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La metafora: natura dinamica del pensiero

Sempre dal sito di Salotto letterario virtuale:

http://salottovirtuale.altervista.org/index.html

voglio condividere questo articolo molto interessante. Buona lettura

Quando si parla di metafora ci si riferisce ad una figura retorica in cui è prevista una trasposizione, un mero trasferimento di significato. Concettualmente differente dalla similitudine — introdotta da avverbio o locuzione avverbiale — essa parte da un’immagine mentale e si formata da segni e simboli. Il segno è qualcosa di sociale, è convenzionale, mentre il simbolo è più privato. ESEMPIO:

– Segno: acqua, a-c-q-u-a

– Simbolo: mare, bottiglia, salata (associazione libera di pensiero)

Parlando di metafore, si deve partire dai luoghi d’intersezione tra significato e pensiero, ovvero le parole. Queste ultime, per la loro natura grammaticale, possono essere:

 Polisemiche, ovvero parole che hanno più significati: collo (il collo del piede, il collo della bottiglia), radice (radice di un albero, radice dei capelli, radice del dente), pesca (a seconda di come viene utilizzato l’accento la parola pesca può riferirsi al frutto oppure allo sport) e così via;

 Monosemantiche, ovvero parole che hanno un solo significato: computer, pupazzo, casa e così via.

Questo ultimo tipo di parole — ovvero quelle monosemantiche — possono assumere diversi significati a seconda del contesto in cui vengono inserite, andando a formare, appunto, le metafore che possono essere definite come:

 Metafore morte: sono quel tipo di metafore ormai entrate nel linguaggio comune, che hanno perso la loro carica emotiva, il loro surplus di significato; tali tipi di metafore, a volte, non sono più considerate come tali; (es. Piemonte  ai piedi del monte)

 Metafore vive: sono quel tipo di metafore che siamo in grado di creare in ogni singolo momento e che hanno una gran carica e un gran surplus di significato; grazie a tali metafore è anche possibile capire la vera natura di qualcun altro, ci dà modo di concepire il proprio e l’altrui modo di pensare.

La metafora è qualcosa di creativo, è un continui accostamento della nostra vita ad immagini comuni e propri richiami della mente. Si può accostare il mare alla nostra vita, il cielo ad una persona, un fiore ad una persona delicata, un sapore ad un amico e così via. Alcuni esempi di metafora:

 Scrivere a zampe di gallina  Scarabocchiare, scrivere in malo modo

 Sei un coniglio  Sei un codardo

 Hai un cervello da formica!  La tua intelligenza è limitata

La metafora nella storia

Dal punto di vista letterale ci si chiede perché le metafore siano così importanti; basta ripercorrere alcune tappe piuttosto rilevanti della nostra storia.

Siamo negli anni successivi al 330 d.C. quando il famoso Aristotele scrive “Retorica” e, a proposito degli schiavi, scrive:

“Non è bene che gli schiavi usino metafore”

