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La metafora: natura dinamica del pensiero

Sempre dal sito di Salotto letterario virtuale:

http://salottovirtuale.altervista.org/index.html

voglio condividere questo articolo molto interessante. Buona lettura

Quando si parla di metafora ci si riferisce ad una figura retorica in cui è prevista una trasposizione, un mero trasferimento di significato. Concettualmente differente dalla similitudine — introdotta da avverbio o locuzione avverbiale — essa parte da un’immagine mentale e si formata da segni e simboli. Il segno è qualcosa di sociale, è convenzionale, mentre il simbolo è più privato. ESEMPIO:

– Segno: acqua, a-c-q-u-a

– Simbolo: mare, bottiglia, salata (associazione libera di pensiero)

Parlando di metafore, si deve partire dai luoghi d’intersezione tra significato e pensiero, ovvero le parole. Queste ultime, per la loro natura grammaticale, possono essere:

 Polisemiche, ovvero parole che hanno più significati: collo (il collo del piede, il collo della bottiglia), radice (radice di un albero, radice dei capelli, radice del dente), pesca (a seconda di come viene utilizzato l’accento la parola pesca può riferirsi al frutto oppure allo sport) e così via;

 Monosemantiche, ovvero parole che hanno un solo significato: computer, pupazzo, casa e così via.

Questo ultimo tipo di parole — ovvero quelle monosemantiche — possono assumere diversi significati a seconda del contesto in cui vengono inserite, andando a formare, appunto, le metafore che possono essere definite come:

 Metafore morte: sono quel tipo di metafore ormai entrate nel linguaggio comune, che hanno perso la loro carica emotiva, il loro surplus di significato; tali tipi di metafore, a volte, non sono più considerate come tali; (es. Piemonte  ai piedi del monte)

 Metafore vive: sono quel tipo di metafore che siamo in grado di creare in ogni singolo momento e che hanno una gran carica e un gran surplus di significato; grazie a tali metafore è anche possibile capire la vera natura di qualcun altro, ci dà modo di concepire il proprio e l’altrui modo di pensare.

La metafora è qualcosa di creativo, è un continui accostamento della nostra vita ad immagini comuni e propri richiami della mente. Si può accostare il mare alla nostra vita, il cielo ad una persona, un fiore ad una persona delicata, un sapore ad un amico e così via. Alcuni esempi di metafora:

 Scrivere a zampe di gallina  Scarabocchiare, scrivere in malo modo

 Sei un coniglio  Sei un codardo

 Hai un cervello da formica!  La tua intelligenza è limitata

La metafora nella storia

Dal punto di vista letterale ci si chiede perché le metafore siano così importanti; basta ripercorrere alcune tappe piuttosto rilevanti della nostra storia.

Siamo negli anni successivi al 330 d.C. quando il famoso Aristotele scrive “Retorica” e, a proposito degli schiavi, scrive:

“Non è bene che gli schiavi usino metafore”

A quel tempo la schiavitù era considerata giusta, era considerata come qualcosa di importante e scontato, e gli schiavi erano coloro che smuovevano l’economia. Aristotele, dal canto suo, non voleva di certo mettere in dubbio la figura delle schiavo, e non voleva liberarli dalla loro condizione. Affermava solo che gli schiavi, per essere tali, e per svolgere il loro “lavoro” nel migliore dei modi, non dovevano avere pensieri, non dovevano pensare a nulla se non a quello che facevano, né tantomeno pensare ad un modo che potesse liberarli dalla loro situazione. Per loro la metafora non sarebbe stata nient’altro che qualcosa che li avrebbe liberati, che li avrebbe trasportati da una dimensione ad un’altra, dal loro contesto di riferimento (quello di essere schiavi) ad un altro (quello di essere uomini liberi). La metafora era per loro (e per chiunque) una continua ricerca alla libertà interiore. Se gli schiavi avessero usato delle metafore sarebbero diventati cattivi schiavi. Quando l’argomento metafora fu ripreso nel 1700 (ca.) da Vico, egli affermò che ogni metafora è una “piccola favoletta”, l’unità minima di ogni storia; quindi, per avere una storia, non dobbiamo far altro che mettere insieme un numero illimitato di metafore. Viene ad introdursi così il rapporto tra metafore e storie, successivamente ripreso da Bruner all’incirca nella seconda metà del 1900. Egli scrisse dei testi sull’identità e sulla narrazione personali, introducendo la figura dello scrittore, colui che vede la realtà al congiuntivo, ovvero il modo della possibilità. Lo scrittore è colui che, continuamente, può cambiare la realtà, vedendo quest’ultima secondo le diverse possibilità che vengono offerte dalla realtà, per trarne continui spunti per costruire storie diverse, anche uguali ma raccontate da diversi punti di vista. Dove c’è possibilità c’è cambiamento, e dove c’è cambiamento, c’è di base una metafora. La metafora, quindi, non è nient’altro che un continuo cambiamento relazionale intrapersonale (relazione con sé stessi) e interpersonale (relazione con gli altri). Se cambiano le relazioni, alla base di qualsiasi rapporto e comunicazione umana, cambia anche il contesto in cui tale relazione viene a formarsi e tale cambiamento è apportato da ciò che nella vita umana è flessibile e dinamico, ovvero il pensiero. Con il pensiero possiamo arrivare dove vogliamo e in qualsiasi momento, e con la metafora possiamo esprimere ciò che è più profondo in noi stessi. Solitamente, in ambito letterario, non ci si rende conto di scrivere e pensare metafore, eppure sono sempre presenti nella nostra vita.

Personalmente, nel momento in cui mi è stato chiesto: “Descrivi questo momento della tua vita con una metafora”, questo è quello che è venuto fuori:

“Io sono il sole d’autunno. Mi sveglio la mattina presto, e sono quasi sempre assonnata; non scaldo tutti, perché la foschia mattutina non me lo permette, ma se riesci a trovare un posto in cui la foschia non c’è posso riscaldarti anche più del sole d’agosto, perché non sarà di certo la foschia a fermarmi, ora. A mezzogiorno il sole è passato, e anche la foschia; a quest’ora sono piena di vita, riscaldo tutti e non faccio ombra a nessuno. Il mio pomeriggio dura poco, perché l’inverno porta freddo, sia dentro che fuori. Lascio presto il posto a chi si sente un po’ come la luna, a chi, a differenza mia si lascia illuminare e non illumina. Quando penso che mi sto spegnendo, penso anche che è solo per oggi: domani tornerà ad offuscarmi la foschia, non farò ombra più a nessuno e lascerò di nuovo il posto a qualcun altro, dopo che per tutta la notte ho continuato, anche involontariamente, ad illuminare.”

Scatenate la vostra fantasia e la vostra creatività e descrivete anche voi la vostra vita, o questo momento della vostra vita con una metafora, potrebbe essere un ottimo esercizio!

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Decidere la temporalità degli eventi raccontati

Dovete incominciare a chiedervi una cosa: chi racconta sa già tutto della storia (ovvero la racconta a posteriori), o apprende man mano che procede nel racconto? Del perché questa sia la scelta più difficile, e quella più importante. Di cosa conviene scegliere, di quali problemi vadano risolti. E del perché all’inizio è forse più opportuno decidere per un narratore che sa tutto. Di come cambia lo stile del racconto se si decide per un’opzione o per l’altra. 

Quanto sa della storia che andrà a raccontare il narratore? 

Partiamo dalla distinzione più elementare. Abbiamo due possibilità.

