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Il racconto Fantasy

INDICAZIONI PER SCRIVERE UN RACCONTO FANTASY
– Stabilire l’epoca in cui ambientare la vicenda: in un lontano passato o in un lontano futuro
– Definire il luogo o i luoghi immaginari, fantastici, in cui si svolgerà la vicenda
– Stabilire quanti e quali personaggi (positivi e negativi) animeranno la vicenda. Fra i vari personaggi occorre individuare: l’eroe protagonista, stabilendone le caratteristiche fisiche, morali e comportamentali, l’aiutante e l’antagonista
TEMI TIPICI DELLA FANTASY
– la magia che condiziona tutti gli avvenimenti
– la lotta fra il Bene e il Male
– il viaggio verso il luogo predestinato
– la ricerca di un oggetto prezioso o magico, simbolo di grandi valori, da cui dipende la salvezza di un personaggio o di una collettività
– il riconoscimento: un personaggio in incognito rivela la sua vera identità, oppure all’eroe protagonista viene rivelata la sua vera identità e origine
– la riconquista del poter da parte dell’eroe protagonista o di un altro personaggio
ARTICOLAZIONE DELLA TRAMA
– situazione iniziale (problematica)
– situazione intermedia (inserire viaggi, lotte, guerre, duelli fra protagonista e antagonista, ostacoli, prove da superare, elementi magici ecc…)
– situazione finale (prevedere la vittoria dell’eroe protagonista, paladino del Bene, contro le forze del Male)
ASPETTI LINGUISTICI E STILISTICI
– usare la narrazione in terza persona
– usare un linguaggio ricco di nomi fantasiosi ed immagini retoriche come metafore e similitudini
– fare descrizioni particolareggiate di luoghi, ambienti, personaggi in modo da cerare certe atmosfere
– creare azioni movimentate e dettagliate ricche di suspense e colpi di scena
LA FANTASY MODERNA
La fantasy è fondamentalmente una narrazione ambientata in mondi immaginari, abitati da esseri strani, creature fiabesche, eroi coraggiosi e intrepidi e che riserva ampio spazio al magico e al soprannaturale. Non si tratta però di una narrazione di pura evasione, poiché intende sottolineare l’importanza dei valori quali: l’onestà, la lealtà, la perseveranza, il senso di giustizia nell’eterna lotta tra il bene e il male.
I miti nordici e soprattutto le storie del Medioevo cavalleresco, in particolare quelle di re Artù e dei cavalieri della tavola Rotonda hanno suggestionato l’immaginario dei romanzi fantasy.
Filiamo Morris, scrittore inglese dell’Ottocento, , è considerato l’autore delle prime opere moderne di heroic fantasy (fantasy eroica). Dopo di lui, altri scrittori si sono dedicati alla fantasy, ma è stato senza dubbio lo scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) a decretare la fortuna del genere con il romanzo Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro e con la trilogia Il Signore degli Anelli.
LO HOBBIT E LA RICONQUISTA DEL TESORO
Si tratta di un’opera fantasy ambientata in un Medioevo fantastico, dall’intreccio complesso, ricco di elementi magici, fiabeschi, il cui tema conduttore è la lotta tra le forze del bene e le forze del male. Paladini del bene sono gli gobbi, piccoli esseri non più alti di un metro, molto saggi e amanti della quiete domestica ma capaci, in caso di necessità, di imprese eroiche. Lo gobbi Bilbo Baggins, in compagnia del mago Gandalf e dei tredici nani, parte alla ricerca di un tesoro rubato a questi ultimi, nascosto nelle Terre selvagge e custodito da Smaug, un crudele drago. Il viaggio si rivela molto difficile e pericoloso fra gole, foreste incantate e minacciose montagne. Bilbo si scoprirà capace di affrontare prodigi e orrori, il suo premio finale, in quanto rappresentante del bene, non sarà tanto quello di aver recuperato il tesoro, ma di aver acquisito maturità e saggezza. Da questa magica avventura Bilbo tornerà a casa con un anello magico dagli ignoti poteri, il cui valore e mistero verranno svelati nella famosa saga fantasy: Il Signore degli Anelli.
Altri autori famosi di fantasy sono:
R. E. Howard che raccontò le storie di eroiche di Conan il barbaro.
Terry Brooks, noto per i suoi numerosi romanzi ripartiti in cicli: il ciclo di Shannara.
Michel Ende, noto per il suo romanzo La storia infinita.
J.K. Rowlin, nota per il personaggio di Harry Potter.
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Generi Letterari

NOVELLA
E’ un racconto di avventure o avvenimenti, veri o fittizi, capaci di incuriosire. Genere molto antico nella nostra tradizione letteraria, basti ricordare il Novellino (opera di un autore duecentesco). Per seguire poi il Decameron di Boccaccio. Un tipo di novella medioevale è la leggenda che tratta per lo più a scopo monitorio o edificante miracoli e avvenimenti straordinari della vita dei santi.

LA FIABA
Spesso gli scrittori, specie dal periodo romantico in poi, si occuparono a raccogliere il materiale fiabesco d’origine popolare; così hanno fatto Luigi Capuana ed Italo Calvino.