A quel tempo la schiavitù era considerata giusta, era considerata come qualcosa di importante e scontato, e gli schiavi erano coloro che smuovevano l’economia. Aristotele, dal canto suo, non voleva di certo mettere in dubbio la figura delle schiavo, e non voleva liberarli dalla loro condizione. Affermava solo che gli schiavi, per essere tali, e per svolgere il loro “lavoro” nel migliore dei modi, non dovevano avere pensieri, non dovevano pensare a nulla se non a quello che facevano, né tantomeno pensare ad un modo che potesse liberarli dalla loro situazione. Per loro la metafora non sarebbe stata nient’altro che qualcosa che li avrebbe liberati, che li avrebbe trasportati da una dimensione ad un’altra, dal loro contesto di riferimento (quello di essere schiavi) ad un altro (quello di essere uomini liberi). La metafora era per loro (e per chiunque) una continua ricerca alla libertà interiore. Se gli schiavi avessero usato delle metafore sarebbero diventati cattivi schiavi. Quando l’argomento metafora fu ripreso nel 1700 (ca.) da Vico, egli affermò che ogni metafora è una “piccola favoletta”, l’unità minima di ogni storia; quindi, per avere una storia, non dobbiamo far altro che mettere insieme un numero illimitato di metafore. Viene ad introdursi così il rapporto tra metafore e storie, successivamente ripreso da Bruner all’incirca nella seconda metà del 1900. Egli scrisse dei testi sull’identità e sulla narrazione personali, introducendo la figura dello scrittore, colui che vede la realtà al congiuntivo, ovvero il modo della possibilità. Lo scrittore è colui che, continuamente, può cambiare la realtà, vedendo quest’ultima secondo le diverse possibilità che vengono offerte dalla realtà, per trarne continui spunti per costruire storie diverse, anche uguali ma raccontate da diversi punti di vista. Dove c’è possibilità c’è cambiamento, e dove c’è cambiamento, c’è di base una metafora. La metafora, quindi, non è nient’altro che un continuo cambiamento relazionale intrapersonale (relazione con sé stessi) e interpersonale (relazione con gli altri). Se cambiano le relazioni, alla base di qualsiasi rapporto e comunicazione umana, cambia anche il contesto in cui tale relazione viene a formarsi e tale cambiamento è apportato da ciò che nella vita umana è flessibile e dinamico, ovvero il pensiero. Con il pensiero possiamo arrivare dove vogliamo e in qualsiasi momento, e con la metafora possiamo esprimere ciò che è più profondo in noi stessi. Solitamente, in ambito letterario, non ci si rende conto di scrivere e pensare metafore, eppure sono sempre presenti nella nostra vita.

Personalmente, nel momento in cui mi è stato chiesto: “Descrivi questo momento della tua vita con una metafora”, questo è quello che è venuto fuori:

“Io sono il sole d’autunno. Mi sveglio la mattina presto, e sono quasi sempre assonnata; non scaldo tutti, perché la foschia mattutina non me lo permette, ma se riesci a trovare un posto in cui la foschia non c’è posso riscaldarti anche più del sole d’agosto, perché non sarà di certo la foschia a fermarmi, ora. A mezzogiorno il sole è passato, e anche la foschia; a quest’ora sono piena di vita, riscaldo tutti e non faccio ombra a nessuno. Il mio pomeriggio dura poco, perché l’inverno porta freddo, sia dentro che fuori. Lascio presto il posto a chi si sente un po’ come la luna, a chi, a differenza mia si lascia illuminare e non illumina. Quando penso che mi sto spegnendo, penso anche che è solo per oggi: domani tornerà ad offuscarmi la foschia, non farò ombra più a nessuno e lascerò di nuovo il posto a qualcun altro, dopo che per tutta la notte ho continuato, anche involontariamente, ad illuminare.”

Scatenate la vostra fantasia e la vostra creatività e descrivete anche voi la vostra vita, o questo momento della vostra vita con una metafora, potrebbe essere un ottimo esercizio!

Che cosa è la scrittura?

La scrittura è una forma di comunicazione, non è una forma di solitudine: si scrive per raccontare qualcosa a qualcuno. Lo si fa all’inizio pensando che quel qualcuno sarà un amico, il fidanzato o la fidanzata. Poi, man mano che si prende coraggio, quel qualcuno smette di avere un volto, e diventa una moltitudine indistinta. A quel punto si capisce che si sta diventando scrittori veramente. Si scrive per gli altri dunque. Ed è questa la molla che spinge a farlo. Cominciare da questo punto è fondamentale, perché, scrivere per gli altri vuol dire innanzi tutto farsi capire, e farsi delle domande: sulle storie che si vogliono raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo. Spesso scrivere è un modo per riflettere sulla propria vita, o anche un modo per rendere più sopportabile il dolore. Altre volte è proprio il gusto, il piacere di raccontare qualcosa. Raccontare qualcosa di tuo. Questo secondo aspetto è quello che porta più lontano, perché è un salto di qualità. Scrivere soltanto per rielaborare gli eventi che si sono vissuti è rischioso, porta inevitabilmente a un autobiografismo che spesso non serve a nessuno, né a chi scrive e tantomeno a chi legge. Ma trasformare le storie personali in qualcosa di 6 universale, rielaborandole, è certamente la soluzione più giusta.

