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La metafora: natura dinamica del pensiero

Sempre dal sito di Salotto letterario virtuale:

http://salottovirtuale.altervista.org/index.html

voglio condividere questo articolo molto interessante. Buona lettura

Quando si parla di metafora ci si riferisce ad una figura retorica in cui è prevista una trasposizione, un mero trasferimento di significato. Concettualmente differente dalla similitudine — introdotta da avverbio o locuzione avverbiale — essa parte da un’immagine mentale e si formata da segni e simboli. Il segno è qualcosa di sociale, è convenzionale, mentre il simbolo è più privato. ESEMPIO:

– Segno: acqua, a-c-q-u-a

– Simbolo: mare, bottiglia, salata (associazione libera di pensiero)

Parlando di metafore, si deve partire dai luoghi d’intersezione tra significato e pensiero, ovvero le parole. Queste ultime, per la loro natura grammaticale, possono essere:

 Polisemiche, ovvero parole che hanno più significati: collo (il collo del piede, il collo della bottiglia), radice (radice di un albero, radice dei capelli, radice del dente), pesca (a seconda di come viene utilizzato l’accento la parola pesca può riferirsi al frutto oppure allo sport) e così via;

 Monosemantiche, ovvero parole che hanno un solo significato: computer, pupazzo, casa e così via.

Questo ultimo tipo di parole — ovvero quelle monosemantiche — possono assumere diversi significati a seconda del contesto in cui vengono inserite, andando a formare, appunto, le metafore che possono essere definite come:

 Metafore morte: sono quel tipo di metafore ormai entrate nel linguaggio comune, che hanno perso la loro carica emotiva, il loro surplus di significato; tali tipi di metafore, a volte, non sono più considerate come tali; (es. Piemonte  ai piedi del monte)

 Metafore vive: sono quel tipo di metafore che siamo in grado di creare in ogni singolo momento e che hanno una gran carica e un gran surplus di significato; grazie a tali metafore è anche possibile capire la vera natura di qualcun altro, ci dà modo di concepire il proprio e l’altrui modo di pensare.

La metafora è qualcosa di creativo, è un continui accostamento della nostra vita ad immagini comuni e propri richiami della mente. Si può accostare il mare alla nostra vita, il cielo ad una persona, un fiore ad una persona delicata, un sapore ad un amico e così via. Alcuni esempi di metafora:

 Scrivere a zampe di gallina  Scarabocchiare, scrivere in malo modo

 Sei un coniglio  Sei un codardo

 Hai un cervello da formica!  La tua intelligenza è limitata

La metafora nella storia

Dal punto di vista letterale ci si chiede perché le metafore siano così importanti; basta ripercorrere alcune tappe piuttosto rilevanti della nostra storia.

Siamo negli anni successivi al 330 d.C. quando il famoso Aristotele scrive “Retorica” e, a proposito degli schiavi, scrive:

“Non è bene che gli schiavi usino metafore”

A quel tempo la schiavitù era considerata giusta, era considerata come qualcosa di importante e scontato, e gli schiavi erano coloro che smuovevano l’economia. Aristotele, dal canto suo, non voleva di certo mettere in dubbio la figura delle schiavo, e non voleva liberarli dalla loro condizione. Affermava solo che gli schiavi, per essere tali, e per svolgere il loro “lavoro” nel migliore dei modi, non dovevano avere pensieri, non dovevano pensare a nulla se non a quello che facevano, né tantomeno pensare ad un modo che potesse liberarli dalla loro situazione. Per loro la metafora non sarebbe stata nient’altro che qualcosa che li avrebbe liberati, che li avrebbe trasportati da una dimensione ad un’altra, dal loro contesto di riferimento (quello di essere schiavi) ad un altro (quello di essere uomini liberi). La metafora era per loro (e per chiunque) una continua ricerca alla libertà interiore. Se gli schiavi avessero usato delle metafore sarebbero diventati cattivi schiavi. Quando l’argomento metafora fu ripreso nel 1700 (ca.) da Vico, egli affermò che ogni metafora è una “piccola favoletta”, l’unità minima di ogni storia; quindi, per avere una storia, non dobbiamo far altro che mettere insieme un numero illimitato di metafore. Viene ad introdursi così il rapporto tra metafore e storie, successivamente ripreso da Bruner all’incirca nella seconda metà del 1900. Egli scrisse dei testi sull’identità e sulla narrazione personali, introducendo la figura dello scrittore, colui che vede la realtà al congiuntivo, ovvero il modo della possibilità. Lo scrittore è colui che, continuamente, può cambiare la realtà, vedendo quest’ultima secondo le diverse possibilità che vengono offerte dalla realtà, per trarne continui spunti per costruire storie diverse, anche uguali ma raccontate da diversi punti di vista. Dove c’è possibilità c’è cambiamento, e dove c’è cambiamento, c’è di base una metafora. La metafora, quindi, non è nient’altro che un continuo cambiamento relazionale intrapersonale (relazione con sé stessi) e interpersonale (relazione con gli altri). Se cambiano le relazioni, alla base di qualsiasi rapporto e comunicazione umana, cambia anche il contesto in cui tale relazione viene a formarsi e tale cambiamento è apportato da ciò che nella vita umana è flessibile e dinamico, ovvero il pensiero. Con il pensiero possiamo arrivare dove vogliamo e in qualsiasi momento, e con la metafora possiamo esprimere ciò che è più profondo in noi stessi. Solitamente, in ambito letterario, non ci si rende conto di scrivere e pensare metafore, eppure sono sempre presenti nella nostra vita.

