidere ciò che il lettore sa, e quello che il lettore non sa, e da quale angolazione percepirà la storia.

Ed eccoci alla prima sintesi, è importante perciò scegliere una voce adatta alla storia che si vuole raccontare.

Vediamo adesso quali sono le possibilità per fare tutto ciò.

Esistono due modi principali di raccontare una storia, e quindi, di trasmetterla al lettore: attraverso la voce di un “io” narrante, in prima persona singolare, oppure attraverso quella di un narratore, spesso anonimo, in terza persona singolare.

Entrambe le forme sono usate per scopi precisi, e presentano logicamente vantaggi e svantaggi.

Prima persona singolare.

Dà la sensazione di una storia vera, raccontata direttamente da chi l’ha vissuta. Tramite questo punto di vista bisogna calarsi completamente nella mente del personaggio prescelto, e aderire pienamente alla sua interiorità.

Vantaggi: spontaneità del flusso narrativo, e coinvolgimento emotivo da parte del lettore.

Svantaggi: è un punto di vista limitato, il lettore percepirà, sentirà, e vedrà soltanto ciò che il nostro personaggio farà.

Questo punto di vista può essere eccellente per alcune storie, soprattutto per quelle in cui vogliamo trasmettere un senso di verità, autenticità, e autobiografia, mentre è completamente sbagliato invece per altre.

Terza persona singolare.

Il procedimento contrario a quello appena descritto si verifica in un racconto scritto in terza persona singolare.

Tramite questo punto di vista si può avere una connotazione di neutralità oggettiva, oppure sfumature che la rendono più vicina alle sorti del personaggio principiale, pseudo soggettiva.

Possiamo avere una terza persona o narratore onnisciente, che non è più limitato come il punto di vista precedente, perché permette all’autore di dare qualsiasi tipo di informazione al lettore.

Quindi ci permette di rendere conto al lettore di tutto ciò che avviene nella storia, di quello che sta fuori i personaggi e di quello che accade nella loro interiorità. E’ una sorta di macro occhio che tutto vede e sente.

Questa forma narrativa permette di spaziare liberamente da un personaggio all’altro svelandone i più intimi segreti, di cambiare scena a piacimento, di poter dire tutto di tutti senza le costrizioni dell’io narrante, o della terza persona immersa.

Cos’è la terza persona immersa?

 E’ il punto di vista di cui di parlavamo precedentemente, quello pseudo soggettivo.

Prima di passare alla terza persona immersa, vogliamo comunicarvi una regola importante sul narratore onnisciente:

il narratore onnisciente può essere sia partecipativo, cioè che può entrare nei pensieri, nelle emozioni dei personaggi, sia oggettivo, cioè distaccato.

Se si sceglie di scrivere la storia attraverso un punto di vista oggettivo, cioè narratore distaccato, bisognerà stare attenti a non dire nulla direttamente, lasciando che siano i personaggi a raccontare la storia attraverso le loro azioni. In questo caso, il narratore vede e sente tutto, ma non commenta né entra nei personaggi, si limita a narrare ciò che osserva in modo equilibrato, neutro, distaccato.

L’effetto che tutto ciò sortisce, è quello che il narratore in qualche modo scompare, esiste logicamente, ma non se ne avverte la sua presenza, è come se fosse assente.

Terza persona immersa

Si definisce terza persona immersa o limitata quel punto di vista che si immerge totalmente nel personaggio prescelto, come se la storia fosse in realtà raccontata in prima persona.

E qui, protagonista e narratore coincidono esattamente.

In altre parole, la voce narrante non è grammaticalmente un “io”, ma è talmente immersa nelle azioni, e nei pensieri del protagonista da limitare il punto di vista narrativo a quell’unico personaggio.

In quanto alle connotazioni pseudo soggettive, le immagini delle azioni narrate vengono mostrate principalmente in modo neutro e non filtrato, come si addice alla terza persona singolare, ma allo stesso tempo si avverte che la storia è percepita completamente, e sostanzialmente dal punto di vista del protagonista.