IL RACCONTO
Ha origine dalla novella, il suo è un carattere più fantastico e più narrativo e vicino alla vita, oltre che alla maggiore ampiezza e distensione. E’ fiorito soprattutto dall’ottocento in poi.

IL BOZZETTO
E’ detto così come etimologia da abbozzo o primo getto delle arti figurative, in quanto vuole essere l’espressivo scorcio di una situazione o di un ambiente (es. le Veglie di Neri del Fucini o certe pagine del Cecchi)

IL ROMANZO
In origine designava un componimento in lingua volgare.
Inizialmente il romanzo era scritto in volgare e narrava avventure eroiche e cavalleresche. Fra i prototipi del romanzo si possono citare: la Fiammetta di Boccaccio, il Bertoldo e il Bertoldino di Giulio Cesare Croce.
Nella modernità si afferma nel Seicento
ma il massimo splendore lo raggiungendo nell’ottocento che gli farà assumere le forme del:

  • Romanzo fiume se affronta, all’interno dello stesso testo, storie lunghissime di intere famiglie o gruppi sociali.

  • Romanzo ciclico se appartiene a un gruppo di romanzi diversi, ciascuno a sé stante, ma legato agli altri dall’ambiente e dai personaggi.

I connotati principali del romanzo lo distinguono in:

  • IL ROMANZO STORICO:

    Misto di verità e di invenzione, fiorì nella nostra letteratura sotto l’impulso dei PROMESSI SPOSI DI Manzoni poi si ricordano La battaglia di Benevento e L’assedio di Firenze di Domenico Guerrazzi e il Marco Visconti di Tommaso Grossi e i romanzi del Nievo, del Rovani, Di de Roberto ecc.

  • IL ROMANZO PSICOLOGICO:

    Si interessa più delle vicende interiori: le passioni e i sentimenti che alle vicende esteriori dei personaggi. Esempi sono Fede e bellezza di Niccolò Tommaseo, i romanzi di Antonio Fogazzaro e per alcuni apsetti quelli di D’Annunzio.

  • IL ROMANZO NATURALISTA E VERISTA:

    fIorì nella metà dell’Ottocento suoi rappresentanti e teorici: Luigi Capuana, Giovanni Verga e Federico De Roberto .

    Con il Novecento la forma del romanzo, e più in generale l’intera cultura, è “investita da un vero turbine”. Il romanzo si ramifica in varie direzioni, influenzate anche dal decadentismo. Appaiono all’orizzonte culturale e filosofico la psicoanalisi (Italo Svevo), la logica, la linguistica, e anche la tecnica narrativa cerca di adeguarsi. sensazioni.

  • Romanzo di ambiente e di costume se si descrivono comportamenti di gruppi sociali e di individui che li rappresentano.

  • Romanzo comico-umoristico quando è condotto con un taglio che sottolinea lo stravolgimento delle situazioni normali e muove il riso.

  • Romanzo giallo (o detective story) se la trama si fonda sulla dinamica delitto-investigazione e suoi ruoli di vittima-assassino-investigatore.

  • Romanzo fantastico (o fantasy) se la trama prevede l’interazione con mondi o caratteri che vanno oltre il reale, spesso fondati in una dimensione a-storica e mitica.

  • Romanzo gotico, se l’ambientazione è generalmente situata in epoca medioevale e i personaggi sono cupi e tormentati, vittime di un destino oscuro che li sovrasta e ne determina la tragica fine o il triste fallimento.

  • Romanzo di fantascienza, quando la storia è ambientata in un futuro più o meno prossimo, in cui viene proiettato nella società l’impatto di innovazioni scientifiche e tecnologiche.

  • Romanzo dell’orrore (o horror) se la storia narra di eventi sovrannaturali che coinvolgono i personaggi in eventi e situazioni angoscianti e terribili, volte a creare paura nel lettore.

  • Romanzo di fantapolitica se il tema è l’ipotetica organizzazione di uno stato o le conseguenze di ideologie, con una trasposizione in chiave fantastica, oppure proiettando elementi storici in un ipotetico futuro, o ancora descrivendo una storia alternativa a quella conosciuta (ucronia).

  • Romanzo di spionaggio (spy-story) quando dominano sulla scena i conflitti tra agenti segreti di servizi di vari paesi (spesso CIA e KGB durante la guerra fredda).

  • Romanzo rosa se è orientato al sentimentalismo.

  • Romanzo storico sentimentale quando le vicende sentimentali e romantiche dei personaggi sono collocate in un rigoroso e preciso quadro storico e di costume.

  • Romanzo nero (o noir) se è orientato alla violenza.

  • Nouveau Roman, grosso modo tra gli anni cinquanta e settanta del Novecento.

  • Romanzo d’analisi che mette in mostra tutte le sfaccettature del sentimento e le pulsioni dell’inconscio.

  • Romanzo thriller, caratterizzato da una forte tensione e colpi di scena, può manifestare contemporaneamente peculiarità proprie a più generi quali: azione, giallo, intrigo spy-story e fantapolitica.