 

comunicazione

Sesta lezione – I personaggi

Senza ombra di dubbio, la costruzione psicologica del personaggio è preziosissima, perché vi permetterà di esprimervi con la vostra arte, e la vostra visione del mondo.

È bene avere chiaro tutto ciò che riguarda il nostro personaggio, ancor prima di stendere il nostro racconto.

E’ opportuno, quindi, farsi un’idea completa della sua personalità, anche se poi nel racconto emergeranno soltanto alcuni aspetti. Altri invece verranno immaginati dal lettore.

La regola primaria e fondamentale della scrittura creativa “Show, don’t tell” (mostra, non dire) è valida anche e soprattutto per la costruzione psicologica dei personaggi, ma approfondiremo con calma questo argomento in seguito.

Adesso un suggerimento di base importante: non rendete troppo cerebrali i vostri personaggi, e non fateli pensare o parlare come libri stampati, piuttosto fateli agire, muovere, fateli emozionare, e semplicemente seguiteli mentre vivono, e descriveteli mentre li osservate muoversi nella vostra storia.

Ponetevi molte domande sul vostro personaggio e cercate di conoscerlo il più profondamente possibile.

Può essere importante conoscere anche il suo numero di scarpe o il numero civico della sua abitazione.

Vi starate chiedendo a cosa possono servire tutti questi particolari se poi non li utilizzate nel vostro racconto, e in effetti servono a voi, per poter entrare in completa intimità e familiarità con il vostro personaggio.

Se non istaurerete un rapporto profondo con il vostro personaggio, se non ci dialogherete, se non passerete giorni e giorni ad osservarlo, e a farvi raccontare il suo mondo, sarà difficile poi che lo stesso personaggio possa viaggiare con le proprie gambe nel vostro racconto.

Cosa significa viaggiare con le proprie gambe?

Significa che se vorrete creare davvero un personaggio autentico e convincente, dovrete passare tanto tempo a dialogare con lui, fino a farlo sembrare una creatura viva e vera, e non più “inventata” o “fittizia”, e se diventerà viva e vera per voi, immancabilmente lo diventerà anche per il vostro lettore, perché riuscirete ad inserirla nella storia in modo indipendente.

Per “indipendente” intendiamo che il vostro personaggio acquisterà una vita propria, e si muoverà in modo spontaneo e naturale nella vostra storia, non facendo più percepire al lettore che invece ci siete voi dietro di lui, “che lo fate muovere e lo guidate”.

Attenzione, quello che stiamo cercando di comunicarvi non significa che dovrete psicoanalizzare il vostro personaggio, ma, essendo il vostro protagonista uno strumento prezioso per poter esprimere sensi, significati, voi stessi e i vostri pensieri, è necessario che vi impegniate a conoscerlo a fondo.

Soprattutto dovrete impegnarvi a conoscere che tipo di relazioni intercorrono tra il vostro protagonista e gli altri personaggi della vostra storia.

Comprendere, leggere e gestire le relazioni che intercorrono tra le vostre “creature” è davvero fondamentale, perché una buona trama è logicamente dettata dai rapporti, dalle relazioni tra i personaggi stessi, perché saranno proprio loro, che interagendo e relazionandosi tra loro, a creare i punti cardine di un’opera letteraria.

Quindi, ricapitolando, non è basilare che voi “psicoanalizziate” il vostro protagonista, facendolo distendere su un lettino tipo “paziente freudiano”, no, dovete solo entrare in una profonda relazione con lui, e farvi raccontare che tipo di sentimenti, pensieri, e progetti, nutre verso gli altri personaggi della vostra storia.