Personalmente, nel momento in cui mi è stato chiesto: “Descrivi questo momento della tua vita con una metafora”, questo è quello che è venuto fuori:

“Io sono il sole d’autunno. Mi sveglio la mattina presto, e sono quasi sempre assonnata; non scaldo tutti, perché la foschia mattutina non me lo permette, ma se riesci a trovare un posto in cui la foschia non c’è posso riscaldarti anche più del sole d’agosto, perché non sarà di certo la foschia a fermarmi, ora. A mezzogiorno il sole è passato, e anche la foschia; a quest’ora sono piena di vita, riscaldo tutti e non faccio ombra a nessuno. Il mio pomeriggio dura poco, perché l’inverno porta freddo, sia dentro che fuori. Lascio presto il posto a chi si sente un po’ come la luna, a chi, a differenza mia si lascia illuminare e non illumina. Quando penso che mi sto spegnendo, penso anche che è solo per oggi: domani tornerà ad offuscarmi la foschia, non farò ombra più a nessuno e lascerò di nuovo il posto a qualcun altro, dopo che per tutta la notte ho continuato, anche involontariamente, ad illuminare.”

Scatenate la vostra fantasia e la vostra creatività e descrivete anche voi la vostra vita, o questo momento della vostra vita con una metafora, potrebbe essere un ottimo esercizio!

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Decima lezione – Il finale

Partiamo dicendo che, come si usa dire di coloro che colgono le occasioni che si trovano al momento giusto nel posto giusto, ecco, un buon finale è quello che chiude la nostra storia al momento giusto e nel modo giusto.

Un buon finale è strettamente connesso al tipo di storia che stiamo narrando, perciò è molto difficile parlare di finale in senso generico.

Possiamo però tentare in questa breve lezione di individuarne alcune caratteristiche.

Iniziamo col dire che scrivere un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio e che esistono diversi tipi di finale a seconda della storia che stiamo scrivendo.

Una tipologia usuale di finali, per esempio, riguarda quelli che al termine della storia ristabiliscono un equilibrio e cioè una normalità che era stata in qualche modo interrotta.

Un atto che crea disordine nella realtà quotidiana, è la rottura di un equilibrio che deve essere ristabilito, questa tipologia di finali ripristina, appunto, equilibrio e ordine dopo le varie peripezie vissute dai nostri personaggi.

Possiamo avere un finale in cui la natura o la situazione dei personaggi vengono in qualche modo migliorate rispetto all’inizio della storia, oppure, viceversa, peggiorate e quindi: finali con un andamento evolutivo oppure con un andamento involutivo.

Comunque, in un caso o nell’altro, il finale prescelto deve contenere un forte significato che doni senso al nostro testo nella sua totalità, che in qualche modo magnifichi e rafforzi il contenuto della nostra storia.

E’ importante sottolineare che nell’infinita varietà di storie possibili non è obbligatorio che un finale sia una chiara e limpida soluzione della situazione della nostra storia, né che le parole finali debbano tradursi in una conclusione fatta e finita.

Ci sono, infatti, molti scrittori che preferiscono finire le loro storie con i puntini di sospensione invece che con un punto.

Si possono, infatti, avere dei finali aperti, dove le storie volutamente sono prive di una conclusione nel senso tradizionale del termine, oppure dei finali chiusi, dove, invece, viceversa, la conclusione è chiara e netta.

Nei finali aperti si tende a terminare la storia, appunto, senza una conclusione vera e propria e si lascia il lettore nell’incertezza, perché il senso della narrazione appare incompiuto o indefinibile.

Nei finali chiusi invece il conflitto della nostra situazione viene risolto oppure non risolto ma tutto in modo chiaro e definitivo.

Vediamo adesso un’altra distinzione importante.

Sia i finali chiusi che quelli aperti possono essere o “lineari” oppure “circolari”,

 FINALE LINEARE: la storia si muove in avanti e raggiunge il climax (momento di massima tensione) in un punto lontano da quello in cui è iniziata, quindi, in qualche modo, si può dire che dall’inizio alla fine della storia c’è spazio, c’è distanza

 FINALE CIRCOLARE: la storia curva su se stessa e termina esattamente nel punto dov’era iniziata, in un luogo simile o strettamente legato a quello originario.

In sintesi:

 il finale lineare è consigliabile se si preferisce realizzare un crescendo che punta ad un climax emozionante, dirompente e risolutivo.

 Mentre se il nostro intento è quello di una soluzione più riflessiva e sfumata e cioè meno esplosiva e concitata, è meglio puntare sul finale circolare.

Ci preme, per correttezza, ribadire che ogni storia deve avere il suo preciso, specifico finale.

Detto questo, possiamo affermare che nel finale lineare l’azione si arresta dopo il climax e non rimangono nodi da sciogliere, mentre nel finale circolare si fissa maggiormente l’attenzione sui contrasti, per esempio: tra passato e presente, mostrando cambiamenti sopravvenuti nei personaggi attraverso il confronto di luoghi, situazioni o atteggiamenti.

In questo caso, si possono rimandare al dénouement (conclusione) gli eventuali nodi ancora da sciogliere, evitando comunque troppe esitazioni o di tirarla troppo per le lunghe.

Comunque, anche questo è relativo, perché va visto di storia in storia. Per esempio, ci sono anche delle storie dove lo scioglimento consiste proprio nel non sciogliere i nodi.

Sì, ne siamo consapevoli, adesso ci sarebbe bisogno di alcuni esempi pratici, concreti, per capire quello che stiamo trattando teoricamente, però sapete anche che queste sono piccole lezioni introduttive e che la loro funzione è esclusivamente quella di introdurvi agli argomenti della scrittura creativa, quindi se volete approfondire lo farete in seguito, seguendo alcuni piccoli racconti che posteremo nel tempo.

Infatti, l’obiettivo di questi nostri veloci assaggi è stato quello di rendervi consapevoli, che se in futuro volete scrivere un romanzo o un racconto senza disperdere troppo tempo ed energie, sarà molto saggio da parte vostra procurarvi gli strumenti e le tecniche per farlo bene fin da subito, ma se pazienterete proveremo a illuminarvi con altri “saggi” narrativi.

Tornando al nostro finale, quello che è fondamentale è il seguente: al di là del finale prescelto, il nostro finale deve dare un senso all’esperienza di lettura del testo, alla sua conclusione, e cioè: deve dare un’impronta e una chiave di lettura a tutto ciò che lo precede.

Ma desideriamo spiegarvi con maggior precisione:

il finale deve offrire un punto di vista che sovrasta la storia, cioè un punto di vista da cui tutti gli elementi precedenti possano essere colti in retrospettiva come parti significative di un insieme.