  • Iperromanzo, quando l’obiettivo è superare i normali limiti del romanzo, ad esempio realizzando la contemporaneità delle azioni, oppure fornendo al lettore la possibilità di effettuare delle scelte.

  • Romanzo ipertestuale, romanzo realizzato tramite ipertesto o comunque non vincolando la lettura alla sequenzialità delle pagine.

  • Graphic novel, romanzo a fumetti.

  • Metaromanzo.

    In particolare si ricordi la tendenza del Neorealismo, risalente al secondo dopoguerra, che per rendere la realtà sociale usa i termini e le locuzioni della parlata viva o del gergo dei diversi strati sociali, fino a creare un’invenzione lessicale di pastiches linguistici (si ricordino Gadda, Moravia, Pratolini, Pasolini, Cassola)

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Le 10 regole di Elmore Leonard

Dal sito “Salotto letterario virtuale” ho trovato questo articolo che ritengo molto interessante, e vi invito a leggere anche gli altri articoli:   http://salottovirtuale.altervista.org/index.html

Elmore John Leonard Jr., più noto come Elmore Leonard è un noto scrittore, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense. Nell’ambito letterario Leonard è ritenuto un romanziere esperto per le atmosfere delle sue ambientazioni, per il suo stile spesso ellittico e poco lineare, ma soprattutto per la sua capacità di far progredire la trama puntando sulla maestria dei dialoghi tra i suoi personaggi. Ecco le sue dieci regole sulla scrittura creativa, pubblicate dal Guardian:

  • 1. Non iniziare mai una storia parlando del tempo. Se è solo per creare atmosfera e non per descrivere le reazioni del personaggio al tempo, non andare per le lunghe. Il lettore salterà le pagine in cerca di personaggi.

  • 2. Evita i prologhi: possono essere fastidiosi, soprattutto se sono prologhi che seguono un’introduzione che viene dopo una prefazione. Sono cose che si trovano in saggistica. Nel romanzo il prologo è una back-story e la puoi inserire dove ti pare. C’è un prologo in Quel Fantastico Giovedì di Steinbeck, ma lì va bene, perché il personaggio esprime proprio ciò che voglio dire io attraverso queste regole. Dice: “Mi piace che si parli molto nei libri e che nessuno mi dica che tipo è il ragazzo che sta parlando. Voglio capire io com’è dal modo in cui parla”.

  • 3. Nei dialoghi utilizza sempre il verbo “dire”. La frase del dialogo appartiene al personaggio, il verbo è dello scrittore che ci ficca il naso. In realtà “disse” è molto meno intrusivo rispetto a “brontolò”, “esclamò”, “mentì”. Una volta ho notato che Mary McCarthy aveva terminato la frase di un dialogo con il verbo “asserì”. Ho dovuto chiudere il libro per consultare il dizionario.

  • 4. Non utilizzare mai un avverbio per modificare il verbo “dire”… ammonì gravemente. Usare un avverbio in questo modo è un peccato mortale. Lo scrittore rischia, usando un avverbio, di distrarre il lettore e di interrompere il ritmo del dialogo. Un personaggio dei miei libri racconta della sua abitudine di scrivere romanzi storici d’amore “pieni di stupri e di avverbi”.

  • 5. Non esagerare con i punti esclamativi. Siete autorizzati a usarne non più di un paio ogni 100 mila parole di prosa. Se poi hai l’abilità di giocare con i punti esclamativi come fa Tom Wolfe, ne puoi metterne quanti vuoi.

  • 6. Non usare mai le espressioni “improvvisamente” o “è scoppiato l’inferno”. Non c’è bisogno di spiegare questa regola. Ho notato che gli scrittori che usano “improvvisamente” esercitano un minor controllo nell’uso dei punti esclamativi.

  • 7. Usa con parsimonia i dialetti regionali. Se cominci a riprodurre nei dialoghi le parole dialettali, riempiendo la pagina di apostrofi, non ti fermi più.

  • 8. Evita descrizioni dettagliate dei personaggi, cosa che Steinbeck faceva molto. In Colline come elefanti bianchi di Ernest Hemingway, che aspetto hanno l’americano e la ragazza insieme a lui? “Lei si era tolta il cappello e lo aveva messo sul tavolo”. Questo è l’unico riferimento a una descrizione fisica nella storia.

  • 9. Non andare troppo nel dettaglio con le descrizioni di luoghi e oggetti. Non vuoi parole che portino l’azione, il flusso della storia, ad un punto morto, vero?

  • 10.Prova a eliminare le parti che il lettore tende a saltare. Pensa a ciò che salteresti tu nella lettura di un romanzo: lunghi paragrafi che contengono troppe parole, per esempio.

Decidere la temporalità degli eventi raccontati

Dovete incominciare a chiedervi una cosa: chi racconta sa già tutto della storia (ovvero la racconta a posteriori), o apprende man mano che procede nel racconto? Del perché questa sia la scelta più difficile, e quella più importante. Di cosa conviene scegliere, di quali problemi vadano risolti. E del perché all’inizio è forse più opportuno decidere per un narratore che sa tutto. Di come cambia lo stile del racconto se si decide per un’opzione o per l’altra. 

Quanto sa della storia che andrà a raccontare il narratore? 

