Archivi tag: vena-letteraria

DECIDERE LA TEMPORALITÀ DEGLI EVENTI RACCONTATI – Seconda Parte

Il tempo lineare vi costringe a essere didascalici. E rende più difficile tutto, anche le digressioni. Prendiamo un frammento dell’ultimo esempio, e per chi non ha seguito, consiglio di leggere l’articolo precedente.

Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Ma sarebbe finita, e lo sapevo.

Qui potete inserire un elemento che torna indietro. Ad esempio una descrizione di Anna:

Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Quella stessa chiave che le vidi in mano quel giorno, e che era grande, antica, di ferro imbrunito. Venne ad aprirmi con due secche mandate, scendendo allegra la rampa delle scale. Mi sarei abituato presto a quelle caviglie che si muovevano ondeggiando a ogni gradino. Ma anche quel ricordo avrebbe finito per farmi male. E oggi potrei dire che lo sapevo che sarebbe finita.

Ora vediamo come saremmo costretti a risolvere l’apparizione di Anna, utilizzando il primo esempio. Lo ricordate?

Prendo la scala di sinistra. E comincio a salire lentamente. Non mi rimane che controllare tutti i campanelli, per capire a che piano abita Anna. Leggo tutte le targhette. “Sacis spa” e “Studio legale Cutillo” al primo piano. “Ing.Pinna” e “Ludovisi” al secondo. “Veronesi” e “Tartara” al terzo. Ho ancora un piano, l’ultimo. Ma un cancelletto che chiude l’ultima rampa di scale mi impedisce di salire.

A questo punto proseguiamo la narrazione.

In quel momento mi è apparsa Anna, sorridente, scendendo la scale con un passo incerto e delicato, da ballerina classica.

Se ci fate caso, il primo esempio in generale vi apparirà meno letterario, forse più ingenuo. Anche se dal punto di vista narrativo non c’è nulla da eccepire. Invece il secondo esempio, ha qualcosa di vertiginosoche prende il lettore. Un lettore che ha perso ogni ingenuità e che dalla narrazione pretende molto di più. Non vuole essere preso per mano in un modo lineare, chiede invece complessità, salti temporali, ritorni indietro, anticipazioni sottili sul futuro. Vuole immaginare delle cose senza sapere troppo. Se volete, questo è il risultato inevitabile dell’evoluzione della forma romanzo nel Novecento. Il passaggio da una struttura narrativa che ha la semplicità di una favola a un meccanismo assolutamente complesso. D’altronde anche i bambini, destinatari naturali delle storie narrate come fossero delle favole, stanno lentamente imparando a pensare le narrazioni in una forma più complessa. E questo sta avvenendo anche per merito del cinema, che non ha mai una struttura lineare, neppure il cinema per i più piccoli.

Allora non potrete più iniziare una storia con un “C’era una volta”, e non potrete più finirle con “E vissero tutti felici e contenti”:

C’era una volta un re, che sposò una principessa bellissima, vissero al castello, ed ebbero dieci figli. Il popolo li amava. E loro li riamavano. Il regno divenne ricco, e tutti i sudditi ebbero la loro parte. Così per tutti quegli anni vissero felici e contenti. Fu un regno felice, certamente. E fu un caso del destino che il Re sposasse quella principessa sconosciuta, che si presentò al ballo invitata forse da una fata del bosco. Fu un regno felice perché l’amore della principessa per il Re riuscì a svegliare quella natura povera, che non dava cibo e benessere ai sudditi. Per tutto il loro regno, i campi coltivati diedero più frutti, le miniere di carbone svelarono nuovi giacimenti, e la ricchezza di quel luogo destava ammirazione nei regni vicini. Così la favola del Re e della principessa fece il giro del mondo, e sarebbe stato bello cominciarla con un “C’era una volta”…

Con questo esempio termino questa dissertazione sui piani temporali. Un esempio che dimostra come anche la forma più semplice e più ingenua di narrazione (C’era un volta un re…) può essere riscritta in una chiave letteraria diversa.