Per poter entrare in un rapporto profondo con il vostro personaggio, vi suggeriamo di scrivere una sua dettagliata biografia, che potrete consultare tutte le volte che sarà necessario lungo il vostro cammino.

Mentre costruite il vostro protagonista, annotate tutti i dettagli e i particolari che potete: i suoi aspetti sia interiori che esteriori, i suoi sentimenti e stati d’animo, le sue abitudini, i suoi pensieri ricorrenti, i suoi desideri, le sue paure, le sue aspirazioni, e cercate di inoltrarvi profondamente e autenticamente nel suo mondo, cercando di capire in che modo lui lo vede, come lo vive, e da che punto di vista si pone per osservarlo.

Quando avrete raccolto abbastanza informazioni da sentirlo vivo e vero, sarà giunto il momento di farlo incamminare nel vostro racconto e, ricordate, quando vorrete narrare al vostro lettore i suoi stati d’animo, le sue idee, pensieri e desideri, sarà efficace che voi tentiate di trasmetterli tramite le sue azioni, il suo comportamento e non tramite sterili elenchi descrittivi.

Perciò, impegnatevi affinché il vostro personaggio si incammini vivo, vero e credibile nel vostro racconto, in modo che il lettore possa credere davvero alle sue azioni, al suo comportamento e possa riconoscersi in lui.

Ma com’è un personaggio vivo, vero e credibile?

Deve possedere come tutti noi aspetti contraddittori, avere un’interiorità ricca e sfaccettata, piena di sfumature, colori, ed altre possibilità, altrimenti il lettore non potrà seguirlo con partecipazione emotiva, e non riuscirà ad identificarsi in alcune sue parti.

In letteratura si usa dire che esistono personaggi “piatti” e personaggi “tondi”.

I personaggi “piatti” sono unidimensionali, e possiedono poche sfaccettature. I personaggi “tondi” invece, sono pluridimensionali, e sono come me, come te, come tutti noi, pieni di desideri, dubbi, paure e aspirazioni.

Dovrete prendere in considerazione tante sfaccettature per caratterizzare il vostro personaggio, a cominciare dal suo stato sociale, la sua cultura, il suo passato, l’importante è che abbiate capito che il personaggio è una creatura complessa, dinamica, e in piena trasformazione.

E adesso alcune informazioni riguardo ai personaggi secondari.

Riguardo ai personaggi minori, all’interno di un racconto o romanzo, è preferibile che siano invece poco sfaccettati, ma ben delineati con poche ed efficaci pennellate.

Una cosa che può aiutarvi a caratterizzarli in modo rapido ed efficace, è il loro linguaggio, le loro abitudini o alcune loro specifiche e particolari caratteristiche. In sintesi, fate in modo che non siano anonimi, ma non fateli neppure diventare delle sterili macchiette.

Abbiamo accennato al linguaggio come strumento di caratterizzazione, perché il personaggio prende vita soprattutto attraverso il suo linguaggio, perciò dovrete capire anche qual è la sua voce, e il suo modo di esprimersi, nonché, come abbiamo detto, il suo comportamento, il suo modo di fare, di porsi, le sue abitudini e le sue aspirazioni.

Ci soffermeremo sul linguaggio in una prossima lezione dedicata al dialogo, per il momento quello che è di basilare importanza, è che il personaggio vive sempre un “conflitto” ed è attraverso questo suo conflitto che prende vita e significato la trama della vostra storia.

A questo punto, avrete sicuramente dedotto che un personaggio vivo e denso di palpitante umanità può essere più importante addirittura della stessa trama del racconto.

Prima di concludere, annotate un’altro concetto importante.

Quello che rende grande un personaggio, solitamente è il giusto equilibrio tra ordinario e straordinario, perciò cercate di mischiare bene elementi usuali con elementi inusuali.

Un buon personaggio deve contenere in sé elementi quotidiani, normali, ma anche un pizzico di ingredienti fuori dalla norma, straordinari, che lo rendano unico e inconfondibile agli occhi del lettore.