Tutto ciò vale anche quando lo scopo dell’autore è proprio di illustrare l’impossibilità di creare un insieme significativo.

Concludiamo illustrando alcuni errori di evitare:

  1. chiudere troppo in fretta la storia;

  2. prolungare troppo la chiusura della nostra storia.

Riguardo al chiuderla troppo in fretta, potrebbe capitare che un finale precipitoso può distruggere una buona trama, e una buona narrazione. Infatti, se si cerca di arrivare in modo superficiale e troppo velocemente al finale, magari tramite un qualche strabiliante effetto che vuol sorprendere il lettore, questo tipo di finale lascerà insoddisfatto il nostro lettore, perché avvertirà di trovarsi davanti ad un’opera realizzata frettolosamente e, nella maggioranza dei casi, si sentirà anche preso in giro.

Al contrario: prolungare troppo la chiusura, può annoiare a morte il nostro lettore, e dargli l’impressione che l’autore non sappia bene come concludere la sua storia, che in qualche modo sia incerto, indeciso e per questo motivo gli stia sottoponendo una lunga serie di noiosi riempitivi e digressioni.

Un buon finale è soprattutto una questione di equilibrio, e il famoso aforisma “il tutto è maggiore della somma delle parti” è proprio il suggerimento ideale da tenere presente per poter scrivere un finale efficace e significativo.

Un buon finale deve offrire un punto di vista più alto da cui guardare la storia, e cioè: un punto di vista da cui tutti gli elementi utilizzati per creare il racconto possano essere colti come parti preziose insostituibili di un insieme, di un unico cerchio che con il finale ha avuto appunto la sua quadratura.

Il nostro consiglio, dopo aver seguito queste dieci lezioni, è quello di cominciare a scrivere le vostre storie, fare tesoro di queste “basi” da noi illustrate, e continuare a seguirci.

Per nessuna parte di un romanzo dovrebbe esserci un senso di inevitabilità più forte che per il suo finale, qualunque esitazione, qualunque errore nel raccogliere tutte le fila dimostrano che l’autore non ha lasciato maturare il soggetto nella sua mente

Edith Wharton

Nona lezione – Lo stile

Partiamo dicendo che è molto importante tentare di esprimerci con uno stile scorrevole, efficace e possibilmente originale, perché una narrazione avvincente può davvero essere irrimediabilmente compromessa proprio dalla forma stilistica con la quale scegliamo di raccontarla.

Ma cos’è lo stile? Certo non è semplice definirlo.

Vediamo come lo descrive il vocabolario Zingarelli:

qualità dell’espressione risultante dalla scelta degli elementi linguistici che l’individuo compie in circostanze determinate deviando dall’uso corrente”.

Si parla quindi, di stile in narrativa, quando abbiamo a che fare con gli elementi linguistici della scrittura, dunque: con la scelta delle singole parole ed il loro accostamento all’interno delle frasi ed anche con la lunghezza delle frasi utilizzate nei periodi che compongono le nostre scene o i nostri capitoli.

La scelta di questi elementi linguistici è una decisione talmente personale e soggettiva dell’autore che rende veramente spinoso e complicato parlare di questo argomento.

Infatti, molti affermano che lo stile a differenza delle tecniche di scrittura non si insegna, ed in parte hanno ragione. Ma lo si può certamente scoprire, coltivare, migliorare ed affinare, ma tutto ciò richiede entusiasmo, passione, impegno ed allenamento.

Una modalità suggerita da grandi autori e maestri di scrittura creativa per coltivare e scoprire qual è il nostro stile personale è quella di soffermarsi a riflettere su qual è l’autore che “stilisticamente” ci piace di più, e con il quale sentiamo maggiori affinità.

E’ un esercizio veramente importante, fondamentale, basilare, perché ci obbliga a riflettere su quali sono i motivi per cui ci piace lo stile di quell’autore, ed anche sul perché ci piacerebbe scrivere come lui, è quindi una buona base di partenza per iniziare a capire in quale direzione muoverci.

Un altro buon suggerimento per affinare uno stile scorrevole ed efficace, è quello di procedere per sottrazione, economizzando la scelta delle parole.

Cosa significa?

Significa che è davvero importante abituarsi fin da subito ad essere semplici e precisi.

E’ preferibile, soprattutto all’inizio, evitare lunghe e contorte frasi, e creare quindi periodi brevi, chiari e ben costruiti.

Per darvi un esempio concreto di quello che stiamo affermando, abbiamo scelto per voi alcune regole basilari tratte da un famoso manuale di scrittura creativa, “Scrivere”, edito da Fabbri Editore: vediamole insieme.

Ecco alcuni consigli per uno stile chiaro ed efficace:

1 – Non usare periodi complessi;

2 – Trova sempre la parola giusta;

3 – Usa i verbi in forma attiva;

4 – Alla fine rileggi sempre ad alta voce;

5 – Elimina le ripetizioni;

6 – Riduci le ridondanze (per esempio: “fonte originale”, togli l’aggettivo “originale”, perché la parola “fonte” già lo comprende);

7 – Riduci gli avverbi (semplicemente, brevemente, etc. etc);

8 – Riduci pronomi relativi (di cui, per cui, il quale, la quale, etc. etc);

9 – Scegli sempre verbi semplici (“decidere” e non “prendere una decisione”; “potere” e non “avere l’opportunità”, ect, etc);

10 – Preferisci i verbi ai sostantivi (esempio: la nostra azienda è l’ideale per riprogettare i processi produttivi e non per la riprogettazione dei processi produttivi).

Inoltre è fondamentale scegliere con cura soggetti, verbi, avverbi, aggettivi. Per capirci: è sicuramente più efficace la scelta di pochi aggettivi ben azzeccati, invece di una sterile serie di aggettivi buttati lì senza riflettere, quasi a riempimento di qualcosa che non riusciamo a circoscrivere con poche parole.

Perciò, la parola giusta nel punto giusto in certi casi può davvero rendere maggiormente l’idea di quello che intendiamo esprimere, più di un’intera pagina spesa a spiegare o descrivere il concetto che vogliamo comunicare.