Esercizio:

Traccia.

Giorgio ha 30 anni. E sa che dovrà partire con degli amici per un viaggio nella Loira. Si tratta di una vacanza con due amici dei tempi della scuola. Quello che sappiamo è che sarà una vacanza molto diversa da quanto lui si immagini. Perché a questo viaggio si aggiungerà una persona. Rita. Che Giorgio non conosce e che è la sorella di un’amica degli altri due ragazzi. Suonano alla porta e Giorgio si vede arrivare in casa, Rita e gli altri due. Rita è una ragazza con problemi di droga. Fragile. Uno dei ragazzi decide di portarla con loro perché non può stare da sola. Rita si innamorerà di Giorgio, Giorgio teme una storia dolorosa e complessa.

Riscrivete nei due modi, 1 e 2 mescolando gli

elementi che vi ho dato, e se ritenete, aggiungendo altre cose.

Condividete con noi i vostri esercizi, vi aspettiamo.

Annunci

Decidere la temporalità degli eventi raccontati

Dovete incominciare a chiedervi una cosa: chi racconta sa già tutto della storia (ovvero la racconta a posteriori), o apprende man mano che procede nel racconto? Del perché questa sia la scelta più difficile, e quella più importante. Di cosa conviene scegliere, di quali problemi vadano risolti. E del perché all’inizio è forse più opportuno decidere per un narratore che sa tutto. Di come cambia lo stile del racconto se si decide per un’opzione o per l’altra. 

Quanto sa della storia che andrà a raccontare il narratore? 

Partiamo dalla distinzione più elementare. Abbiamo due possibilità.

1.Il narratore racconta in tempo reale, dunque scopre gli eventi man mano che li racconta.

2.Il narratore racconta una storia al passato. Ovvero sa già tutto quello che è accaduto nel momento in cui inizia a raccontare.

Il primo caso vi obbliga a una narrazione lineareIl secondo vi permette di decidere lentamente quanto raccontare, quanto anticipare in parte la storia che andate a scrivere. E come gestire i riferimenti a quello che accadrà. Vediamo due esempi della stessa narrazione, utilizzando i due punti a cui facevo riferimento sopra.

1.Prendo la scala di sinistra. E comincio a salire lentamente. Non mi rimane che controllare tutti i campanelli, per capire a che piano abita Anna. Leggo tutte le targhette. “Sacis spa” e “Studio legale Cutillo” al primo piano. “Ing.Pinna” e “Ludovisi” al secondo. “Veronesi” e “Tartara” al terzo. Ho ancora un piano, l’ultimo. Ma un cancelletto che chiude l’ultima rampa di scale mi impedisce di salire.

2.Non so perché decisi che era quella di sinistra la scala da prendere. Fu certamente quello il primo errore. Salii tre piani di scale convinto che avrei trovato il campanello di Anna. E invece finì per ritrovarmi dei nomi sconosciuti, che non mi dicevano nullla. “Sacis”, “Studio legale Cutillo”, “Ingegner Pinna”. Un “Veronesi”, un “Tartara”. Quando pensai che non poteva che essere all’ultimo piano, feci la scoperta peggiore. Oltre il terzo piano non si poteva più salire. Un cancelletto proprio alla base dell’ultima rampa mi impediva di proseguire.

Questo esempio è il più semplice di tutti, ma ci è utile per capire. Nel secondo svolgimento, il narratore sa già quello che è accaduto. E lo accenna da subito (“Non so perché… fu certamente il primo errore”), poi continua a raccontare, ma il lettore ha già un’informazione che gli genera un’attesa narrativa.

Ogni evento raccontato è anticipato da qualcosa, che porta a un’aspettativa (“feci la scoperta peggiore”):

L’elenco dei nomi nei campanelli è più casuale. Perché a quel punto non è importante conoscerli piano per piano. E’ importante raggiungere la fine per scoprire che c’è un cancelletto che chiude la rampa della scala.