È ovvio, non dobbiamo certo esagerare con le caratteristiche straordinarie, un personaggio vincente può anche essere una persona assolutamente comune, nella media, che però si ritrova a vivere situazioni eccezionali, e grazie a ciò sviluppa in sé forze nuove ed inaspettate, esprimendo d’improvviso le sue nascoste qualità straordinarie.

Vi garantiamo che questa formula affascina molto i lettori, è davvero la loro preferita: il tipo umano normale che grazie ad una difficoltà grande ed imprevista scopre le sue qualità eroiche, superiori.

Sì, proprio così, come accade nella realtà di tutti i giorni.

La motivazione è semplice ed antica quanto il mondo.

Il lettore deve potersi identificare con il vostro personaggio, perciò quando lo create, cercate di fare affidamento sulle vostre stesse passioni, sulle cose che davvero conoscete, e che avete vissuto, perché non c’è niente di peggio di un personaggio che non risulta vero, credibile ed umano.

Arrivederci alla prossima settimana con un’altra lezione.

Corso di scrittura creativa – Prima lezione

Incipit

Quello che presentiamo è una sorta di rapido breviario, degli assaggi sintetici e veloci per introdurvi gradualmente alla scrittura creativa e imparare l’arte della narrazione.

Se siete ancora novizi e desiderate scrivere un racconto o un romanzo, ma non avete ancora molta familiarità con la scrittura creativa, tramite queste nostre brevi lezioni potrete assimilare e  assorbire gli strumenti che vi necessitano per procedere in tal senso.

E’ logico che poi dovrete approfondirli, ma già questa prima carrellata generale vi darà sicuramente molti stimoli per iniziare a scrivere il vostro racconto o romanzo.

Bene, prendete, quindi, carta e penna e partiamo!

In questa prima lezione parliamo dell’incipit, dell’inizio, e di quanto sia importante trovare modalità efficaci per esordire con il nostro racconto o romanzo.

Afferma un famoso manuale di Scrittura Creativa (“Scrivere”, Edito da Fabbri Editore):

“Nelle primissime frasi di una narrazione c’è tutto un piccolo universo, una miriade di stimoli e di relazioni che hanno la funzione di attirare il lettore al racconto come l’ape al fiore. I colori e i profumi del fiore narrativo sono le parole e il loro ventaglio in apertura pagina è la corolla di petali che si schiude al sole del mattino”.

Cosa significa questa “metafora”, tra l’altro anche molto poetica? Con queste immagini l’autore vuole farci comprendere che le primissime frasi del nostro testo devono essere abbastanza interessanti da spingere il lettore ad entrare nella nostra storia con “curiosità” e “partecipazione”.

Comprendete, quindi, quanto sia cruciale disporre di tali “petali”, giusto per riutilizzare la metafora precedente, in modo che il lettore sia invogliato a passare l’intera giornata in compagnia delle nostre pagine.

Vediamo adesso di trasferirvi lo stesso concetto con un’altra “immagine” che forse può stimolarvi di più.

Potete immaginare “l’incipit” come la “porta d’ingresso” della vostra opera letteraria. Ora, riflettete: come deve essere una “soglia”? Sicuramente invitante, accogliente, affinché, appunto, il lettore abbia voglia di varcarla e di entrare nella vostra creazione.

Oppure, se lo preferite, potreste immaginare “l’incipit” come “l’inizio di un viaggio”, per esempio, un viaggio in aereo.

Il lettore sale in aereo e cosa si aspetta?

Di decollare.

Bene, la funzione primaria dell’inizio è proprio quella di far decollare il lettore nel vostro mondo fantastico.

Infatti, l’incipit è il momento in cui il lettore si allontana dal suo mondo quotidiano e reale per inoltrarsi nel magico mondo della narrazione e nell’immaginario mondo dello scrittore.