In sintesi: in narrativa, soprattutto all’inizio, è preferibile un linguaggio semplice, chiaro, asciutto (con pochi incisi, poche subordinate e pochi aggettivi) ma ricco a livello visivo, emotivo e sensoriale.

Una descrizione che lavora sul livello emotivo-visivo o sensoriale, permette al lettore di entrare in maggior risonanza con la vostra storia e di partecipare maggiormente agli eventi e alle peripezie dei vostri personaggi.

Perché tutto questo?

Perché fa leva sulla sua immaginazione, e cioè lo fa immergere, calare dentro la situazione, aiutandolo così a vedere e sentire tutto ciò che vivono, e che provano i vostri personaggi.

L’arte della narrazione è, infatti, fortemente legata alla sensorialità. Necessita quindi, di “incarnarsi” in eventi, azioni, descrizioni, dialoghi.

Anche i concetti che vogliamo esprimere tramite il nostro racconto vanno “iniettati”, “nascosti” dentro la “carne” della nostra storia, e non spiegati come se fossero dei trattati o delle tesi.

Afferma il grande Joseph Conrad:

Il compito che mi spetta e che cerco di assolvere è di riuscire, col potere della parola scritta, a farvi udire, a farvi sentire … di riuscire, soprattutto, a farvi vedere

Un altro suggerimento valido per affinare il proprio stile può essere il seguente:

  • è importante lavorare sul “non detto” ed anche sul “mostrare senza dire”, perché, essendo troppo espliciti, rischiamo di togliere sapore e magia al nostro racconto.

Il lettore deve vedere, sentire, partecipare, più che leggere. Infatti, una delle regole fondamentali della scrittura creativa è la seguente: “Show, don’t tell! / Mostra, non dire!

Che significa questo?

Significa che è sicuramente più intrigante ed efficace “mostrare” che un personaggio è timido o che è aggressivo, facendolo comportare e parlare timidamente o in modo aggressivo, piuttosto che dirlo esplicitamente al lettore.

Forse quest’altro esempio sarà più chiaro:

  • è preferibile far capire la conflittualità tra due personaggi al lettore tramite le loro reazioni, le loro dinamiche, il loro comportamento, piuttosto che spiegargliele esplicitamente.

Il lettore deve arrivarci da solo a comprendere i motivi di una certa conflittualità tra due personaggi, dal loro comportamento, dalle loro parole, non dovete spiegargliela voi.

Voi dovete soltanto far agire i personaggi in modo che il lettore riesca a dedurre i motivi di tale conflitto.

In sintesi: il vostro stile deve essere proteso a suscitare emozioni, riflessioni, cercando di far sentire le cose più che spiegarle.

Il lettore non è un bambino, non dovete guidarlo, dovete accompagnarlo gradualmente alla comprensione senza “imboccarlo”.

In definitiva: suscitare una reazione emotiva, facendo vedere come stanno le cose, è molto più efficace che esporle in modo diretto, esplicito ed elaborato, anche perché se ci limitassimo a dire ciò che pensiamo non daremmo vita ad un corpo narrativo, ad un racconto.

Un’opera letteraria non deve descrivere, bensì far sentire, non deve offrire enunciati, come per esempio stiamo facendo noi in questo “manualetto” spiegandovi “questo” e “quello”, bensì deve far sentire, emozionare ed offrire percorsi di crescita nascosti tra le righe.

Per affinare un buon stile dovrete sforzarvi di raccontare una situazione dalla quale emergano gli argomenti che volete trattare e non dirli, né spiegarli.

La scelta delle parole e dei toni giusti diventa fondamentale, perché ogni testo è scritto con un registro linguistico che deve essere omogeneo e coerente per tutta la durata della narrazione.

Ogni autore sceglie il registro linguistico più adatto alle proprie corde, alla storia che sta raccontando, ai personaggi che sta mettendo in scena e alla descrizione degli ambienti.

Lo stile è quindi un atto creativo che consiste proprio nell’essere audaci, nel fare scelte inconsuete, non è una semplice applicazione di nozioni grammaticali e di significati correnti delle parole scelte. Insomma, non è un meccanico assemblaggio di figure narrative consuete.

Arrivederci alla prossima e ultima lezione

Sesta lezione – I personaggi

Senza ombra di dubbio, la costruzione psicologica del personaggio è preziosissima, perché vi permetterà di esprimervi con la vostra arte, e la vostra visione del mondo.

È bene avere chiaro tutto ciò che riguarda il nostro personaggio, ancor prima di stendere il nostro racconto.

E’ opportuno, quindi, farsi un’idea completa della sua personalità, anche se poi nel racconto emergeranno soltanto alcuni aspetti. Altri invece verranno immaginati dal lettore.

La regola primaria e fondamentale della scrittura creativa “Show, don’t tell” (mostra, non dire) è valida anche e soprattutto per la costruzione psicologica dei personaggi, ma approfondiremo con calma questo argomento in seguito.

Adesso un suggerimento di base importante: non rendete troppo cerebrali i vostri personaggi, e non fateli pensare o parlare come libri stampati, piuttosto fateli agire, muovere, fateli emozionare, e semplicemente seguiteli mentre vivono, e descriveteli mentre li osservate muoversi nella vostra storia.

Ponetevi molte domande sul vostro personaggio e cercate di conoscerlo il più profondamente possibile.

Può essere importante conoscere anche il suo numero di scarpe o il numero civico della sua abitazione.

Vi starate chiedendo a cosa possono servire tutti questi particolari se poi non li utilizzate nel vostro racconto, e in effetti servono a voi, per poter entrare in completa intimità e familiarità con il vostro personaggio.

Se non istaurerete un rapporto profondo con il vostro personaggio, se non ci dialogherete, se non passerete giorni e giorni ad osservarlo, e a farvi raccontare il suo mondo, sarà difficile poi che lo stesso personaggio possa viaggiare con le proprie gambe nel vostro racconto.

Cosa significa viaggiare con le proprie gambe?