In questo caso, il nostro protagonista è sempre in scena e l’autore descrive, commenta, e segue tutte le sue azioni. Il lettore viene, quindi “immerso” negli obiettivi, e nelle motivazioni dello stesso protagonista.

La scelta di questo punto di vista ci dà la possibilità di autenticità, e di intimità, come la prima persona singolare, ma ci offre anche degli strumenti che appartengono alla terza persona singolare, soprattutto nelle descrizioni.

Quindi, ci permette un maggior spazio d’azione, anche se, come la prima persona singolare, ha un limite, e questo limite consiste nel fatto che il lettore fin dall’inizio, è consapevole che del protagonista non potrà mai conoscere più di quanto non sappia l’io narrante.

Comunque, approfondiremo in seguito ogni punto di vista nei dettagli, quello che ci interessa trasmettervi adesso è il seguente: è fondamentale che vi facciate delle domande per scegliere la giusta voce narrante per il vostro racconto, e cioè:

Qual è il punto di vista migliore per raccontare questa storia? E perché quello? E cosa mi offre e cosa non mi offre?

Qual è l’angolazione più adatta per ottenere un risultato efficace? E qual è il tipo di atmosfera che desidero evocare?

Che cosa voglio far sapere al lettore? E qual è il linguaggio più adatto per farglielo sapere?

Infatti, il punto di vista è anche un fattore linguistico e non soltanto grammaticale. Scegliere di raccontare una storia in un determinato stile implica una percezione di quella storia differente da quella che avremmo, se la stessa identica storia venisse narrata con un altro stile.

Inoltre, anche se non l’approfondiremo in queste lezioni, vi informiamo che esistono altre possibilità di utilizzo del punto di vista:

Quella in prima persona plurale, e quello in seconda persona singola e plurale.

Nella prima persona plurale c’è un noi narrante che esprime logicamente l’idea del gruppo, mentre scrivere un racconto, o addirittura un romanzo in seconda persona plurale o singolare, e cioè in tu o in voi, è davvero estremamente complicato.

Significa rivolgersi continuamente ad un personaggio, permettendo al lettore di condividerne le vicende e di sentirlo molto vicino, ma significa anche rivolgersi talvolta direttamente al lettore.

Un’ultima informazione: normalmente il punto di vista non cambia durante il racconto, ma anche questa non è una regola fissa.

Per esempio, esiste una particolare struttura narrativa, denominata “focalizzazione interna multipla”, dove la storia viene raccontata dai diversi punti di vista dei vari personaggi.

In questo caso occorre fare molta attenzione al linguaggio, anche perché dovrà essere assolutamente coerente con la personalità di ogni personaggio che man mano narrerà la storia.

Se si sceglie, quindi, di utilizzare un punto di vista multiplo occorrerà ogni volta narrare con gli occhi, ma soprattutto con le parole (la voce) del personaggio prescelto, affinché la loro modalità espressiva, cioè dei diversi personaggi, non risulti uguale, e quindi poco significativa.

Ci sono tante possibilità per narrare la vostra storia, direi infinite, e come nella vita non vi resta che scegliere il punto di vista più adatto per osservare il vostro racconto.

Sesta lezione – I personaggi

Senza ombra di dubbio, la costruzione psicologica del personaggio è preziosissima, perché vi permetterà di esprimervi con la vostra arte, e la vostra visione del mondo.

È bene avere chiaro tutto ciò che riguarda il nostro personaggio, ancor prima di stendere il nostro racconto.

E’ opportuno, quindi, farsi un’idea completa della sua personalità, anche se poi nel racconto emergeranno soltanto alcuni aspetti. Altri invece verranno immaginati dal lettore.

La regola primaria e fondamentale della scrittura creativa “Show, don’t tell” (mostra, non dire) è valida anche e soprattutto per la costruzione psicologica dei personaggi, ma approfondiremo con calma questo argomento in seguito.