Partiamo dalla distinzione più elementare. Abbiamo due possibilità.

1.Il narratore racconta in tempo reale, dunque scopre gli eventi man mano che li racconta.

2.Il narratore racconta una storia al passato. Ovvero sa già tutto quello che è accaduto nel momento in cui inizia a raccontare.

Il primo caso vi obbliga a una narrazione lineareIl secondo vi permette di decidere lentamente quanto raccontare, quanto anticipare in parte la storia che andate a scrivere. E come gestire i riferimenti a quello che accadrà. Vediamo due esempi della stessa narrazione, utilizzando i due punti a cui facevo riferimento sopra.

1.Prendo la scala di sinistra. E comincio a salire lentamente. Non mi rimane che controllare tutti i campanelli, per capire a che piano abita Anna. Leggo tutte le targhette. “Sacis spa” e “Studio legale Cutillo” al primo piano. “Ing.Pinna” e “Ludovisi” al secondo. “Veronesi” e “Tartara” al terzo. Ho ancora un piano, l’ultimo. Ma un cancelletto che chiude l’ultima rampa di scale mi impedisce di salire.

2.Non so perché decisi che era quella di sinistra la scala da prendere. Fu certamente quello il primo errore. Salii tre piani di scale convinto che avrei trovato il campanello di Anna. E invece finì per ritrovarmi dei nomi sconosciuti, che non mi dicevano nullla. “Sacis”, “Studio legale Cutillo”, “Ingegner Pinna”. Un “Veronesi”, un “Tartara”. Quando pensai che non poteva che essere all’ultimo piano, feci la scoperta peggiore. Oltre il terzo piano non si poteva più salire. Un cancelletto proprio alla base dell’ultima rampa mi impediva di proseguire.

Questo esempio è il più semplice di tutti, ma ci è utile per capire. Nel secondo svolgimento, il narratore sa già quello che è accaduto. E lo accenna da subito (“Non so perché… fu certamente il primo errore”), poi continua a raccontare, ma il lettore ha già un’informazione che gli genera un’attesa narrativa.

Ogni evento raccontato è anticipato da qualcosa, che porta a un’aspettativa (“feci la scoperta peggiore”):

L’elenco dei nomi nei campanelli è più casuale. Perché a quel punto non è importante conoscerli piano per piano. E’ importante raggiungere la fine per scoprire che c’è un cancelletto che chiude la rampa della scala.

Ma questo è un esempio assolutamente elementare. Facciamo un altro passo, verso una narrazione più complessa. Leggete adesso.

1.Il tram numero 19 passava ogni quindici minuti, con una precisione che nessuno poteva davvero immaginare. E ogni volta il vasetto di vetro soffiato che Anna mi aveva portato da Venezia vibrava sul caminetto come fosse l’avvertimento di un terremoto.

2.Avrei dovuto capire da quel tintinnio del vasetto di vetro soffiato, quello che Anna mi aveva portato da Murano, che la mia vita da lì a poco sarebbe cambiata, come un terremoto che ti sconvolge la vita. Anche se quel tintinnio non era altro che una conseguenza di quei binari del tram, il 19, che facevano vibrare casa con un intervallo di 15 minuti, come un appuntamento preciso.

Come potete vedere in entrambi i casi ho utilizzato il passato. Ma nel primo caso il tempo corre, per quanto al passato, in modo lineare. Nel secondo caso, il narratore anticipa, crea attesa, procede per strappi. Dice prima qualcosa che mette in allarme il lettore, poi torna indietro e racconta del tram.

Ognuno di voi può decidere se preferisce un modo anziché l’altro, ma dovete comunque tenere presente due cose.

a.il tempo lineare (quello degli esempi 1 per intederci) è forse più facile da gestire, ma rende la narrazione piatta, e senza particolari sorprese.

b.il tempo a strappi continui, dove il narratore è onnisciente, vi permette di giocarvi la narrazione misurando di volta in volta quello che volete anticipare e quello che volete tenere come sorpresa fino alla fine.

Leggete qui.

Non potevo pensarci. Non potevo pensare che quella porta di frassino, pomelli in ottone e campanello elegante un giorno si sarebbe chiusa per sempre davanti a me. Eppure quel giorno lo dovevo capire, quel giorno che ricordava il prologo di un destino: quando il cancello, quel cancello di ferro battuto, dal disegno elegante, si presentò davanti ai miei occhi inesorabilmente chiuso. E pensare che di quel palazzo non sapevo nulla. Leggevo i nomi dei campanelli come fossero delle pure lettere dell’alfabeto. Non conoscevo ancora il passo affrettato a scendere le scale dell’anziano avvocato Cutillo, o la nuvola di profumo, Allure avrei detto, della signora Veronesi, che non rinunciava mai all’ascensore. Anna stava là oltre il cancello chiuso. In quella casa blindata, in quel pianerottolo dove l’ascensore poteva arrivare soltanto inserendo una chiavetta che sostituiva il pulsante del quarto piano. Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Ma sarebbe finita, e lo sapevo. Anche se non potevo immaginare che l’unica cosa che mi sarebbe rimasta di lei non era altro che un vasetto di murano, di vetro sottilissimo, che ogni volta, ancora oggi, che passa il tram, il 19, vibra come dovesse arrivare un terremoto. Ma per quanto mi riguarda, il terremoto nella mia vita è già passato, con tutte le sue macerie.