Significa che se vorrete creare davvero un personaggio autentico e convincente, dovrete passare tanto tempo a dialogare con lui, fino a farlo sembrare una creatura viva e vera, e non più “inventata” o “fittizia”, e se diventerà viva e vera per voi, immancabilmente lo diventerà anche per il vostro lettore, perché riuscirete ad inserirla nella storia in modo indipendente.

Per “indipendente” intendiamo che il vostro personaggio acquisterà una vita propria, e si muoverà in modo spontaneo e naturale nella vostra storia, non facendo più percepire al lettore che invece ci siete voi dietro di lui, “che lo fate muovere e lo guidate”.

Attenzione, quello che stiamo cercando di comunicarvi non significa che dovrete psicoanalizzare il vostro personaggio, ma, essendo il vostro protagonista uno strumento prezioso per poter esprimere sensi, significati, voi stessi e i vostri pensieri, è necessario che vi impegniate a conoscerlo a fondo.

Soprattutto dovrete impegnarvi a conoscere che tipo di relazioni intercorrono tra il vostro protagonista e gli altri personaggi della vostra storia.

Comprendere, leggere e gestire le relazioni che intercorrono tra le vostre “creature” è davvero fondamentale, perché una buona trama è logicamente dettata dai rapporti, dalle relazioni tra i personaggi stessi, perché saranno proprio loro, che interagendo e relazionandosi tra loro, a creare i punti cardine di un’opera letteraria.

Quindi, ricapitolando, non è basilare che voi “psicoanalizziate” il vostro protagonista, facendolo distendere su un lettino tipo “paziente freudiano”, no, dovete solo entrare in una profonda relazione con lui, e farvi raccontare che tipo di sentimenti, pensieri, e progetti, nutre verso gli altri personaggi della vostra storia.

Per poter entrare in un rapporto profondo con il vostro personaggio, vi suggeriamo di scrivere una sua dettagliata biografia, che potrete consultare tutte le volte che sarà necessario lungo il vostro cammino.

Mentre costruite il vostro protagonista, annotate tutti i dettagli e i particolari che potete: i suoi aspetti sia interiori che esteriori, i suoi sentimenti e stati d’animo, le sue abitudini, i suoi pensieri ricorrenti, i suoi desideri, le sue paure, le sue aspirazioni, e cercate di inoltrarvi profondamente e autenticamente nel suo mondo, cercando di capire in che modo lui lo vede, come lo vive, e da che punto di vista si pone per osservarlo.

Quando avrete raccolto abbastanza informazioni da sentirlo vivo e vero, sarà giunto il momento di farlo incamminare nel vostro racconto e, ricordate, quando vorrete narrare al vostro lettore i suoi stati d’animo, le sue idee, pensieri e desideri, sarà efficace che voi tentiate di trasmetterli tramite le sue azioni, il suo comportamento e non tramite sterili elenchi descrittivi.

Perciò, impegnatevi affinché il vostro personaggio si incammini vivo, vero e credibile nel vostro racconto, in modo che il lettore possa credere davvero alle sue azioni, al suo comportamento e possa riconoscersi in lui.

Ma com’è un personaggio vivo, vero e credibile?

Deve possedere come tutti noi aspetti contraddittori, avere un’interiorità ricca e sfaccettata, piena di sfumature, colori, ed altre possibilità, altrimenti il lettore non potrà seguirlo con partecipazione emotiva, e non riuscirà ad identificarsi in alcune sue parti.

In letteratura si usa dire che esistono personaggi “piatti” e personaggi “tondi”.

I personaggi “piatti” sono unidimensionali, e possiedono poche sfaccettature. I personaggi “tondi” invece, sono pluridimensionali, e sono come me, come te, come tutti noi, pieni di desideri, dubbi, paure e aspirazioni.

Dovrete prendere in considerazione tante sfaccettature per caratterizzare il vostro personaggio, a cominciare dal suo stato sociale, la sua cultura, il suo passato, l’importante è che abbiate capito che il personaggio è una creatura complessa, dinamica, e in piena trasformazione.

E adesso alcune informazioni riguardo ai personaggi secondari.

Riguardo ai personaggi minori, all’interno di un racconto o romanzo, è preferibile che siano invece poco sfaccettati, ma ben delineati con poche ed efficaci pennellate.

Una cosa che può aiutarvi a caratterizzarli in modo rapido ed efficace, è il loro linguaggio, le loro abitudini o alcune loro specifiche e particolari caratteristiche. In sintesi, fate in modo che non siano anonimi, ma non fateli neppure diventare delle sterili macchiette.

Abbiamo accennato al linguaggio come strumento di caratterizzazione, perché il personaggio prende vita soprattutto attraverso il suo linguaggio, perciò dovrete capire anche qual è la sua voce, e il suo modo di esprimersi, nonché, come abbiamo detto, il suo comportamento, il suo modo di fare, di porsi, le sue abitudini e le sue aspirazioni.

Ci soffermeremo sul linguaggio in una prossima lezione dedicata al dialogo, per il momento quello che è di basilare importanza, è che il personaggio vive sempre un “conflitto” ed è attraverso questo suo conflitto che prende vita e significato la trama della vostra storia.

A questo punto, avrete sicuramente dedotto che un personaggio vivo e denso di palpitante umanità può essere più importante addirittura della stessa trama del racconto.

Prima di concludere, annotate un’altro concetto importante.

Quello che rende grande un personaggio, solitamente è il giusto equilibrio tra ordinario e straordinario, perciò cercate di mischiare bene elementi usuali con elementi inusuali.

Un buon personaggio deve contenere in sé elementi quotidiani, normali, ma anche un pizzico di ingredienti fuori dalla norma, straordinari, che lo rendano unico e inconfondibile agli occhi del lettore.

È ovvio, non dobbiamo certo esagerare con le caratteristiche straordinarie, un personaggio vincente può anche essere una persona assolutamente comune, nella media, che però si ritrova a vivere situazioni eccezionali, e grazie a ciò sviluppa in sé forze nuove ed inaspettate, esprimendo d’improvviso le sue nascoste qualità straordinarie.