Adesso un suggerimento di base importante: non rendete troppo cerebrali i vostri personaggi, e non fateli pensare o parlare come libri stampati, piuttosto fateli agire, muovere, fateli emozionare, e semplicemente seguiteli mentre vivono, e descriveteli mentre li osservate muoversi nella vostra storia.

Ponetevi molte domande sul vostro personaggio e cercate di conoscerlo il più profondamente possibile.

Può essere importante conoscere anche il suo numero di scarpe o il numero civico della sua abitazione.

Vi starate chiedendo a cosa possono servire tutti questi particolari se poi non li utilizzate nel vostro racconto, e in effetti servono a voi, per poter entrare in completa intimità e familiarità con il vostro personaggio.

Se non istaurerete un rapporto profondo con il vostro personaggio, se non ci dialogherete, se non passerete giorni e giorni ad osservarlo, e a farvi raccontare il suo mondo, sarà difficile poi che lo stesso personaggio possa viaggiare con le proprie gambe nel vostro racconto.

Cosa significa viaggiare con le proprie gambe?

Significa che se vorrete creare davvero un personaggio autentico e convincente, dovrete passare tanto tempo a dialogare con lui, fino a farlo sembrare una creatura viva e vera, e non più “inventata” o “fittizia”, e se diventerà viva e vera per voi, immancabilmente lo diventerà anche per il vostro lettore, perché riuscirete ad inserirla nella storia in modo indipendente.

Per “indipendente” intendiamo che il vostro personaggio acquisterà una vita propria, e si muoverà in modo spontaneo e naturale nella vostra storia, non facendo più percepire al lettore che invece ci siete voi dietro di lui, “che lo fate muovere e lo guidate”.

Attenzione, quello che stiamo cercando di comunicarvi non significa che dovrete psicoanalizzare il vostro personaggio, ma, essendo il vostro protagonista uno strumento prezioso per poter esprimere sensi, significati, voi stessi e i vostri pensieri, è necessario che vi impegniate a conoscerlo a fondo.

Soprattutto dovrete impegnarvi a conoscere che tipo di relazioni intercorrono tra il vostro protagonista e gli altri personaggi della vostra storia.

Comprendere, leggere e gestire le relazioni che intercorrono tra le vostre “creature” è davvero fondamentale, perché una buona trama è logicamente dettata dai rapporti, dalle relazioni tra i personaggi stessi, perché saranno proprio loro, che interagendo e relazionandosi tra loro, a creare i punti cardine di un’opera letteraria.

Quindi, ricapitolando, non è basilare che voi “psicoanalizziate” il vostro protagonista, facendolo distendere su un lettino tipo “paziente freudiano”, no, dovete solo entrare in una profonda relazione con lui, e farvi raccontare che tipo di sentimenti, pensieri, e progetti, nutre verso gli altri personaggi della vostra storia.

Per poter entrare in un rapporto profondo con il vostro personaggio, vi suggeriamo di scrivere una sua dettagliata biografia, che potrete consultare tutte le volte che sarà necessario lungo il vostro cammino.

Mentre costruite il vostro protagonista, annotate tutti i dettagli e i particolari che potete: i suoi aspetti sia interiori che esteriori, i suoi sentimenti e stati d’animo, le sue abitudini, i suoi pensieri ricorrenti, i suoi desideri, le sue paure, le sue aspirazioni, e cercate di inoltrarvi profondamente e autenticamente nel suo mondo, cercando di capire in che modo lui lo vede, come lo vive, e da che punto di vista si pone per osservarlo.

Quando avrete raccolto abbastanza informazioni da sentirlo vivo e vero, sarà giunto il momento di farlo incamminare nel vostro racconto e, ricordate, quando vorrete narrare al vostro lettore i suoi stati d’animo, le sue idee, pensieri e desideri, sarà efficace che voi tentiate di trasmetterli tramite le sue azioni, il suo comportamento e non tramite sterili elenchi descrittivi.