Come potete vedere utilizzo il tempo come fosse un elastico. Vado avanti e indietro. Racconto un dettaglio del futuro, poi torno indietro al momento della narrazione, faccio una precisazione, lascio intravvedere gli eventi che si spiegheranno con il procedere della narrazione. Il tempo nel testo che vi ho scritto adesso è una linea frammentata, che non rompe il corso della narrazione ma lo arricchisce e soprattutto lo mescola, lo amalgama in un modo diverso. Se riuscite a scrivere in questo modo avrete maggiori possibilità di produrre una scrittura più avvolgente e seduttiva. Perché è certamente una scrittura ammiccante, e piacevole. Questo non toglie che si possa produrre una scrittura e una narrazione altrettanto seduttiva e affascinante anche sfruttando la linearità del tempo. Ma è molto più difficile, perché in quel modo il racconto non crea delle aspettative “frase dopo frase”, ma le deve creare per tutto il testo. Cosa voglio dire con questo?

Voglio dire che il lettore non ha una promessa narrativa continua, che lo tiene sospeso. Ed è solo sulla capacità di tenere il ritmo della narrazione molto alto che porterete il lettore alla fine della vostra storia.

Continueremo con lo stesso argomento nel prossimo post……

Settima lezione – I punti di vista

Così come nella vita reale, in cui ognuno di noi filtra la sua realtà dal proprio punto di vista, anche in letteratura ogni personaggio utilizza una propria personale angolazione per leggere e interpretare il suo mondo.

Ogni essere umano si sente in qualche modo al centro del mondo, ed osserva la vita dalla sua angolazione visiva o punto di vista. È per questo che spesso si afferma che in fondo “tutto è soggettivo”.

Infatti, ognuno di noi filtra gli eventi della propria vita, e del mondo circostante, colorando questi avvenimenti con delle sfumature dettate ogni volta dal proprio punto di osservazione.

Ebbene, per i personaggi di un racconto o di un romanzo è la stessa identica cosa: ognuno di loro filtra gli avvenimenti che deciderete di inserire nella vostra storia con differenti sfumature, emozioni e stati d’animo.

Un buon suggerimento è quello di iniziare subito ad immaginare come cambia una storia conosciuta se si cambia la prospettiva della voce narrante.

È un esercizio davvero utile, sperimentatelo: prendete una storia che conoscete bene, e che amate, e provate ad immaginarla cambiando completamente la prospettiva della voce narrante.

La vostra storia, pur rimanendo logicamente nei tratti principali la stessa, muterà in modo sostanziale. Potrà piacervi di più o piacervi di meno, comunque non sarà più la stessa, come se avesse cambiato identità.

Vi abbiamo suggerito questo esercizio affinché divenga efficace comunicarvi, che un aspetto di primaria importanza a cui bisogna pensare quando si scrive narrativa, è appunto la voce narrante che racconterà la vostra storia, perché questa scelta determinerà lo stile del vostro racconto.

È chiaro adesso che quando vogliamo scrivere una storia occorre decidere da quale punto di vista la racconteremo.

Questa scelta influenzerà molto il risultato finale.

Il delicato compito dell’autore è quello di offrire al lettore una prospettiva di osservazione dalla quale potrà seguire la storia, tramite la scelta e l’utilizzo di un punto di vista o di un altro

È importante comprendere che ogni punto di vista ci mette a disposizione delle possibilità, ma ce ne preclude altre. La stessa storia raccontata da diversi punti di vista non è più la stessa storia.

Detto questo, è facile per voi dedurre che scegliere il punto di vista significa decidere ciò che il lettore sa, e quello che il lettore non sa, e da quale angolazione percepirà la storia.

Ed eccoci alla prima sintesi, è importante perciò scegliere una voce adatta alla storia che si vuole raccontare.

Vediamo adesso quali sono le possibilità per fare tutto ciò.

Esistono due modi principali di raccontare una storia, e quindi, di trasmetterla al lettore: attraverso la voce di un “io” narrante, in prima persona singolare, oppure attraverso quella di un narratore, spesso anonimo, in terza persona singolare.

Entrambe le forme sono usate per scopi precisi, e presentano logicamente vantaggi e svantaggi.

Prima persona singolare.

Dà la sensazione di una storia vera, raccontata direttamente da chi l’ha vissuta. Tramite questo punto di vista bisogna calarsi completamente nella mente del personaggio prescelto, e aderire pienamente alla sua interiorità.

Vantaggi: spontaneità del flusso narrativo, e coinvolgimento emotivo da parte del lettore.

Svantaggi: è un punto di vista limitato, il lettore percepirà, sentirà, e vedrà soltanto ciò che il nostro personaggio farà.

Questo punto di vista può essere eccellente per alcune storie, soprattutto per quelle in cui vogliamo trasmettere un senso di verità, autenticità, e autobiografia, mentre è completamente sbagliato invece per altre.