Vi garantiamo che questa formula affascina molto i lettori, è davvero la loro preferita: il tipo umano normale che grazie ad una difficoltà grande ed imprevista scopre le sue qualità eroiche, superiori.

Sì, proprio così, come accade nella realtà di tutti i giorni.

La motivazione è semplice ed antica quanto il mondo.

Il lettore deve potersi identificare con il vostro personaggio, perciò quando lo create, cercate di fare affidamento sulle vostre stesse passioni, sulle cose che davvero conoscete, e che avete vissuto, perché non c’è niente di peggio di un personaggio che non risulta vero, credibile ed umano.

Arrivederci alla prossima settimana con un’altra lezione.

Terza lezione – Fabula e intreccio

Per scrivere c’è bisogno di molta concentrazione, dato che tessere ed imbastire un buon racconto richiede impegno, entusiasmo e passione. Al riguardo, esaminiamo adesso alcune informazioni che possono esservi utili.

Il testo narrativo si fonda su alcuni principi di base da considerarsi prima di stendere il vostro racconto. Questi principi sono semplici e chiari:

  1. Tracciare la struttura narrativa

  2. Creare la fabula

  3. Organizzare l’intreccio

L’insieme delle sequenze disposte in ordine logico e cronologico prende il nome di “fabula”; mentre l’insieme delle sequenze nell’ordine di apparizione nel testo narrativo (e cioè: nell’ordine in cui voi deciderete che il lettore debba leggerle) prende il nome di “intreccio”.

Perciò: “fabula” sarà l’ordine logico e cronologico degli eventi della vostra storia; mentre “intreccio” è l’ordine degli eventi come voi deciderete di presentarli al lettore, cioè l’ordine di apparizione durante la lettura.

A questo punto sicuramente avete già intuito che alcuni eventi, nell’ordine logico e cronologico della vostra storia e quindi nella “fabula”, si trovano all’inizio, non è detto che poi nell’”intreccio” mantengano obbligatoriamente la stessa posizione; come ideatore/autore del vostro racconto, avete la piena libertà di scegliere se posizionarli a “metà” della vostra narrazione, oppure a “tre quarti”, o addirittura verso il “finale”.

In effetti una storia, e lo avete sicuramente notato nei film che avete visto o nei romanzi che avete letto, può essere raccontata seguendo l’ordine cronologico degli eventi, oppure narrandola, apportando modifiche sull’asse della narrazione, andando avanti e indietro nel tempo.

Tutto ciò si può attuare utilizzando:

  1. I “flash-back” – Cosa sono? Sono quei momenti in cui si raccontano o si vedono eventi accaduti “precedentemente” (nel passato), rispetto al periodo “presente” durante il quale si svolge la vostra vicenda, per esempio i vari ricordi del vostro protagonista.

  2. I “flash-forward” – Cosa sono? Sono quei momenti in cui si raccontano o si vedono eventi che invece devono ancora accadere.

Perciò: quando avete impostato la vostra “fabula”, con tutti gli eventi che la compongono in senso cronologico, potete in seguito decidere di invertire o modificare questo ordine, prendendo alcuni eventi e posticiparli, oppure al contrario, prendendone altri e anticiparli.

Tutto questo servirà a rendere più interessante la vostra storia, e facendo questo coinvolgerete maggiormente il lettore all’interno della vostra vicenda, facendolo partecipare anche a livello emotivo.

Alla luce di tutto quello che abbiamo appena detto, avete sicuramente compreso che esistono “differenti strutture” per creare ed organizzare il vostro racconto o romanzo.

Vediamole:

  1. A) Alcune storie hanno un andamento lineare proprio come i binari di una ferrovia, e cioè seguono un andamento progressivo e consequenziale senza ondeggiare avanti ed indietro nel tempo. Queste storie partono da un punto preciso, e progressivamente marciano verso la fine tramite una costruzione dritta e lineare sulla linea del tempo.

  2. B) Altre storie hanno una struttura non lineare, una sorta di cammino a zigzag, e cioè non seguono in modo logico e consequenziale gli eventi sulla linea del tempo. Spesso questa tipologia di storie interrompe il proprio cammino sulla linea principale per diramarsi in un evento passato o futuro, per poi tornare nel punto precedente, e quindi al presente.

Ma vediamo adesso alcuni concetti interessanti:

  1. a) la struttura narrativa è una linea del tempo su cui si indicano i punti fondamentali di una storia.

  2. b) una storia, quasi sempre in narrativa, poggia la sua struttura su due punti fondamentali, come un arco su due basi.

Vediamo questi due punti fondamentali:

  1. Si incomincia con “qualcosa” che interrompe l’equilibrio iniziale della vicenda, e tutto si complica.

  2. La storia cerca una soluzione raggiungendo un momento di massima tensione, per poi procedere verso il finale.

I due assi portanti sono:

  1. A) la destabilizzazione dell’equilibrio.

  2. B) la ricerca di una soluzione per risolvere il conflitto che questa destabilizzazione ha provocato.

Solitamente nella letteratura classica la struttura della storia si identifica in tre momenti ben distinti. Vediamoli:

  1. Il contesto iniziale, dove si fa un quadro generale dei personaggi e dell’ambiente.

  2. Lo sviluppo della situazione.

  3. Lo scioglimento del conflitto al quale segue il finale o epilogo.

Quindi, una volta scelto il nostro tema ed impostata la struttura di base, quando si scrive un racconto, ma soprattutto quando si lavora ad un romanzo, generalmente si definisce prima la fabula e dopo si lavora all’intreccio.

E adesso un altro concetto fondamentale:

Spesso le storie si somigliano, sostanzialmente sono molto simili, ma la modalità con cui sceglierete di raccontare la vostra storia, ecco, quella sarà vostra, unica ed originale, perché l’avrete scelta tra infinite possibili combinazioni.

Infatti, la vera originalità di un autore sta nel trovare un modo di intrecciare i fili di una storia, anche se nei suoi tratti fondamentali è già stata raccontata un migliaio di volte.