1.Il narratore racconta in tempo reale, dunque scopre gli eventi man mano che li racconta.

2.Il narratore racconta una storia al passato. Ovvero sa già tutto quello che è accaduto nel momento in cui inizia a raccontare.

Il primo caso vi obbliga a una narrazione lineareIl secondo vi permette di decidere lentamente quanto raccontare, quanto anticipare in parte la storia che andate a scrivere. E come gestire i riferimenti a quello che accadrà. Vediamo due esempi della stessa narrazione, utilizzando i due punti a cui facevo riferimento sopra.

1.Prendo la scala di sinistra. E comincio a salire lentamente. Non mi rimane che controllare tutti i campanelli, per capire a che piano abita Anna. Leggo tutte le targhette. “Sacis spa” e “Studio legale Cutillo” al primo piano. “Ing.Pinna” e “Ludovisi” al secondo. “Veronesi” e “Tartara” al terzo. Ho ancora un piano, l’ultimo. Ma un cancelletto che chiude l’ultima rampa di scale mi impedisce di salire.

2.Non so perché decisi che era quella di sinistra la scala da prendere. Fu certamente quello il primo errore. Salii tre piani di scale convinto che avrei trovato il campanello di Anna. E invece finì per ritrovarmi dei nomi sconosciuti, che non mi dicevano nullla. “Sacis”, “Studio legale Cutillo”, “Ingegner Pinna”. Un “Veronesi”, un “Tartara”. Quando pensai che non poteva che essere all’ultimo piano, feci la scoperta peggiore. Oltre il terzo piano non si poteva più salire. Un cancelletto proprio alla base dell’ultima rampa mi impediva di proseguire.

Questo esempio è il più semplice di tutti, ma ci è utile per capire. Nel secondo svolgimento, il narratore sa già quello che è accaduto. E lo accenna da subito (“Non so perché… fu certamente il primo errore”), poi continua a raccontare, ma il lettore ha già un’informazione che gli genera un’attesa narrativa.

Ogni evento raccontato è anticipato da qualcosa, che porta a un’aspettativa (“feci la scoperta peggiore”):

L’elenco dei nomi nei campanelli è più casuale. Perché a quel punto non è importante conoscerli piano per piano. E’ importante raggiungere la fine per scoprire che c’è un cancelletto che chiude la rampa della scala.

Ma questo è un esempio assolutamente elementare. Facciamo un altro passo, verso una narrazione più complessa. Leggete adesso.

1.Il tram numero 19 passava ogni quindici minuti, con una precisione che nessuno poteva davvero immaginare. E ogni volta il vasetto di vetro soffiato che Anna mi aveva portato da Venezia vibrava sul caminetto come fosse l’avvertimento di un terremoto.

2.Avrei dovuto capire da quel tintinnio del vasetto di vetro soffiato, quello che Anna mi aveva portato da Murano, che la mia vita da lì a poco sarebbe cambiata, come un terremoto che ti sconvolge la vita. Anche se quel tintinnio non era altro che una conseguenza di quei binari del tram, il 19, che facevano vibrare casa con un intervallo di 15 minuti, come un appuntamento preciso.

Come potete vedere in entrambi i casi ho utilizzato il passato. Ma nel primo caso il tempo corre, per quanto al passato, in modo lineare. Nel secondo caso, il narratore anticipa, crea attesa, procede per strappi. Dice prima qualcosa che mette in allarme il lettore, poi torna indietro e racconta del tram.

Ognuno di voi può decidere se preferisce un modo anziché l’altro, ma dovete comunque tenere presente due cose.

a.il tempo lineare (quello degli esempi 1 per intederci) è forse più facile da gestire, ma rende la narrazione piatta, e senza particolari sorprese.

b.il tempo a strappi continui, dove il narratore è onnisciente, vi permette di giocarvi la narrazione misurando di volta in volta quello che volete anticipare e quello che volete tenere come sorpresa fino alla fine.

Leggete qui.

Non potevo pensarci. Non potevo pensare che quella porta di frassino, pomelli in ottone e campanello elegante un giorno si sarebbe chiusa per sempre davanti a me. Eppure quel giorno lo dovevo capire, quel giorno che ricordava il prologo di un destino: quando il cancello, quel cancello di ferro battuto, dal disegno elegante, si presentò davanti ai miei occhi inesorabilmente chiuso. E pensare che di quel palazzo non sapevo nulla. Leggevo i nomi dei campanelli come fossero delle pure lettere dell’alfabeto. Non conoscevo ancora il passo affrettato a scendere le scale dell’anziano avvocato Cutillo, o la nuvola di profumo, Allure avrei detto, della signora Veronesi, che non rinunciava mai all’ascensore. Anna stava là oltre il cancello chiuso. In quella casa blindata, in quel pianerottolo dove l’ascensore poteva arrivare soltanto inserendo una chiavetta che sostituiva il pulsante del quarto piano. Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Ma sarebbe finita, e lo sapevo. Anche se non potevo immaginare che l’unica cosa che mi sarebbe rimasta di lei non era altro che un vasetto di murano, di vetro sottilissimo, che ogni volta, ancora oggi, che passa il tram, il 19, vibra come dovesse arrivare un terremoto. Ma per quanto mi riguarda, il terremoto nella mia vita è già passato, con tutte le sue macerie.

Come potete vedere utilizzo il tempo come fosse un elastico. Vado avanti e indietro. Racconto un dettaglio del futuro, poi torno indietro al momento della narrazione, faccio una precisazione, lascio intravvedere gli eventi che si spiegheranno con il procedere della narrazione. Il tempo nel testo che vi ho scritto adesso è una linea frammentata, che non rompe il corso della narrazione ma lo arricchisce e soprattutto lo mescola, lo amalgama in un modo diverso. Se riuscite a scrivere in questo modo avrete maggiori possibilità di produrre una scrittura più avvolgente e seduttiva. Perché è certamente una scrittura ammiccante, e piacevole. Questo non toglie che si possa produrre una scrittura e una narrazione altrettanto seduttiva e affascinante anche sfruttando la linearità del tempo. Ma è molto più difficile, perché in quel modo il racconto non crea delle aspettative “frase dopo frase”, ma le deve creare per tutto il testo. Cosa voglio dire con questo?

Voglio dire che il lettore non ha una promessa narrativa continua, che lo tiene sospeso. Ed è solo sulla capacità di tenere il ritmo della narrazione molto alto che porterete il lettore alla fine della vostra storia.

Continueremo con lo stesso argomento nel prossimo post……

Settima lezione – I punti di vista

Così come nella vita reale, in cui ognuno di noi filtra la sua realtà dal proprio punto di vista, anche in letteratura ogni personaggio utilizza una propria personale angolazione per leggere e interpretare il suo mondo.

Ogni essere umano si sente in qualche modo al centro del mondo, ed osserva la vita dalla sua angolazione visiva o punto di vista. È per questo che spesso si afferma che in fondo “tutto è soggettivo”.

Infatti, ognuno di noi filtra gli eventi della propria vita, e del mondo circostante, colorando questi avvenimenti con delle sfumature dettate ogni volta dal proprio punto di osservazione.

Ebbene, per i personaggi di un racconto o di un romanzo è la stessa identica cosa: ognuno di loro filtra gli avvenimenti che deciderete di inserire nella vostra storia con differenti sfumature, emozioni e stati d’animo.

Un buon suggerimento è quello di iniziare subito ad immaginare come cambia una storia conosciuta se si cambia la prospettiva della voce narrante.