Terza persona singolare.

Il procedimento contrario a quello appena descritto si verifica in un racconto scritto in terza persona singolare.

Tramite questo punto di vista si può avere una connotazione di neutralità oggettiva, oppure sfumature che la rendono più vicina alle sorti del personaggio principiale, pseudo soggettiva.

Possiamo avere una terza persona o narratore onnisciente, che non è più limitato come il punto di vista precedente, perché permette all’autore di dare qualsiasi tipo di informazione al lettore.

Quindi ci permette di rendere conto al lettore di tutto ciò che avviene nella storia, di quello che sta fuori i personaggi e di quello che accade nella loro interiorità. E’ una sorta di macro occhio che tutto vede e sente.

Questa forma narrativa permette di spaziare liberamente da un personaggio all’altro svelandone i più intimi segreti, di cambiare scena a piacimento, di poter dire tutto di tutti senza le costrizioni dell’io narrante, o della terza persona immersa.

Cos’è la terza persona immersa?

 E’ il punto di vista di cui di parlavamo precedentemente, quello pseudo soggettivo.

Prima di passare alla terza persona immersa, vogliamo comunicarvi una regola importante sul narratore onnisciente:

il narratore onnisciente può essere sia partecipativo, cioè che può entrare nei pensieri, nelle emozioni dei personaggi, sia oggettivo, cioè distaccato.

Se si sceglie di scrivere la storia attraverso un punto di vista oggettivo, cioè narratore distaccato, bisognerà stare attenti a non dire nulla direttamente, lasciando che siano i personaggi a raccontare la storia attraverso le loro azioni. In questo caso, il narratore vede e sente tutto, ma non commenta né entra nei personaggi, si limita a narrare ciò che osserva in modo equilibrato, neutro, distaccato.

L’effetto che tutto ciò sortisce, è quello che il narratore in qualche modo scompare, esiste logicamente, ma non se ne avverte la sua presenza, è come se fosse assente.

Terza persona immersa

Si definisce terza persona immersa o limitata quel punto di vista che si immerge totalmente nel personaggio prescelto, come se la storia fosse in realtà raccontata in prima persona.

E qui, protagonista e narratore coincidono esattamente.

In altre parole, la voce narrante non è grammaticalmente un “io”, ma è talmente immersa nelle azioni, e nei pensieri del protagonista da limitare il punto di vista narrativo a quell’unico personaggio.

In quanto alle connotazioni pseudo soggettive, le immagini delle azioni narrate vengono mostrate principalmente in modo neutro e non filtrato, come si addice alla terza persona singolare, ma allo stesso tempo si avverte che la storia è percepita completamente, e sostanzialmente dal punto di vista del protagonista.

In questo caso, il nostro protagonista è sempre in scena e l’autore descrive, commenta, e segue tutte le sue azioni. Il lettore viene, quindi “immerso” negli obiettivi, e nelle motivazioni dello stesso protagonista.

La scelta di questo punto di vista ci dà la possibilità di autenticità, e di intimità, come la prima persona singolare, ma ci offre anche degli strumenti che appartengono alla terza persona singolare, soprattutto nelle descrizioni.

Quindi, ci permette un maggior spazio d’azione, anche se, come la prima persona singolare, ha un limite, e questo limite consiste nel fatto che il lettore fin dall’inizio, è consapevole che del protagonista non potrà mai conoscere più di quanto non sappia l’io narrante.

Comunque, approfondiremo in seguito ogni punto di vista nei dettagli, quello che ci interessa trasmettervi adesso è il seguente: è fondamentale che vi facciate delle domande per scegliere la giusta voce narrante per il vostro racconto, e cioè:

Qual è il punto di vista migliore per raccontare questa storia? E perché quello? E cosa mi offre e cosa non mi offre?

Qual è l’angolazione più adatta per ottenere un risultato efficace? E qual è il tipo di atmosfera che desidero evocare?

Che cosa voglio far sapere al lettore? E qual è il linguaggio più adatto per farglielo sapere?

Infatti, il punto di vista è anche un fattore linguistico e non soltanto grammaticale. Scegliere di raccontare una storia in un determinato stile implica una percezione di quella storia differente da quella che avremmo, se la stessa identica storia venisse narrata con un altro stile.

Inoltre, anche se non l’approfondiremo in queste lezioni, vi informiamo che esistono altre possibilità di utilizzo del punto di vista:

Quella in prima persona plurale, e quello in seconda persona singola e plurale.

Nella prima persona plurale c’è un noi narrante che esprime logicamente l’idea del gruppo, mentre scrivere un racconto, o addirittura un romanzo in seconda persona plurale o singolare, e cioè in tu o in voi, è davvero estremamente complicato.

Significa rivolgersi continuamente ad un personaggio, permettendo al lettore di condividerne le vicende e di sentirlo molto vicino, ma significa anche rivolgersi talvolta direttamente al lettore.

Un’ultima informazione: normalmente il punto di vista non cambia durante il racconto, ma anche questa non è una regola fissa.

Per esempio, esiste una particolare struttura narrativa, denominata “focalizzazione interna multipla”, dove la storia viene raccontata dai diversi punti di vista dei vari personaggi.