Ridotte all’osso, le trame presenti nella storia della letteratura non sono moltissime, anzi decisamente poche, ma starà a voi, e alla modalità con la quale deciderete di imbastire gli eventi, alla vostra capacità di suggerire atmosfere e situazioni, a tutto quello che riuscirete a far trasparire di voi, a come riuscirete a veicolare il lettore nella vostra personale visione del mondo, che darà originalità al vostro racconto.

Spesso questa originalità si riesce a generare anche attraverso un efficace “montaggio” delle scene. Il montaggio è una fase che s’inserisce a sua volta nell’intreccio, ma approfondiremo tutto ciò in seguito.

Per il momento concludiamo dicendo che, come per i film, anche nella narrativa esistono storie dalla trama debole, e cioè storie dove sono i personaggi ad arricchire la vicenda con i loro dilemmi interiori, con la loro conflittualità, con le loro problematiche interne, e storie invece dalla trama forte, dove il susseguirsi degli avvenimenti, e degli eventi, attraggono maggiormente il lettore.

È importante farvi notare una cosa: quando parliamo di trame deboli non significa necessariamente che queste trame siano mosce oppure insignificanti, bensì si intende dire semplicemente che ci stiamo concentrando maggiormente sugli aspetti interiori vissuti dai personaggi, e meno sulle azioni esteriori della vicenda.

Ricordate: ai fini della trama, una presa di coscienza o un mutamento interiore del personaggio, ha lo stesso valore di un’azione esteriore.

Spesso ci sono storie che hanno poche azioni a livello esteriore, ma sono molto forti e significative a livello interiore, mentre, al contrario, ci sono storie che hanno molte azioni a livello esteriore (con mega-effetti mirabolanti), ma che poi finiscono per risultare molto povere a livello interiore. Approfondiremo tutto questo parlando di genere, contenuto e forma.

Quello che ci interessa puntualizzare adesso è che una stessa storia può essere raccontata in molti modi.

Nell’intreccio entrano in gioco diversi fattori:

Il punto di vista, la sfasatura temporale, l’inserimento di più storie (storie secondarie) all’interno della principale, l’uso di un particolare linguaggio, il ritmo e lo stile.

Dedicare del tempo alla fase della fabula e alla fase dell’intreccio, è veramente una tappa fondamentale per la buona riuscita del vostro racconto o romanzo.

Arrivederci alla prossima lezione

Seconda lezione – Set-up

Viene detto “set-up”, l’impostazione, la preparazione di un’opera.

Nel “set-up” si impostano la direzione narrativa, il ritmo, il genere, i personaggi principali, la situazione e l’ambientazione.

Perciò, le prime scene di un racconto devono presentare la situazione e i personaggi. Questa “fase iniziale” di impostazione del racconto, e cioè le scene iniziali che introducono il lettore dentro la vostra storia, è chiamata appunto “set-up”.

Di solito, ma non è una regola, una storia non parte subito dalla rottura dell’equilibrio iniziale della vita del tuo protagonista, bensì ci sono alcune scene preparatorie, le prime appunto, che in proporzione adeguata al vostro racconto hanno il compito di presentare le problematiche interiori e/o esteriori dei vostri personaggi.

Quindi, per essere precisi, con “set-up” intendiamo solitamente le prime pagine di un’opera, le quali servono a presentare il modo di vivere e le abitudini del vostro protagonista, prima che un evento faccia scaturire la sua conflittualità, ma anche ad immergere il lettore nei luoghi e nelle atmosfere della narrazione.

È quindi fondamentale che il “set-up” sia coinvolgente a tal punto da far dimenticare al lettore il mondo che lo circonda, e di farlo entrare con entusiasmo, curiosità e partecipazione nel magico mondo del vostro racconto.

Nella lezione precedente abbiamo detto che un racconto e un romanzo sono paragonabili ad un viaggio, ebbene, nel “set-up”, dopo un inizio efficace, il lettore è ormai con voi: è in cammino, in viaggio, in attesa di vivere, sta partecipando a tutte le tappe, avventure ed emozioni che questo viaggio gli riserva.

Oltre ad avere la funzione di impostazione della struttura del testo, il “set-up” è anche un sistema di scelte e rinunce che presiedono all’organizzazione del testo; perciò anche un momento di progettazione e di raccordo di tutti gli elementi che andranno poi a comporre il vostro racconto. In definitiva è la preparazione del terreno della vostra creazione. È una fase, dunque, molto importante, delicata e fondamentale.

Ecco una suggestiva descrizione per visualizzare concretamente e con efficacia questo importante momento della narrazione:

“…creare un buon set-up significa avere la capacità di mettere semi nel terreno della narrazione, annaffiarli e poi aspettare che crescano, germoglino nella vostra storia …”

Ecco, il “set-up” è la fase/l’atto della “semina”, la semina degli “indizi” all’interno della vostra storia.

Una tecnica basilare, e molto utilizzata soprattutto in narrativa per creare un buon “set-up” è quella della scuola di giornalismo anglosassone, denominata la tecnica delle “5 W”:

 Who/Chi?

 What?/Cosa?

 Where?/Dove?

 When?/Quando?

 Why?/Perchè?

In definitiva si tracciano i personaggi, si delinea quello che accade nella storia, l’ambientazione e le coordinate spazio-temporali.

È logico che questo metodo per funzionare bene deve essere approfondito, e ben pianificato; riportiamo qui soltanto una breve introduzione di questo metodo per ideare e costruire una storia:

“Who?/Chi?” = risponde alla domanda su chi sono i personaggi, cosa fanno, qual è la loro psicologia e soprattutto in che rapporto sono tra di loro;

“What?/Cosa?” = risponde alla domanda riguardo a cosa accade nella storia, in definitiva cosa accade ai vostri personaggi: quali sono i loro conflitti, esteriori o interiori, in che modo si comportano, quali sono gli eventi e gli accadimenti della vostra storia;

“Where?/Dove?” = risponde alla domanda su dove è ambientata la vostra storia: in montagna, in un posto fantastico, misterioso, in una metropolitana, in un castello, etc etc. Non sottovalutate l’ambientazione, perché detta l’atmosfera e talvolta anche il ritmo;

“When?/Quando” = risponde alla domanda sul tempo, e cioè quando accade la vostra storia: nel presente, nel passato o nel futuro. Attenzione, non risponde solo alla domanda quando, ma anche alla domanda quanto: perciò, quanto dura la vostra storia: tanti anni come l’odissea di Omero oppure un solo giorno come l’Ulisse di James Joyce;

“Why?/Perché?” = risponde alla domanda riguardo alle motivazioni dei vostri personaggi, i motivi scatenanti le loro azioni, il loro comportamento, ma non solo, riguarda anche e soprattutto le motivazioni e i motivi scatenanti, perché avete deciso di raccontare quella storia e utilizzare quei personaggi.