È un esercizio davvero utile, sperimentatelo: prendete una storia che conoscete bene, e che amate, e provate ad immaginarla cambiando completamente la prospettiva della voce narrante.

La vostra storia, pur rimanendo logicamente nei tratti principali la stessa, muterà in modo sostanziale. Potrà piacervi di più o piacervi di meno, comunque non sarà più la stessa, come se avesse cambiato identità.

Vi abbiamo suggerito questo esercizio affinché divenga efficace comunicarvi, che un aspetto di primaria importanza a cui bisogna pensare quando si scrive narrativa, è appunto la voce narrante che racconterà la vostra storia, perché questa scelta determinerà lo stile del vostro racconto.

È chiaro adesso che quando vogliamo scrivere una storia occorre decidere da quale punto di vista la racconteremo.

Questa scelta influenzerà molto il risultato finale.

Il delicato compito dell’autore è quello di offrire al lettore una prospettiva di osservazione dalla quale potrà seguire la storia, tramite la scelta e l’utilizzo di un punto di vista o di un altro

È importante comprendere che ogni punto di vista ci mette a disposizione delle possibilità, ma ce ne preclude altre. La stessa storia raccontata da diversi punti di vista non è più la stessa storia.

Detto questo, è facile per voi dedurre che scegliere il punto di vista significa decidere ciò che il lettore sa, e quello che il lettore non sa, e da quale angolazione percepirà la storia.

Ed eccoci alla prima sintesi, è importante perciò scegliere una voce adatta alla storia che si vuole raccontare.

Vediamo adesso quali sono le possibilità per fare tutto ciò.

Esistono due modi principali di raccontare una storia, e quindi, di trasmetterla al lettore: attraverso la voce di un “io” narrante, in prima persona singolare, oppure attraverso quella di un narratore, spesso anonimo, in terza persona singolare.

Entrambe le forme sono usate per scopi precisi, e presentano logicamente vantaggi e svantaggi.

Prima persona singolare.

Dà la sensazione di una storia vera, raccontata direttamente da chi l’ha vissuta. Tramite questo punto di vista bisogna calarsi completamente nella mente del personaggio prescelto, e aderire pienamente alla sua interiorità.

Vantaggi: spontaneità del flusso narrativo, e coinvolgimento emotivo da parte del lettore.

Svantaggi: è un punto di vista limitato, il lettore percepirà, sentirà, e vedrà soltanto ciò che il nostro personaggio farà.

Questo punto di vista può essere eccellente per alcune storie, soprattutto per quelle in cui vogliamo trasmettere un senso di verità, autenticità, e autobiografia, mentre è completamente sbagliato invece per altre.

Terza persona singolare.

Il procedimento contrario a quello appena descritto si verifica in un racconto scritto in terza persona singolare.

Tramite questo punto di vista si può avere una connotazione di neutralità oggettiva, oppure sfumature che la rendono più vicina alle sorti del personaggio principiale, pseudo soggettiva.

Possiamo avere una terza persona o narratore onnisciente, che non è più limitato come il punto di vista precedente, perché permette all’autore di dare qualsiasi tipo di informazione al lettore.

Quindi ci permette di rendere conto al lettore di tutto ciò che avviene nella storia, di quello che sta fuori i personaggi e di quello che accade nella loro interiorità. E’ una sorta di macro occhio che tutto vede e sente.

Questa forma narrativa permette di spaziare liberamente da un personaggio all’altro svelandone i più intimi segreti, di cambiare scena a piacimento, di poter dire tutto di tutti senza le costrizioni dell’io narrante, o della terza persona immersa.

Cos’è la terza persona immersa?

 E’ il punto di vista di cui di parlavamo precedentemente, quello pseudo soggettivo.

Prima di passare alla terza persona immersa, vogliamo comunicarvi una regola importante sul narratore onnisciente:

il narratore onnisciente può essere sia partecipativo, cioè che può entrare nei pensieri, nelle emozioni dei personaggi, sia oggettivo, cioè distaccato.

Se si sceglie di scrivere la storia attraverso un punto di vista oggettivo, cioè narratore distaccato, bisognerà stare attenti a non dire nulla direttamente, lasciando che siano i personaggi a raccontare la storia attraverso le loro azioni. In questo caso, il narratore vede e sente tutto, ma non commenta né entra nei personaggi, si limita a narrare ciò che osserva in modo equilibrato, neutro, distaccato.

L’effetto che tutto ciò sortisce, è quello che il narratore in qualche modo scompare, esiste logicamente, ma non se ne avverte la sua presenza, è come se fosse assente.

Terza persona immersa

Si definisce terza persona immersa o limitata quel punto di vista che si immerge totalmente nel personaggio prescelto, come se la storia fosse in realtà raccontata in prima persona.

E qui, protagonista e narratore coincidono esattamente.

In altre parole, la voce narrante non è grammaticalmente un “io”, ma è talmente immersa nelle azioni, e nei pensieri del protagonista da limitare il punto di vista narrativo a quell’unico personaggio.

In quanto alle connotazioni pseudo soggettive, le immagini delle azioni narrate vengono mostrate principalmente in modo neutro e non filtrato, come si addice alla terza persona singolare, ma allo stesso tempo si avverte che la storia è percepita completamente, e sostanzialmente dal punto di vista del protagonista.

In questo caso, il nostro protagonista è sempre in scena e l’autore descrive, commenta, e segue tutte le sue azioni. Il lettore viene, quindi “immerso” negli obiettivi, e nelle motivazioni dello stesso protagonista.

La scelta di questo punto di vista ci dà la possibilità di autenticità, e di intimità, come la prima persona singolare, ma ci offre anche degli strumenti che appartengono alla terza persona singolare, soprattutto nelle descrizioni.

Quindi, ci permette un maggior spazio d’azione, anche se, come la prima persona singolare, ha un limite, e questo limite consiste nel fatto che il lettore fin dall’inizio, è consapevole che del protagonista non potrà mai conoscere più di quanto non sappia l’io narrante.

Comunque, approfondiremo in seguito ogni punto di vista nei dettagli, quello che ci interessa trasmettervi adesso è il seguente: è fondamentale che vi facciate delle domande per scegliere la giusta voce narrante per il vostro racconto, e cioè:

Qual è il punto di vista migliore per raccontare questa storia? E perché quello? E cosa mi offre e cosa non mi offre?

Qual è l’angolazione più adatta per ottenere un risultato efficace? E qual è il tipo di atmosfera che desidero evocare?

Che cosa voglio far sapere al lettore? E qual è il linguaggio più adatto per farglielo sapere?

Infatti, il punto di vista è anche un fattore linguistico e non soltanto grammaticale. Scegliere di raccontare una storia in un determinato stile implica una percezione di quella storia differente da quella che avremmo, se la stessa identica storia venisse narrata con un altro stile.

Inoltre, anche se non l’approfondiremo in queste lezioni, vi informiamo che esistono altre possibilità di utilizzo del punto di vista:

Quella in prima persona plurale, e quello in seconda persona singola e plurale.

Nella prima persona plurale c’è un noi narrante che esprime logicamente l’idea del gruppo, mentre scrivere un racconto, o addirittura un romanzo in seconda persona plurale o singolare, e cioè in tu o in voi, è davvero estremamente complicato.

Significa rivolgersi continuamente ad un personaggio, permettendo al lettore di condividerne le vicende e di sentirlo molto vicino, ma significa anche rivolgersi talvolta direttamente al lettore.