Perciò, impegnatevi affinché il vostro personaggio si incammini vivo, vero e credibile nel vostro racconto, in modo che il lettore possa credere davvero alle sue azioni, al suo comportamento e possa riconoscersi in lui.

Ma com’è un personaggio vivo, vero e credibile?

Deve possedere come tutti noi aspetti contraddittori, avere un’interiorità ricca e sfaccettata, piena di sfumature, colori, ed altre possibilità, altrimenti il lettore non potrà seguirlo con partecipazione emotiva, e non riuscirà ad identificarsi in alcune sue parti.

In letteratura si usa dire che esistono personaggi “piatti” e personaggi “tondi”.

I personaggi “piatti” sono unidimensionali, e possiedono poche sfaccettature. I personaggi “tondi” invece, sono pluridimensionali, e sono come me, come te, come tutti noi, pieni di desideri, dubbi, paure e aspirazioni.

Dovrete prendere in considerazione tante sfaccettature per caratterizzare il vostro personaggio, a cominciare dal suo stato sociale, la sua cultura, il suo passato, l’importante è che abbiate capito che il personaggio è una creatura complessa, dinamica, e in piena trasformazione.

E adesso alcune informazioni riguardo ai personaggi secondari.

Riguardo ai personaggi minori, all’interno di un racconto o romanzo, è preferibile che siano invece poco sfaccettati, ma ben delineati con poche ed efficaci pennellate.

Una cosa che può aiutarvi a caratterizzarli in modo rapido ed efficace, è il loro linguaggio, le loro abitudini o alcune loro specifiche e particolari caratteristiche. In sintesi, fate in modo che non siano anonimi, ma non fateli neppure diventare delle sterili macchiette.

Abbiamo accennato al linguaggio come strumento di caratterizzazione, perché il personaggio prende vita soprattutto attraverso il suo linguaggio, perciò dovrete capire anche qual è la sua voce, e il suo modo di esprimersi, nonché, come abbiamo detto, il suo comportamento, il suo modo di fare, di porsi, le sue abitudini e le sue aspirazioni.

Ci soffermeremo sul linguaggio in una prossima lezione dedicata al dialogo, per il momento quello che è di basilare importanza, è che il personaggio vive sempre un “conflitto” ed è attraverso questo suo conflitto che prende vita e significato la trama della vostra storia.

A questo punto, avrete sicuramente dedotto che un personaggio vivo e denso di palpitante umanità può essere più importante addirittura della stessa trama del racconto.

Prima di concludere, annotate un’altro concetto importante.

Quello che rende grande un personaggio, solitamente è il giusto equilibrio tra ordinario e straordinario, perciò cercate di mischiare bene elementi usuali con elementi inusuali.

Un buon personaggio deve contenere in sé elementi quotidiani, normali, ma anche un pizzico di ingredienti fuori dalla norma, straordinari, che lo rendano unico e inconfondibile agli occhi del lettore.

È ovvio, non dobbiamo certo esagerare con le caratteristiche straordinarie, un personaggio vincente può anche essere una persona assolutamente comune, nella media, che però si ritrova a vivere situazioni eccezionali, e grazie a ciò sviluppa in sé forze nuove ed inaspettate, esprimendo d’improvviso le sue nascoste qualità straordinarie.

Vi garantiamo che questa formula affascina molto i lettori, è davvero la loro preferita: il tipo umano normale che grazie ad una difficoltà grande ed imprevista scopre le sue qualità eroiche, superiori.

Sì, proprio così, come accade nella realtà di tutti i giorni.

La motivazione è semplice ed antica quanto il mondo.

Il lettore deve potersi identificare con il vostro personaggio, perciò quando lo create, cercate di fare affidamento sulle vostre stesse passioni, sulle cose che davvero conoscete, e che avete vissuto, perché non c’è niente di peggio di un personaggio che non risulta vero, credibile ed umano.

Arrivederci alla prossima settimana con un’altra lezione.