Ma questo è un esempio assolutamente elementare. Facciamo un altro passo, verso una narrazione più complessa. Leggete adesso.

1.Il tram numero 19 passava ogni quindici minuti, con una precisione che nessuno poteva davvero immaginare. E ogni volta il vasetto di vetro soffiato che Anna mi aveva portato da Venezia vibrava sul caminetto come fosse l’avvertimento di un terremoto.

2.Avrei dovuto capire da quel tintinnio del vasetto di vetro soffiato, quello che Anna mi aveva portato da Murano, che la mia vita da lì a poco sarebbe cambiata, come un terremoto che ti sconvolge la vita. Anche se quel tintinnio non era altro che una conseguenza di quei binari del tram, il 19, che facevano vibrare casa con un intervallo di 15 minuti, come un appuntamento preciso.

Come potete vedere in entrambi i casi ho utilizzato il passato. Ma nel primo caso il tempo corre, per quanto al passato, in modo lineare. Nel secondo caso, il narratore anticipa, crea attesa, procede per strappi. Dice prima qualcosa che mette in allarme il lettore, poi torna indietro e racconta del tram.

Ognuno di voi può decidere se preferisce un modo anziché l’altro, ma dovete comunque tenere presente due cose.

a.il tempo lineare (quello degli esempi 1 per intederci) è forse più facile da gestire, ma rende la narrazione piatta, e senza particolari sorprese.

b.il tempo a strappi continui, dove il narratore è onnisciente, vi permette di giocarvi la narrazione misurando di volta in volta quello che volete anticipare e quello che volete tenere come sorpresa fino alla fine.

Leggete qui.

Non potevo pensarci. Non potevo pensare che quella porta di frassino, pomelli in ottone e campanello elegante un giorno si sarebbe chiusa per sempre davanti a me. Eppure quel giorno lo dovevo capire, quel giorno che ricordava il prologo di un destino: quando il cancello, quel cancello di ferro battuto, dal disegno elegante, si presentò davanti ai miei occhi inesorabilmente chiuso. E pensare che di quel palazzo non sapevo nulla. Leggevo i nomi dei campanelli come fossero delle pure lettere dell’alfabeto. Non conoscevo ancora il passo affrettato a scendere le scale dell’anziano avvocato Cutillo, o la nuvola di profumo, Allure avrei detto, della signora Veronesi, che non rinunciava mai all’ascensore. Anna stava là oltre il cancello chiuso. In quella casa blindata, in quel pianerottolo dove l’ascensore poteva arrivare soltanto inserendo una chiavetta che sostituiva il pulsante del quarto piano. Quando poi Anna partì per Venezia, a studiare lingue orientali, la chiavetta del cancello e dell’ascensore arrivarono a me. Ma sarebbe finita, e lo sapevo. Anche se non potevo immaginare che l’unica cosa che mi sarebbe rimasta di lei non era altro che un vasetto di murano, di vetro sottilissimo, che ogni volta, ancora oggi, che passa il tram, il 19, vibra come dovesse arrivare un terremoto. Ma per quanto mi riguarda, il terremoto nella mia vita è già passato, con tutte le sue macerie.

Come potete vedere utilizzo il tempo come fosse un elastico. Vado avanti e indietro. Racconto un dettaglio del futuro, poi torno indietro al momento della narrazione, faccio una precisazione, lascio intravvedere gli eventi che si spiegheranno con il procedere della narrazione. Il tempo nel testo che vi ho scritto adesso è una linea frammentata, che non rompe il corso della narrazione ma lo arricchisce e soprattutto lo mescola, lo amalgama in un modo diverso. Se riuscite a scrivere in questo modo avrete maggiori possibilità di produrre una scrittura più avvolgente e seduttiva. Perché è certamente una scrittura ammiccante, e piacevole. Questo non toglie che si possa produrre una scrittura e una narrazione altrettanto seduttiva e affascinante anche sfruttando la linearità del tempo. Ma è molto più difficile, perché in quel modo il racconto non crea delle aspettative “frase dopo frase”, ma le deve creare per tutto il testo. Cosa voglio dire con questo?