Un’ultima informazione: normalmente il punto di vista non cambia durante il racconto, ma anche questa non è una regola fissa.

Per esempio, esiste una particolare struttura narrativa, denominata “focalizzazione interna multipla”, dove la storia viene raccontata dai diversi punti di vista dei vari personaggi.

In questo caso occorre fare molta attenzione al linguaggio, anche perché dovrà essere assolutamente coerente con la personalità di ogni personaggio che man mano narrerà la storia.

Se si sceglie, quindi, di utilizzare un punto di vista multiplo occorrerà ogni volta narrare con gli occhi, ma soprattutto con le parole (la voce) del personaggio prescelto, affinché la loro modalità espressiva, cioè dei diversi personaggi, non risulti uguale, e quindi poco significativa.

Ci sono tante possibilità per narrare la vostra storia, direi infinite, e come nella vita non vi resta che scegliere il punto di vista più adatto per osservare il vostro racconto.

Sesta lezione – I personaggi

Senza ombra di dubbio, la costruzione psicologica del personaggio è preziosissima, perché vi permetterà di esprimervi con la vostra arte, e la vostra visione del mondo.

È bene avere chiaro tutto ciò che riguarda il nostro personaggio, ancor prima di stendere il nostro racconto.

E’ opportuno, quindi, farsi un’idea completa della sua personalità, anche se poi nel racconto emergeranno soltanto alcuni aspetti. Altri invece verranno immaginati dal lettore.

La regola primaria e fondamentale della scrittura creativa “Show, don’t tell” (mostra, non dire) è valida anche e soprattutto per la costruzione psicologica dei personaggi, ma approfondiremo con calma questo argomento in seguito.

Adesso un suggerimento di base importante: non rendete troppo cerebrali i vostri personaggi, e non fateli pensare o parlare come libri stampati, piuttosto fateli agire, muovere, fateli emozionare, e semplicemente seguiteli mentre vivono, e descriveteli mentre li osservate muoversi nella vostra storia.

Ponetevi molte domande sul vostro personaggio e cercate di conoscerlo il più profondamente possibile.

Può essere importante conoscere anche il suo numero di scarpe o il numero civico della sua abitazione.

Vi starate chiedendo a cosa possono servire tutti questi particolari se poi non li utilizzate nel vostro racconto, e in effetti servono a voi, per poter entrare in completa intimità e familiarità con il vostro personaggio.

Se non istaurerete un rapporto profondo con il vostro personaggio, se non ci dialogherete, se non passerete giorni e giorni ad osservarlo, e a farvi raccontare il suo mondo, sarà difficile poi che lo stesso personaggio possa viaggiare con le proprie gambe nel vostro racconto.

Cosa significa viaggiare con le proprie gambe?

Significa che se vorrete creare davvero un personaggio autentico e convincente, dovrete passare tanto tempo a dialogare con lui, fino a farlo sembrare una creatura viva e vera, e non più “inventata” o “fittizia”, e se diventerà viva e vera per voi, immancabilmente lo diventerà anche per il vostro lettore, perché riuscirete ad inserirla nella storia in modo indipendente.

Per “indipendente” intendiamo che il vostro personaggio acquisterà una vita propria, e si muoverà in modo spontaneo e naturale nella vostra storia, non facendo più percepire al lettore che invece ci siete voi dietro di lui, “che lo fate muovere e lo guidate”.

Attenzione, quello che stiamo cercando di comunicarvi non significa che dovrete psicoanalizzare il vostro personaggio, ma, essendo il vostro protagonista uno strumento prezioso per poter esprimere sensi, significati, voi stessi e i vostri pensieri, è necessario che vi impegniate a conoscerlo a fondo.

Soprattutto dovrete impegnarvi a conoscere che tipo di relazioni intercorrono tra il vostro protagonista e gli altri personaggi della vostra storia.

Comprendere, leggere e gestire le relazioni che intercorrono tra le vostre “creature” è davvero fondamentale, perché una buona trama è logicamente dettata dai rapporti, dalle relazioni tra i personaggi stessi, perché saranno proprio loro, che interagendo e relazionandosi tra loro, a creare i punti cardine di un’opera letteraria.

Quindi, ricapitolando, non è basilare che voi “psicoanalizziate” il vostro protagonista, facendolo distendere su un lettino tipo “paziente freudiano”, no, dovete solo entrare in una profonda relazione con lui, e farvi raccontare che tipo di sentimenti, pensieri, e progetti, nutre verso gli altri personaggi della vostra storia.

Per poter entrare in un rapporto profondo con il vostro personaggio, vi suggeriamo di scrivere una sua dettagliata biografia, che potrete consultare tutte le volte che sarà necessario lungo il vostro cammino.

Mentre costruite il vostro protagonista, annotate tutti i dettagli e i particolari che potete: i suoi aspetti sia interiori che esteriori, i suoi sentimenti e stati d’animo, le sue abitudini, i suoi pensieri ricorrenti, i suoi desideri, le sue paure, le sue aspirazioni, e cercate di inoltrarvi profondamente e autenticamente nel suo mondo, cercando di capire in che modo lui lo vede, come lo vive, e da che punto di vista si pone per osservarlo.

Quando avrete raccolto abbastanza informazioni da sentirlo vivo e vero, sarà giunto il momento di farlo incamminare nel vostro racconto e, ricordate, quando vorrete narrare al vostro lettore i suoi stati d’animo, le sue idee, pensieri e desideri, sarà efficace che voi tentiate di trasmetterli tramite le sue azioni, il suo comportamento e non tramite sterili elenchi descrittivi.

Perciò, impegnatevi affinché il vostro personaggio si incammini vivo, vero e credibile nel vostro racconto, in modo che il lettore possa credere davvero alle sue azioni, al suo comportamento e possa riconoscersi in lui.

Ma com’è un personaggio vivo, vero e credibile?

Deve possedere come tutti noi aspetti contraddittori, avere un’interiorità ricca e sfaccettata, piena di sfumature, colori, ed altre possibilità, altrimenti il lettore non potrà seguirlo con partecipazione emotiva, e non riuscirà ad identificarsi in alcune sue parti.

In letteratura si usa dire che esistono personaggi “piatti” e personaggi “tondi”.

I personaggi “piatti” sono unidimensionali, e possiedono poche sfaccettature. I personaggi “tondi” invece, sono pluridimensionali, e sono come me, come te, come tutti noi, pieni di desideri, dubbi, paure e aspirazioni.

Dovrete prendere in considerazione tante sfaccettature per caratterizzare il vostro personaggio, a cominciare dal suo stato sociale, la sua cultura, il suo passato, l’importante è che abbiate capito che il personaggio è una creatura complessa, dinamica, e in piena trasformazione.

E adesso alcune informazioni riguardo ai personaggi secondari.

Riguardo ai personaggi minori, all’interno di un racconto o romanzo, è preferibile che siano invece poco sfaccettati, ma ben delineati con poche ed efficaci pennellate.

Una cosa che può aiutarvi a caratterizzarli in modo rapido ed efficace, è il loro linguaggio, le loro abitudini o alcune loro specifiche e particolari caratteristiche. In sintesi, fate in modo che non siano anonimi, ma non fateli neppure diventare delle sterili macchiette.