In questo caso occorre fare molta attenzione al linguaggio, anche perché dovrà essere assolutamente coerente con la personalità di ogni personaggio che man mano narrerà la storia.

Se si sceglie, quindi, di utilizzare un punto di vista multiplo occorrerà ogni volta narrare con gli occhi, ma soprattutto con le parole (la voce) del personaggio prescelto, affinché la loro modalità espressiva, cioè dei diversi personaggi, non risulti uguale, e quindi poco significativa.

Ci sono tante possibilità per narrare la vostra storia, direi infinite, e come nella vita non vi resta che scegliere il punto di vista più adatto per osservare il vostro racconto.

Quinta lezione – Le tappe della trama

Per “trama” sostanzialmente si intende il “disegno” sul quale si struttura la storia che abbiamo deciso di raccontare.

Ogni storia è organizzata in modo da unire snodi, svolte drammatiche, e punti critici, che hanno la capacità di affascinare il nostro lettore.

Quindi, per “trama” si intende la serie di “svolte, snodi e punti cardine” attorno ai quali è strutturata, e organizzata la nostra narrazione.

Ogni “svolta o colpo di scena”, tra cui eventi, azioni esterne significative per i nostri personaggi, rivelazioni o prese di coscienza, moti interiori, sia psicologici che sentimentali, fanno tutti parte della “trama”.

Ma cerchiamo di capire meglio che cos’è la trama.

La “trama” nel gergo tessile, è il filo che costituisce la parte trasversale del tessuto. Nel “tessuto narrativo”, la trama è invece il “filo conduttore” che attraversa e sorregge l’intreccio di una storia.

Possiamo quindi immaginare la storia come una serie di fili che corrono paralleli (e cioè gli eventi che riguardano i vari personaggi coinvolti nella vicenda si susseguono in ordine cronologico), sviluppare la trama significa decidere come intrecciare tra loro questi fili, cioè in che modo raccontare la storia.

Non so se ricordate la lezione sulla fabula e l’intreccio; vi invitiamo a riascoltarla o rileggerla anche perché parlare di trama significa anche parlare di fabula e intreccio.

Inoltre sentirete spesso ripetere alcuni termini e concetti, ma questo non perché vogliamo essere ripetitivi, bensì perché tutto in scrittura creativa è concatenato. Infatti, potete immaginare la scrittura creativa come un cerchio dai tanti raggi o come una grande casa dalle stanze comunicanti.

I raggi e le stanze sono gli ingredienti che ci necessitano per creare la nostra storia.

Questi ingredienti non sono nettamente separabili tra loro, ma noi li trattiamo singolarmente per funzionalità operativa.

Prima di inoltrarci nei dettagli, e nelle tappe della trama, vediamo alcune nozioni importanti.

Nella narrativa classica la struttura della storia procede attraverso tre fasi.

Prima fase – È la parte iniziale, in cui il protagonista viene in qualche modo chiamato a cimentarsi in un’impresa che lo impegnerà e coinvolgerà a fondo, in quanto c’è in gioco per lui qualcosa di vitale o comunque di essenziale.

Seconda fase – È una parte centrale in cui il protagonista affronta, una dopo l’altra, le varie prove che si pongono lungo il suo percorso (percorso che non obbligatoriamente deve essere d’avventura, esteriore, ma può anche essere un percorso interiore e di prese di coscienza).

Terza fase – È una parte finale, detta anche “scioglimento”, in cui la vicenda si conclude, in modo più o meno catartico e risolutorio.

Vediamo adesso di approfondire queste fasi, anche se pur brevemente.

Il compito dell’autore consiste nel pungolare un personaggio con un dilemma interiore e/o un problema esterno da risolvere. Quello che conta è generare un crescendo di tensione che, quando giunge al culmine, il cosiddetto “climax”, provoca un cambiamento nel nostro protagonista.

Infatti, i personaggi durante il nostro racconto solitamente si trasformano.

I personaggi sono essere umani, e a secondo del punto di vista con cui guardiamo le cose, variamo e generiamo la loro felicità o infelicità. Se accade loro qualcosa, e viene visto da un punto di vista alto e evolutivo, gli stessi si arricchiscono e crescono, se invece lo guardiamo da un punto di vista involutivo, si impoveriscono e si indeboliscono.

Tornando alla nostra trama, soprattutto al “momento del climax” o “punto di svolta cruciale”, il filo della tensione a poco a poco si allenta, e la storia si avvia verso una “risoluzione” (positiva o negativa) chiamata “scioglimento”.

Questa formula a cosa ci serve?

Ci serve semplicemente per capire che ogni trama deve prevedere un ostacolo sul cammino del nostro protagonista. Magari qualcuno di voi sarà perplesso, e penserà che è troppo semplice condensare la quasi totalità della letteratura in questa formuletta, ma è proprio così.

E’ un modello di base, più o meno conscio, e lo afferma anche John Gardner, maestro di scrittura creativa negli Stati Uniti.

Dice Gardner: “Un personaggio vuole qualcosa, persegue un obiettivo, malgrado le sue opposizioni, compresi i suoi stessi dubbi, ed infine giunge allo scioglimento.”