L’incipit segna, quindi, un confine, una linea di demarcazione tra due mondi: quello dello scrittore e quello del lettore, e come un ponte che getta le basi per trasportare sia l’uno che l’altro in un prezioso terreno d’incontro.

E qual è questo fertile e prezioso terreno d’incontro se non quello della narrazione, dove una storia, con tutte le sue tappe, svolte e snodi si svolge gradualmente sotto gli occhi dell’autore mentre la crea e quelli del lettore mentre la legge.

Ed è, infatti, proprio lì, su quel magico terreno della narrazione, che si gioca l’intensa partita a tennis tra creatore e fruitore della creazione, tra scrittore e lettore, dove allo scrittore spetta il delicato compito di saper porgere le palle e al lettore quello altrettanto delicato di saperle cogliere.

Ma torniamo adesso al nostro “incipit” ed alle nostre precedenti “immagini”.

Ricordate che poco prima abbiamo parlato di un aereo, no? Bene: immaginate, dunque, il lettore che sale e siede in aereo per partire, per il suo viaggio.

Se il vostro inizio è traballante ed incerto, sicuramente il vostro lettore proverà il desiderio di scendere al più presto.

E’ logico, da un aereo che è partito non si può scendere, ma, ricordate: un libro, al contrario, si può chiudere in un attimo e in qualsiasi momento, perciò se il vostro inizio è noioso e non cattura l’attenzione, il lettore chiuderà il libro e passerà subito ad altro.

L’esempio sopra citato non è stato certo ideato per spaventarvi, ma esclusivamente per rimarcare con decisione che l’inizio richiede la massima cura da parte vostra, perché deve riuscire a destare immediatamente la curiosità del lettore.

Perciò un suggerimento prezioso può davvero essere il seguente: non siate pigri e scegliete davvero con cura le parole del vostro inizio; dipingete emozioni, atmosfere, sensazioni e cercate di far vibrare le corde più profonde a livello emozionale del vostro lettore.

Detto questo, vediamo alcune possibili modalità di inizio. Sostanzialmente ne esistono due:

  1. potete iniziare il vostro racconto con un attacco rapido e in piena azione;

  2. oppure con un attacco più lento e graduale.

Comunque, che voi prendiate per mano il vostro lettore gradualmente o rapidamente, non cambia la sostanza: l’importante è che lo stesso intuisca che dietro quella “porta d’ingresso” ci siano tante possibilità di riflessione e tanti aspetti/parti/contenuti in cui potrà rispecchiarsi ed identificarsi.

E’ corretto subito precisare che non può esserci una regola fissa su dove e come iniziare un racconto, ma esiste una tendenza sempre più netta nella narrativa contemporanea ad attaccare “in medias res”, a metà delle cose e cioè: nel bel mezzo dell’azione, della situazione.

Vogliamo specificare con maggior precisione questo concetto: fate in modo che il lettore colga i vostri personaggi fin da subito in piena azione, perciò non spiegate “il come” (le cause) e “il perché” (le motivazioni) si è verificata tale situazione, cioè quella in cui, appunto, i personaggi sono colti dal lettore, ma stimolate il lettore a scoprirlo pian piano da solo proseguendo nella lettura.

La modalità sopra citata è quella, in effetti, che si utilizza quando si vuole creare un attacco rapido, a metà delle cose.

Un esempio:

Kafka, nel suo meraviglioso racconto “La metamorfosi” fa cogliere al lettore da subito il protagonista, Gregor Samsa, trasformato in un grande scarafaggio. E non si dilunga certo a spiegare come tale situazione sia potuta avvenire, bensì immerge il lettore fin da subito negli stati d’animo e nei pensieri del protagonista, stimolando così la sua partecipazione emotiva e la sua curiosità.

Negli inizi, invece, graduali, cosiddetti ad andamento lento, l’autore non pone subito il lettore davanti all’evento scatenante il conflitto del/dei protagonista/i, bensì inizia a far conoscere alcune caratteristiche dei personaggi, dipingendo atmosfere e delineando gradualmente la situazione.