Abbiamo accennato al linguaggio come strumento di caratterizzazione, perché il personaggio prende vita soprattutto attraverso il suo linguaggio, perciò dovrete capire anche qual è la sua voce, e il suo modo di esprimersi, nonché, come abbiamo detto, il suo comportamento, il suo modo di fare, di porsi, le sue abitudini e le sue aspirazioni.

Ci soffermeremo sul linguaggio in una prossima lezione dedicata al dialogo, per il momento quello che è di basilare importanza, è che il personaggio vive sempre un “conflitto” ed è attraverso questo suo conflitto che prende vita e significato la trama della vostra storia.

A questo punto, avrete sicuramente dedotto che un personaggio vivo e denso di palpitante umanità può essere più importante addirittura della stessa trama del racconto.

Prima di concludere, annotate un’altro concetto importante.

Quello che rende grande un personaggio, solitamente è il giusto equilibrio tra ordinario e straordinario, perciò cercate di mischiare bene elementi usuali con elementi inusuali.

Un buon personaggio deve contenere in sé elementi quotidiani, normali, ma anche un pizzico di ingredienti fuori dalla norma, straordinari, che lo rendano unico e inconfondibile agli occhi del lettore.

È ovvio, non dobbiamo certo esagerare con le caratteristiche straordinarie, un personaggio vincente può anche essere una persona assolutamente comune, nella media, che però si ritrova a vivere situazioni eccezionali, e grazie a ciò sviluppa in sé forze nuove ed inaspettate, esprimendo d’improvviso le sue nascoste qualità straordinarie.

Vi garantiamo che questa formula affascina molto i lettori, è davvero la loro preferita: il tipo umano normale che grazie ad una difficoltà grande ed imprevista scopre le sue qualità eroiche, superiori.

Sì, proprio così, come accade nella realtà di tutti i giorni.

La motivazione è semplice ed antica quanto il mondo.

Il lettore deve potersi identificare con il vostro personaggio, perciò quando lo create, cercate di fare affidamento sulle vostre stesse passioni, sulle cose che davvero conoscete, e che avete vissuto, perché non c’è niente di peggio di un personaggio che non risulta vero, credibile ed umano.

Arrivederci alla prossima settimana con un’altra lezione.

Quinta lezione – Le tappe della trama

Per “trama” sostanzialmente si intende il “disegno” sul quale si struttura la storia che abbiamo deciso di raccontare.

Ogni storia è organizzata in modo da unire snodi, svolte drammatiche, e punti critici, che hanno la capacità di affascinare il nostro lettore.

Quindi, per “trama” si intende la serie di “svolte, snodi e punti cardine” attorno ai quali è strutturata, e organizzata la nostra narrazione.

Ogni “svolta o colpo di scena”, tra cui eventi, azioni esterne significative per i nostri personaggi, rivelazioni o prese di coscienza, moti interiori, sia psicologici che sentimentali, fanno tutti parte della “trama”.

Ma cerchiamo di capire meglio che cos’è la trama.

La “trama” nel gergo tessile, è il filo che costituisce la parte trasversale del tessuto. Nel “tessuto narrativo”, la trama è invece il “filo conduttore” che attraversa e sorregge l’intreccio di una storia.

Possiamo quindi immaginare la storia come una serie di fili che corrono paralleli (e cioè gli eventi che riguardano i vari personaggi coinvolti nella vicenda si susseguono in ordine cronologico), sviluppare la trama significa decidere come intrecciare tra loro questi fili, cioè in che modo raccontare la storia.

Non so se ricordate la lezione sulla fabula e l’intreccio; vi invitiamo a riascoltarla o rileggerla anche perché parlare di trama significa anche parlare di fabula e intreccio.

Inoltre sentirete spesso ripetere alcuni termini e concetti, ma questo non perché vogliamo essere ripetitivi, bensì perché tutto in scrittura creativa è concatenato. Infatti, potete immaginare la scrittura creativa come un cerchio dai tanti raggi o come una grande casa dalle stanze comunicanti.

I raggi e le stanze sono gli ingredienti che ci necessitano per creare la nostra storia.

Questi ingredienti non sono nettamente separabili tra loro, ma noi li trattiamo singolarmente per funzionalità operativa.

Prima di inoltrarci nei dettagli, e nelle tappe della trama, vediamo alcune nozioni importanti.

Nella narrativa classica la struttura della storia procede attraverso tre fasi.

Prima fase – È la parte iniziale, in cui il protagonista viene in qualche modo chiamato a cimentarsi in un’impresa che lo impegnerà e coinvolgerà a fondo, in quanto c’è in gioco per lui qualcosa di vitale o comunque di essenziale.

Seconda fase – È una parte centrale in cui il protagonista affronta, una dopo l’altra, le varie prove che si pongono lungo il suo percorso (percorso che non obbligatoriamente deve essere d’avventura, esteriore, ma può anche essere un percorso interiore e di prese di coscienza).

Terza fase – È una parte finale, detta anche “scioglimento”, in cui la vicenda si conclude, in modo più o meno catartico e risolutorio.

Vediamo adesso di approfondire queste fasi, anche se pur brevemente.

Il compito dell’autore consiste nel pungolare un personaggio con un dilemma interiore e/o un problema esterno da risolvere. Quello che conta è generare un crescendo di tensione che, quando giunge al culmine, il cosiddetto “climax”, provoca un cambiamento nel nostro protagonista.

Infatti, i personaggi durante il nostro racconto solitamente si trasformano.

I personaggi sono essere umani, e a secondo del punto di vista con cui guardiamo le cose, variamo e generiamo la loro felicità o infelicità. Se accade loro qualcosa, e viene visto da un punto di vista alto e evolutivo, gli stessi si arricchiscono e crescono, se invece lo guardiamo da un punto di vista involutivo, si impoveriscono e si indeboliscono.

Tornando alla nostra trama, soprattutto al “momento del climax” o “punto di svolta cruciale”, il filo della tensione a poco a poco si allenta, e la storia si avvia verso una “risoluzione” (positiva o negativa) chiamata “scioglimento”.

Questa formula a cosa ci serve?

Ci serve semplicemente per capire che ogni trama deve prevedere un ostacolo sul cammino del nostro protagonista. Magari qualcuno di voi sarà perplesso, e penserà che è troppo semplice condensare la quasi totalità della letteratura in questa formuletta, ma è proprio così.

E’ un modello di base, più o meno conscio, e lo afferma anche John Gardner, maestro di scrittura creativa negli Stati Uniti.

Dice Gardner: “Un personaggio vuole qualcosa, persegue un obiettivo, malgrado le sue opposizioni, compresi i suoi stessi dubbi, ed infine giunge allo scioglimento.”

E non solo Gardner sostiene questo principio basilare della narrazione, anche Vladimir Propp, per esempio, nel suo libro “Morfologia della Fiaba” parla di questa struttura archetipica di base.

C’è sempre un eroe, il nostro protagonista, che ha un ostacolo da superare. Lo supera ed evolve, oppure non lo supera ed involve.

In fondo questa formuletta non è così semplicistica come sembra, bensì rispecchia al vita, e la letteratura a sua volta rispecchia la vita: tutti noi incontriamo ostacoli sul nostro cammino, e dipende dal posto di vista da cui li guardiamo e dalla modalità con cui interagiamo con questi ostacoli uscirne rafforzati e più ricchi, oppure più poveri ed indeboliti.

Approfondiamo adesso le tappe della trama.

  1. Prima tappa: stabilità.

La trama parte sempre da una posizione (situazione) di partenza del personaggio. Cosa fa? Come passa i suoi giorni? Come avverte la sua situazione di partenza? Comunque l’avverta: il nostro personaggio la vive, ci sta dentro, e i suoi giorni passano mentre lui vive tale situazione.