In definitiva, nel “set-up” la storia deve decollare. È necessario quindi dare subito al lettore la percezione del tema e farlo immergere nella giusta atmosfera che permeerà il vostro racconto.

Dovete perciò dare informazioni sui personaggi e sulle situazioni, senza però esagerare troppo per non rischiare di diventare noiosi e didascalici. Inoltre dovete fornire alcuni indizi importanti della trama al vostro lettore, ma attenzione, solo quelli essenziali, quelli veramente fondamentali; elementi significativi sia a livello intellettivo che a livello emotivo.

Perché tutto questo?

Per facilitargli logicamente la comprensione della vostra storia, ma allo stesso tempo dovete lasciarne in sospeso la comprensione totale, al fine di incuriosirlo e attrarlo come un’ape al fiore nelle tappe, snodi e svolte della vostra vicenda: quindi fate attenzione alla scelta degli elementi nel “set-up”, è fondamentale per la buona riuscita del vostro racconto o romanzo.

In riferimento a quanto detto sopra, può essere vincente disseminare nelle pagine del “set-up” indizi significativi che germoglieranno soltanto in seguito, più avanti. I frutti e i fiori di questi indizi, una volta che saranno pienamente maturati e sbocciati, provocheranno inevitabilmente svolte, snodi e progressi sulla linea della vostra narrazione.

Per fare tutto ciò, può essere utile scrivere una sorta di scaletta di questi elementi, che ritenete essenziali da veicolare al lettore in questa fase del vostro lavoro. Gli indizi, inoltre, non dovranno essere troppo evidenti, ma neanche troppo criptici, oscuri.

Inoltre è bene rendersi conto che una storia non inizia così dal niente, e che quindi può essere utile fornire al lettore un antefatto per aiutarlo a comprendere la situazione, magari seminando, per esempio, qualche ricordo del personaggio che sembra inserito lì con “naturalezza” e con “nonchalance” (insomma, per intendersi: senza troppa importanza, senza un particolare scopo), ma che invece poi germoglierà generando una svolta significativa e cruciale all’interno della nostra trama.

Questo logicamente è soltanto un esempio, dato che esistono milioni di possibilità per seminare indizi all’interno delle nostre storie, anche a seconda della tipologia di storia che scegliamo di narrare. È di fondamentale importanza trasmettervi che i personaggi con un passato alle spalle, risultano davvero molto più credibili per i nostri lettori.

Potreste, per esempio, dare delle informazioni sul vostro personaggio che per il momento sembrano introdotte nel tessuto narrativo solamente per caratterizzarlo, ma che invece sono elementi significativi e portanti che faranno scaturire poi, in seguito, degli eventi importanti che condurranno la vostra storia in una ben precisa direzione.

In sintesi: l’importante è catturare l’attenzione del lettore, in un modo o in un altro incuriosirlo. Per farlo, può esservi utile trovare una “calda zona emotiva”, ovvero un elemento forte che possa “catalizzare” la sua emotività. Ma di tutto ciò parleremo più avanti.

Per il momento vi diciamo che per far questo si utilizza solitamente il “montaggio per interpolazione”, che è appunto una tecnica indirizzata ad accelerare il ritmo del “set-up”, e consiste nell’inserire questo catalizzatore emotivo, il quale non si trova nell’esatto punto di successione logica e cronologica previsto dalla trama.

Questo elemento, che noi chiamiamo in gergo tecnico “catalizzatore”, ma potete chiamarlo “calda zona emotiva”, viene seminato, accennato e poi lasciato in sospeso per poi essere ripreso e concluso, dopo, nella sua posizione cronologica naturale. Questi lo sapete, sono soltanto dei piccoli assaggi, perciò non è possibile adesso approfondire questa tecnica. L’importante è avervi consapevolizzati sulla sua esistenza, ma soprattutto informati che il “set-up” è la fase della semina, perciò attenzione a ciò che seminiamo perché i nostri semi germoglieranno, e germoglieranno rendendo più o meno “caldo” il nostro racconto o romanzo; perciò non sottovalutate questa importante e delicata fase della narrazione, la fase del “set-up”, la fase della “semina”.

Possiamo, quindi, concludere questa nostra lezione affermando che:

Quando un racconto è ben costruito, i suoi snodi o svolte arrivano sì d’improvviso ed inaspettatamente al lettore, ma non senza logica e fondamenta, in retrospettiva il lettore, volgendo il suo sguardo indietro, può cogliere tutte le premesse degli effetti.

Infine i pezzi del nostro puzzle vanno a posto da soli, e il lettore rimane sorpreso, sorpreso di non essere stato in grado di ricostruire da solo quella figura che era limpidamente sotto i suoi occhi.

Ecco, l’arte di raccontare consiste sostanzialmente davvero in questo, e cioè: nella capacità di distribuire nel corso nel nostro racconto i semi che in seguito germoglieranno, sorprendendo ed emozionando il nostro lettore.

Un’ultima cosa prima di lasciarvi: il vostro dovere è mantenere le promesse. Quello che c’è nel “set-up” non può essere tradito nel centro, o nel finale della storia.

Ultimissima cosa: il “set-up” non deve telefonare il finale.

E per telefonare logicamente intendiamo che il finale non deve essere intuibile, né troppo scontato, né prevedibile.

Per questa lezione oggi è tutto, riprenderemo in futuro le strategie per creare un set-up efficace. Questi, lo sapete, sono soltanto dei piccoli, sintetici assaggi per introdurvi alla scrittura creativa e all’arte della narrazione.