Importante: che voi scegliate un inizio ad andamento rapido oppure lento, non dimenticate mai che l’incipit è “la porta d’ingresso” della vostra opera, perciò fate passare da quella porta profumi, suoni, emozioni, atmosfere, che invoglino il lettore ad avvicinarsi, per poi entrare.

E’ buona cosa inoltre che l’incipit sottoponga all’attenzione del lettore alcuni elementi della trama o del tema prescelto, ma senza svelare fin da subito troppo la storia.

In aggiunta un buon incipit dovrebbe avere l’abilità di accennare, con un tocco preciso ma fugace, alcuni punti nevralgici della storia, trasmettendo così al lettore che esistono, appunto, tutte le premesse per poi in seguito approfondire e risolvere ciò che è stato accennato fin dal principio; e tutto ciò, logicamente, con il deliberato intento di stimolare fin da subito la curiosità del lettore a seguire la vostra vicenda.

Perciò: se un incipit è ben costruito “prometterà” davvero tante cose al lettore, ma proprio per questo, attenzione, dovrete assolutamente mantenere tutto ciò che avete promesso.

Inoltre, per scrivere un buon inizio, dovrete anche tenere conto del punto di vista da cui vorreste narrare la storia; adesso però, tramite queste mini lezioni introduttive, non è possibile approfondire questo argomento, ma lo scoprirete pian piano se deciderete in seguito di inoltrarvi maggiormente nel nostro percorso di scrittura creativa.

Ciò che invece ci interessa trasmettervi di sostanziale in questa mini lezione, è una “regola/tecnica” di importanza basilare, fondamentale, e cioè: “il vero incipit” di una storia è concepito, nella maggioranza dei casi, soltanto a fine dell’opera, anche se logicamente, lo sapete bene, è la parte iniziale del racconto.

Sì, proprio così: solitamente il vero incipit si trova a fine racconto.

Perché abbiamo scritto il “vero incipit”? Perché, logicamente, per iniziare a scrivere la vostra storia dovrete pur partire da qualche inizio, quindi, in principio, stenderete sul foglio un incipit “provvisorio”, giusto per poter dare avvio al percorso del racconto. Pian piano però, nel corso della stesura della storia, quando personaggi e situazione cominceranno a prendere corpo, vi renderete conto che l’incipit che avete scritto all’inizio sicuramente è da rivedere, ritoccare e forse da cambiare completamente.

Ora, tutto questo vi sembrerà un po’ strano e un po’ bizzarro, ma se ci riflettete attentamente non lo è affatto, perché potrete trovare un inizio efficace, soltanto quando avrete le idee chiare su ciò che volete scrivere e potrete trasportare il lettore in un determinato percorso soltanto quando avrete chiaro il percorso che vorrete fargli intraprendere.

Tutto ciò, lo comprenderete benissimo, non è certo una regola: infatti, alcuni scrittori scrivono un inizio adeguato fin da subito, ma solitamente sono scrittori esperti che hanno ben sviluppato la loro sensibilità letteraria.

Quello che vogliamo trasmettervi è semplicemente che l’incipit più indicato per la nostra storia si scopre di solito durante la revisione della prima stesura, dato che, essendo già arrivati al termine del nostro racconto, abbiamo maggior consapevolezza delle tappe, degli snodi e delle svolte della nostra trama.

Possiamo pertanto concludere questa mini lezione affermando che: solitamente un buon incipit è composto da poche righe che hanno il potere di riuscire a risvegliare l’immaginario del lettore, attivando in lui una partecipe risposta verso il nostro flusso narrativo, che a sua volta dovrebbe far risuonare in lui molteplici visioni e possibili mondi interiori.

Questo post durerà per tutta la settimana, per permettervi di assimilare con calma ogni aspetto di questa prima lezione. Se gradite, fateci sapere con i vostri commenti. Per la seconda lezione, l’appuntamento è per domenica prossima.