Capirete però che non avremmo “storia” a livello narrativo se la sua vita scorresse così per sempre. Il nostro protagonista non si troverebbe mai in difficoltà, e il nostro racconto letterariamente sarebbe molto noioso.

  1. Seconda tappa: inevitabilmente il conflitto.

Il conflitto del nostro personaggio. Accade qualcosa di imprevisto al nostro protagonista che destabilizza la sua situazione iniziale, di partenza.

Orbene, un evento turba l’andamento della sua vita, e la sua conflittualità esplode, e lo costringe a confrontarsi con se stesso, e per il lettore il racconto diventa molto interessante.

Attenzione: una trama non può essere concepita separatamente dai suoi personaggi, perché scaturisce dalle loro stesse azioni, perciò per il lettore i conflitti dei personaggi sono di forte interesse, anzi fondamentali.

Il nostro protagonista ha quindi in sé dei tormenti interiori i cui nodi costituiscono gli ostacoli principali sul filo della narrazione, e il lettore li seguirà con forte partecipazione emotiva.

Ricordate con attenzione questo principio fondamentale della narrazione: “possiamo avere una storia stilisticamente anche perfetta, ma se manca ai personaggi un filo di tensione, di conflittualità, il racconto tende ad essere come un quadro pieno di belle pennellate, ma in fondo privo di una linea portante”.

  1. Terza tappa: complicazione.

Il conflitto e la situazione che hanno destabilizzato l’equilibrio iniziale del nostro protagonista solitamente si complicano.

  1. Quarta tappa: climax.

Il momento culminante del conflitto e della complicazione.

Portiamo la situazione al massimo, o “momento della verità” o “momento di massima tensione”. Il “climax”, infatti, è un momento decisivo di massima tensione, un importante momento di svolta all’interno della nostra narrazione.

Viene chiamato “climax”, il momento narrativo di complicazione della vicenda, nel quale è presente la massima tensione e partecipazione emotiva da parte del nostro lettore.

 

5 . Quinta tappa: risoluzione.

Il “dénouement” o “risoluzione” comprende gli eventi compresi tra l’azione in calo (anticlimax) e la fine effettiva del racconto.

In questa fase i conflitti vengono risolti, e si ricrea in qualche modo una situazione stabile, normale, abituale.

Il “dénouement” provoca un senso di catarsi e il rilascio di tensione ed ansia. E’ un termine letterario che si riferisce agli eventi che accadono alla fine, dopo il climax.

Ed eccoci giunti inevitabilmente all’epilogo.

6 . Sesta tappa: il finale.

Il racconto si conclude con un epilogo in cui il protagonista o è migliorato dall’inizio della storia (andamento evolutivo), oppure peggiorato rispetto all’inizio (andamento involutivo).

Comunque avrà fatto esperienza di un qualcosa in più, e sicuramente alcuni suoi aspetti, o in meglio o in peggio (in bene o in male), saranno mutati.

Questo andamento, come vi abbiamo accennato precedentemente, rispecchia la vita reale, perché tutti noi possiamo passare attraverso le difficoltà diventando più forti e più ricchi, oppure uscirne più deboli e più poveri, ed è così, proprio come nella vita reale, anche in letteratura la sorte del vostro protagonista dipende esclusivamente da voi.

Ora prima di lasciarvi, vogliamo darvi un suggerimento importante.

Sicuramente vi sembrerà artificiosa e complessa la costruzione di una trama passando attraverso tutte queste fasi e tappe, ma se proverete ad applicare queste tecniche, vi accorgerete che contengono il succo, la linfa della struttura narrativa, e tutto diventerà molto più semplice, sarà quasi naturale utilizzarle, e magari le avete già utilizzate, senza rendervene conto, senza esserne consapevoli, quindi, la consapevolezza giocherà un buon ruolo sulla vostra efficacia a livello narrativo.

Per questa lezione oggi è tutto, riprenderemo in futuro le strategie per riuscire a creare una trama efficace.

Arrivederci alla prossima lezione

Quarta lezione – Il montaggio

Come accade nei film, anche in un testo letterario si parla di “montaggio” quando si lavora alla disposizione delle scene.

In narrativa si parla di “montaggio” per circoscrivere quella fase di lavoro della creazione del testo in cui si pone molta attenzione non solo alla disposizione delle scene, ma anche a quella dei capitoli che compongono il nostro racconto o romanzo, e in aggiunta anche alla disposizione e composizione dei paragrafi, delle sequenze e dei dettagli visivi, che a loro volta compongono le nostre scene.

Cercate di tenere presente la lezione sulla fabula e l’intreccio in cui abbiamo accennato al montaggio, ebbbene per disposizione delle scene, intendiamo l’ordine in cui presenterete al vostro lettore gli eventi che formano la vostra storia.

Solitamente per fare questo si ricorre ad una scaletta, e si fanno degli esperimenti, e cioè: proviamo a piazzare alcuni eventi prima o dopo sull’asse della narrazione per vedere qual è la modalità più avvincente, più precisa e più efficace per presentarli al lettore. E spesso non è facile trovare la giusta disposizione, il giusto ordine, perché soprattutto nella letteratura di ampio respiro, come per esempio in un romanzo o in una sceneggiatura, normalmente alla trama principale si intrecciano anche trame secondarie, e allora dobbiamo ben capire l’assetto per tessere con sapienza la nostra tela.

Perciò è necessario, e fondamentale, capire l’equilibrio e la sistemazione delle nostre scene, dato che una serie di eventi secondari ben montati all’interno della nostra trama principale possa arricchire notevolmente la storia che stiamo raccontando.

È per questo che abitualmente si rende necessario stendere una scaletta.

Ma cos’è di preciso una “scaletta” in narrativa, cosa intendiamo con questo termine?

La scaletta sintetizza la struttura della storia evidenziandone i punti principali che rappresentano gli snodi fondamentali della vicenda, ed esattamente: quegli eventi che non possono essere eliminati senza alterare irrimediabilmente la struttura stessa della nostra storia.

Ora, per eventi non eliminabili non intendiamo automaticamente gli eventi più eclatanti. In una determinata storia può essere più importante che il nostro personaggio smarrisca una borsa, ed essere invece di minor rilevanza per il nostro intreccio che in quel momento venga dichiarata guerra nel suo paese.

Il motivo di tutto ciò è che la dimenticanza di quella borsa avrà una grossa conseguenza, avrà il potere di provocare uno snodo o una svolta all’interno della linea narrativa sul percorso del nostro protagonista.

In sintesi: l’importanza di un evento in narrativa dipende dalle conseguenze che genera tra i protagonisti della storia.

La “scaletta” non è altro che la “colonna vertebrale” che regge l’intera struttura narrativa, perché è costituita da quei “punti cardine” in corrispondenza dei quali ruota la vicenda prendendo una direzione anziché un’altra. “Punti cardine” in narrativa, e più precisamente sulla nostra scaletta, sono i momenti cruciali in cui il personaggio si trova davanti ad un ventaglio di possibilità che decideranno il suo futuro.

Dovrà scegliere se prendere una strada oppure un’altra, oppure, chissà, magari non riuscirà a scegliere perché probabilmente si verificherà un evento che non è stato voluto dal personaggio.