E non solo Gardner sostiene questo principio basilare della narrazione, anche Vladimir Propp, per esempio, nel suo libro “Morfologia della Fiaba” parla di questa struttura archetipica di base.

C’è sempre un eroe, il nostro protagonista, che ha un ostacolo da superare. Lo supera ed evolve, oppure non lo supera ed involve.

In fondo questa formuletta non è così semplicistica come sembra, bensì rispecchia al vita, e la letteratura a sua volta rispecchia la vita: tutti noi incontriamo ostacoli sul nostro cammino, e dipende dal posto di vista da cui li guardiamo e dalla modalità con cui interagiamo con questi ostacoli uscirne rafforzati e più ricchi, oppure più poveri ed indeboliti.

Approfondiamo adesso le tappe della trama.

  1. Prima tappa: stabilità.

La trama parte sempre da una posizione (situazione) di partenza del personaggio. Cosa fa? Come passa i suoi giorni? Come avverte la sua situazione di partenza? Comunque l’avverta: il nostro personaggio la vive, ci sta dentro, e i suoi giorni passano mentre lui vive tale situazione.

Capirete però che non avremmo “storia” a livello narrativo se la sua vita scorresse così per sempre. Il nostro protagonista non si troverebbe mai in difficoltà, e il nostro racconto letterariamente sarebbe molto noioso.

  1. Seconda tappa: inevitabilmente il conflitto.

Il conflitto del nostro personaggio. Accade qualcosa di imprevisto al nostro protagonista che destabilizza la sua situazione iniziale, di partenza.

Orbene, un evento turba l’andamento della sua vita, e la sua conflittualità esplode, e lo costringe a confrontarsi con se stesso, e per il lettore il racconto diventa molto interessante.

Attenzione: una trama non può essere concepita separatamente dai suoi personaggi, perché scaturisce dalle loro stesse azioni, perciò per il lettore i conflitti dei personaggi sono di forte interesse, anzi fondamentali.

Il nostro protagonista ha quindi in sé dei tormenti interiori i cui nodi costituiscono gli ostacoli principali sul filo della narrazione, e il lettore li seguirà con forte partecipazione emotiva.

Ricordate con attenzione questo principio fondamentale della narrazione: “possiamo avere una storia stilisticamente anche perfetta, ma se manca ai personaggi un filo di tensione, di conflittualità, il racconto tende ad essere come un quadro pieno di belle pennellate, ma in fondo privo di una linea portante”.

  1. Terza tappa: complicazione.

Il conflitto e la situazione che hanno destabilizzato l’equilibrio iniziale del nostro protagonista solitamente si complicano.

  1. Quarta tappa: climax.

Il momento culminante del conflitto e della complicazione.

Portiamo la situazione al massimo, o “momento della verità” o “momento di massima tensione”. Il “climax”, infatti, è un momento decisivo di massima tensione, un importante momento di svolta all’interno della nostra narrazione.

Viene chiamato “climax”, il momento narrativo di complicazione della vicenda, nel quale è presente la massima tensione e partecipazione emotiva da parte del nostro lettore.

 

5 . Quinta tappa: risoluzione.

Il “dénouement” o “risoluzione” comprende gli eventi compresi tra l’azione in calo (anticlimax) e la fine effettiva del racconto.

In questa fase i conflitti vengono risolti, e si ricrea in qualche modo una situazione stabile, normale, abituale.

Il “dénouement” provoca un senso di catarsi e il rilascio di tensione ed ansia. E’ un termine letterario che si riferisce agli eventi che accadono alla fine, dopo il climax.

Ed eccoci giunti inevitabilmente all’epilogo.

6 . Sesta tappa: il finale.

Il racconto si conclude con un epilogo in cui il protagonista o è migliorato dall’inizio della storia (andamento evolutivo), oppure peggiorato rispetto all’inizio (andamento involutivo).

Comunque avrà fatto esperienza di un qualcosa in più, e sicuramente alcuni suoi aspetti, o in meglio o in peggio (in bene o in male), saranno mutati.

Questo andamento, come vi abbiamo accennato precedentemente, rispecchia la vita reale, perché tutti noi possiamo passare attraverso le difficoltà diventando più forti e più ricchi, oppure uscirne più deboli e più poveri, ed è così, proprio come nella vita reale, anche in letteratura la sorte del vostro protagonista dipende esclusivamente da voi.

Ora prima di lasciarvi, vogliamo darvi un suggerimento importante.

Sicuramente vi sembrerà artificiosa e complessa la costruzione di una trama passando attraverso tutte queste fasi e tappe, ma se proverete ad applicare queste tecniche, vi accorgerete che contengono il succo, la linfa della struttura narrativa, e tutto diventerà molto più semplice, sarà quasi naturale utilizzarle, e magari le avete già utilizzate, senza rendervene conto, senza esserne consapevoli, quindi, la consapevolezza giocherà un buon ruolo sulla vostra efficacia a livello narrativo.

Per questa lezione oggi è tutto, riprenderemo in futuro le strategie per riuscire a creare una trama efficace.

Arrivederci alla prossima lezione