Comunque, che sia il personaggio a scegliere oppure che sia il caso a scegliere per lui, il nostro protagonista in quel momento si troverà di fronte ad un bivio che stabilirà da che parte proseguirà la vicenda da quel momento in poi.

In base a ciò che deciderà, o alla piega che prenderanno gli eventi, la storia procederà in una direzione, e tutte le altre saranno scartate per sempre dalla nostra scaletta.

Come si può immaginare, una scaletta può essere veramente importante per fare chiarezza e ordine, e per comprendere in che modo far procedere la nostra storia.

Non è però obbligatorio redigere una scaletta.

Infatti, ci sono scrittori che non se ne occupano affatto, e cominciano a scrivere senza avere un’idea di dove la storia li porterà.

Capirete perché, a meno che non siate scrittori esperti, all’inizio una scaletta può risultare davvero molto utile, soprattutto quando ci si trova davanti ad un punto morto o quando si ha l’impressione che la nostra storia non marci come dovrebbe, o che i fili si siano ingarbugliati da qualche parte.

Avendo sottomano il nostro “scheletro”, oppure la nostra “colonna vertebrale”, come l’abbiamo chiamata precedentemente, sarà più facile per noi aggiustare quello che non funziona, magari spostando alcune scene, o collocando diversamente alcuni avvenimenti, oppure eliminando del tutto alcuni punti che non sono funzionali.

Nella narrativa contemporanea si fa molto uso anche della cosiddetta “molteplicità delle linee narrative”, e cioè: raccontare tante storie montate in modo che si intersecano in più punti, e che si intrecciano sfiorandosi soltanto.

Capirete quindi, quanto sia fondamentale trovare una sapiente disposizione delle scene, anche perché attraverso il montaggio si può giocare con la sequenza delle informazioni che devono essere veicolate al lettore, e con esso i vari punti di vista.

Cerchiamo di spiegarlo in modo più esatto e concreto.

Nella stesura del nostro racconto partiamo da una situazione osservata dal punto di vista di un nostro personaggio, poi invece di continuarla la lasciamo lì, la sospendiamo, e partiamo invece con un’altra situazione osservata dal punto di vista di un altro nostro personaggio, in seguito riprendiamo la situazione precedente, e la portiamo avanti per un po’, la interrompiamo di nuovo e torniamo all’altra situazione, portandola avanti a sua volta. Apparentemente le due situazioni sembrano non avere un nesso tra loro, ma pian piano troveremo il modo per riunirle. E le storie si intrecceranno “naturalmente”.

Cosa s’intende con “naturalmente”?

Le due situazioni, nel momento in cui le sottoponiamo all’attenzione del lettore (apparentemente) sembrano separate, in realtà, in seguito, mentre prende corpo la trama, scopriamo che ognuna delle due conteneva in sé fin dal principio tutte le premesse affinché potessero poi naturalmente intrecciarsi.

Questo è soltanto un esempio, ma se ci riflettete bene noterete che nei film che avete visto, e soprattutto nei libri che avete letto, sono state adottate queste modalità di montaggio, e capirete che ne sono molti.

Non vogliamo mettervi in testa idee sbagliate: nella fase di montaggio non dobbiamo esagerare abbondando con flash-back, indizi ed effetti mirabolanti, anzi, in questa fase bisogna lavorare spesso per sottrazione, e dovete avere il coraggio di eliminare ciò che non serve, e che appesantisce la trama.

E secondo voi, quali sono le scene che verranno tagliate?

Quelle inutili.

E quali sono quelle inutili?

Quelle che ci sono state utili per chiarirci la trama, ma che in seguito, durante la stesura, ci accorgiamo che appesantiscono il nostro flusso narrativo, quelle che sono servite per chiarirci il percorso, ma che in realtà non sono più funzionali alla nostra storia, alla nostra trama: bisogna avere il coraggio di eliminarle.

Passiamo adesso ad un altro concetto importante.

Durante il montaggio bisogna lavorare con molta attenzione alla coerenza della struttura di ogni scena, e alle differenti sequenze contenute in esso.

Prima di procedere, soffermiamoci su un’altra regola fondamentale.

Ogni scena deve essere considerata come una unità compiuta. Questa tessera (la scena), sarà il “frammento” di un “puzzle” all’interno di una macro struttura, e dovrà dare un senso di completezza e compiutezza.

A sua volta, ogni singola scena, sarà composta di unità logiche chiamate sequenze. Queste sequenze sono di quattro tipi:

1. Narrative – delineano le azioni dei personaggi

2. Descrittive – servono a descrivere luoghi, oggetti e persone.

3. Riflessive – includono digressioni dell’autore e riflessioni dei personaggi.

4. Dialogiche – sono costituite dai dialoghi.

 

E’ evidente che una ben dosata e originale miscelazione di questi quattro elementi, getterà le basi per la buona riuscita di ogni singola scena all’interno del vostro racconto o romanzo.

Altri elementi importanti sono la coerenza dello stile e del ritmo, ma di questo parleremo in seguito.

Esistono diversi tipi di montaggio, ma in questo breve corso non possiamo prenderli tutti in considerazione, ma facciamo un piccolo esempio: un tipo di montaggio possiamo utilizzarlo quando vogliamo creare una struttura ciclica, e cioè, cominciamo da un avvenimento, lasciamolo in sospeso per un po’, per poi ritornarci più tardi. E’ la stessa tecnica che vi abbiamo accennato quando abbiamo parlato della molteplicità di storie che si intrecciano.

Per far questo si utilizza il cosiddetto “montaggio per interpolazione”.

Si anticipa con un “flash-forward” un avvenimento, poi si torna indietro nel racconto fino a giungere al momento esatto dell’evento anticipato (cioè proprio lì a quell’evento, in quel punto esatto), e poi si continua ad andare avanti con la nostra storia.

Se ben ricordate, abbiamo accennato a questo strumento nella lezione sul set-up. Infatti, questa è una tecnica che viene utilizzata per accelerare il ritmo del set up, inserendo appunto questo catalizzatore emotivo che non si trova nell’esatto punto di successione logica-cronologica prevista dalla trama.

Ora magari, forse a livello teorico, non è molto chiaro il concetto, ma non abbiamo troppo spazio per inoltrarci in esercizi ed esempi, l’importante è comunicarvi che tramite il montaggio per interpolazione, si può riuscire ad ottenere un effetto di massima tensione, e facendo ciò, terremo viva e accesa l’attenzione del lettore.

Quindi, sintetizzando: un buon montaggio dona alla nostra trama/storia leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e coerenza, e fa in modo che la nostra storia venga veicolata al lettore in modo avvincente e graduale.

Comunque creare un buon montaggio, oltre a quello già elencato, significa anche capire qual è la migliore angolazione visiva per descrivere ogni nostra singola scena, quindi, qual è l’inquadratura più giusta per ogni singola scena.

Ricapitolando: è importante un’attenta scelta nella composizione delle nostre scene, capire dove piazzarle, e in che modo intrecciarle tra loro, ma soprattutto trovare l’angolazione visiva di ogni nostra scena.

Concludiamo dicendo che una trama avvincente è il frutto della nostra invenzione, e della nostra abilità di creatori di storie, ma è data anche, e soprattutto, dalla modalità con cui decidiamo di montare le nostre scene o sequenze.

Arrivederci alla prossima lezione.

Terza lezione – Fabula e intreccio

Per scrivere c’è bisogno di molta concentrazione, dato che tessere ed imbastire un buon racconto richiede impegno, entusiasmo e passione. Al riguardo, esaminiamo adesso alcune informazioni che possono esservi utili.

Il testo narrativo si fonda su alcuni principi di base da considerarsi prima di stendere il vostro racconto. Questi principi sono semplici e chiari:

  1. Tracciare la struttura narrativa

  2. Creare la fabula

  3. Organizzare l’intreccio

L’insieme delle sequenze disposte in ordine logico e cronologico prende il nome di “fabula”; mentre l’insieme delle sequenze nell’ordine di apparizione nel testo narrativo (e cioè: nell’ordine in cui voi deciderete che il lettore debba leggerle) prende il nome di “intreccio”.

Perciò: “fabula” sarà l’ordine logico e cronologico degli eventi della vostra storia; mentre “intreccio” è l’ordine degli eventi come voi deciderete di presentarli al lettore, cioè l’ordine di apparizione durante la lettura.

A questo punto sicuramente avete già intuito che alcuni eventi, nell’ordine logico e cronologico della vostra storia e quindi nella “fabula”, si trovano all’inizio, non è detto che poi nell’”intreccio” mantengano obbligatoriamente la stessa posizione; come ideatore/autore del vostro racconto, avete la piena libertà di scegliere se posizionarli a “metà” della vostra narrazione, oppure a “tre quarti”, o addirittura verso il “finale”.

In effetti una storia, e lo avete sicuramente notato nei film che avete visto o nei romanzi che avete letto, può essere raccontata seguendo l’ordine cronologico degli eventi, oppure narrandola, apportando modifiche sull’asse della narrazione, andando avanti e indietro nel tempo.

Tutto ciò si può attuare utilizzando:

  1. I “flash-back” – Cosa sono? Sono quei momenti in cui si raccontano o si vedono eventi accaduti “precedentemente” (nel passato), rispetto al periodo “presente” durante il quale si svolge la vostra vicenda, per esempio i vari ricordi del vostro protagonista.

  2. I “flash-forward” – Cosa sono? Sono quei momenti in cui si raccontano o si vedono eventi che invece devono ancora accadere.

Perciò: quando avete impostato la vostra “fabula”, con tutti gli eventi che la compongono in senso cronologico, potete in seguito decidere di invertire o modificare questo ordine, prendendo alcuni eventi e posticiparli, oppure al contrario, prendendone altri e anticiparli.

Tutto questo servirà a rendere più interessante la vostra storia, e facendo questo coinvolgerete maggiormente il lettore all’interno della vostra vicenda, facendolo partecipare anche a livello emotivo.

Alla luce di tutto quello che abbiamo appena detto, avete sicuramente compreso che esistono “differenti strutture” per creare ed organizzare il vostro racconto o romanzo.

Vediamole:

  1. A) Alcune storie hanno un andamento lineare proprio come i binari di una ferrovia, e cioè seguono un andamento progressivo e consequenziale senza ondeggiare avanti ed indietro nel tempo. Queste storie partono da un punto preciso, e progressivamente marciano verso la fine tramite una costruzione dritta e lineare sulla linea del tempo.

  2. B) Altre storie hanno una struttura non lineare, una sorta di cammino a zigzag, e cioè non seguono in modo logico e consequenziale gli eventi sulla linea del tempo. Spesso questa tipologia di storie interrompe il proprio cammino sulla linea principale per diramarsi in un evento passato o futuro, per poi tornare nel punto precedente, e quindi al presente.

Ma vediamo adesso alcuni concetti interessanti:

  1. a) la struttura narrativa è una linea del tempo su cui si indicano i punti fondamentali di una storia.

  2. b) una storia, quasi sempre in narrativa, poggia la sua struttura su due punti fondamentali, come un arco su due basi.

Vediamo questi due punti fondamentali:

  1. Si incomincia con “qualcosa” che interrompe l’equilibrio iniziale della vicenda, e tutto si complica.

  2. La storia cerca una soluzione raggiungendo un momento di massima tensione, per poi procedere verso il finale.

I due assi portanti sono:

  1. A) la destabilizzazione dell’equilibrio.

  2. B) la ricerca di una soluzione per risolvere il conflitto che questa destabilizzazione ha provocato.

Solitamente nella letteratura classica la struttura della storia si identifica in tre momenti ben distinti. Vediamoli:

  1. Il contesto iniziale, dove si fa un quadro generale dei personaggi e dell’ambiente.

  2. Lo sviluppo della situazione.

  3. Lo scioglimento del conflitto al quale segue il finale o epilogo.

Quindi, una volta scelto il nostro tema ed impostata la struttura di base, quando si scrive un racconto, ma soprattutto quando si lavora ad un romanzo, generalmente si definisce prima la fabula e dopo si lavora all’intreccio.

E adesso un altro concetto fondamentale:

Spesso le storie si somigliano, sostanzialmente sono molto simili, ma la modalità con cui sceglierete di raccontare la vostra storia, ecco, quella sarà vostra, unica ed originale, perché l’avrete scelta tra infinite possibili combinazioni.

Infatti, la vera originalità di un autore sta nel trovare un modo di intrecciare i fili di una storia, anche se nei suoi tratti fondamentali è già stata raccontata un migliaio di volte.

Ridotte all’osso, le trame presenti nella storia della letteratura non sono moltissime, anzi decisamente poche, ma starà a voi, e alla modalità con la quale deciderete di imbastire gli eventi, alla vostra capacità di suggerire atmosfere e situazioni, a tutto quello che riuscirete a far trasparire di voi, a come riuscirete a veicolare il lettore nella vostra personale visione del mondo, che darà originalità al vostro racconto.

Spesso questa originalità si riesce a generare anche attraverso un efficace “montaggio” delle scene. Il montaggio è una fase che s’inserisce a sua volta nell’intreccio, ma approfondiremo tutto ciò in seguito.

Per il momento concludiamo dicendo che, come per i film, anche nella narrativa esistono storie dalla trama debole, e cioè storie dove sono i personaggi ad arricchire la vicenda con i loro dilemmi interiori, con la loro conflittualità, con le loro problematiche interne, e storie invece dalla trama forte, dove il susseguirsi degli avvenimenti, e degli eventi, attraggono maggiormente il lettore.

È importante farvi notare una cosa: quando parliamo di trame deboli non significa necessariamente che queste trame siano mosce oppure insignificanti, bensì si intende dire semplicemente che ci stiamo concentrando maggiormente sugli aspetti interiori vissuti dai personaggi, e meno sulle azioni esteriori della vicenda.

Ricordate: ai fini della trama, una presa di coscienza o un mutamento interiore del personaggio, ha lo stesso valore di un’azione esteriore.

Spesso ci sono storie che hanno poche azioni a livello esteriore, ma sono molto forti e significative a livello interiore, mentre, al contrario, ci sono storie che hanno molte azioni a livello esteriore (con mega-effetti mirabolanti), ma che poi finiscono per risultare molto povere a livello interiore. Approfondiremo tutto questo parlando di genere, contenuto e forma.

Quello che ci interessa puntualizzare adesso è che una stessa storia può essere raccontata in molti modi.

Nell’intreccio entrano in gioco diversi fattori:

Il punto di vista, la sfasatura temporale, l’inserimento di più storie (storie secondarie) all’interno della principale, l’uso di un particolare linguaggio, il ritmo e lo stile.

Dedicare del tempo alla fase della fabula e alla fase dell’intreccio, è veramente una tappa fondamentale per la buona riuscita del vostro racconto o romanzo.

Arrivederci alla prossima lezione