Voglio dire che il lettore non ha una promessa narrativa continua, che lo tiene sospeso. Ed è solo sulla capacità di tenere il ritmo della narrazione molto alto che porterete il lettore alla fine della vostra storia.

Continueremo con lo stesso argomento nel prossimo post……

Corso di scrittura creativa – Prima lezione

Incipit

Quello che presentiamo è una sorta di rapido breviario, degli assaggi sintetici e veloci per introdurvi gradualmente alla scrittura creativa e imparare l’arte della narrazione.

Se siete ancora novizi e desiderate scrivere un racconto o un romanzo, ma non avete ancora molta familiarità con la scrittura creativa, tramite queste nostre brevi lezioni potrete assimilare e  assorbire gli strumenti che vi necessitano per procedere in tal senso.

E’ logico che poi dovrete approfondirli, ma già questa prima carrellata generale vi darà sicuramente molti stimoli per iniziare a scrivere il vostro racconto o romanzo.

Bene, prendete, quindi, carta e penna e partiamo!

In questa prima lezione parliamo dell’incipit, dell’inizio, e di quanto sia importante trovare modalità efficaci per esordire con il nostro racconto o romanzo.

Afferma un famoso manuale di Scrittura Creativa (“Scrivere”, Edito da Fabbri Editore):

“Nelle primissime frasi di una narrazione c’è tutto un piccolo universo, una miriade di stimoli e di relazioni che hanno la funzione di attirare il lettore al racconto come l’ape al fiore. I colori e i profumi del fiore narrativo sono le parole e il loro ventaglio in apertura pagina è la corolla di petali che si schiude al sole del mattino”.

Cosa significa questa “metafora”, tra l’altro anche molto poetica? Con queste immagini l’autore vuole farci comprendere che le primissime frasi del nostro testo devono essere abbastanza interessanti da spingere il lettore ad entrare nella nostra storia con “curiosità” e “partecipazione”.

Comprendete, quindi, quanto sia cruciale disporre di tali “petali”, giusto per riutilizzare la metafora precedente, in modo che il lettore sia invogliato a passare l’intera giornata in compagnia delle nostre pagine.

Vediamo adesso di trasferirvi lo stesso concetto con un’altra “immagine” che forse può stimolarvi di più.

Potete immaginare “l’incipit” come la “porta d’ingresso” della vostra opera letteraria. Ora, riflettete: come deve essere una “soglia”? Sicuramente invitante, accogliente, affinché, appunto, il lettore abbia voglia di varcarla e di entrare nella vostra creazione.

Oppure, se lo preferite, potreste immaginare “l’incipit” come “l’inizio di un viaggio”, per esempio, un viaggio in aereo.

Il lettore sale in aereo e cosa si aspetta?

Di decollare.

Bene, la funzione primaria dell’inizio è proprio quella di far decollare il lettore nel vostro mondo fantastico.

Infatti, l’incipit è il momento in cui il lettore si allontana dal suo mondo quotidiano e reale per inoltrarsi nel magico mondo della narrazione e nell’immaginario mondo dello scrittore.

L’incipit segna, quindi, un confine, una linea di demarcazione tra due mondi: quello dello scrittore e quello del lettore, e come un ponte che getta le basi per trasportare sia l’uno che l’altro in un prezioso terreno d’incontro.

E qual è questo fertile e prezioso terreno d’incontro se non quello della narrazione, dove una storia, con tutte le sue tappe, svolte e snodi si svolge gradualmente sotto gli occhi dell’autore mentre la crea e quelli del lettore mentre la legge.

Ed è, infatti, proprio lì, su quel magico terreno della narrazione, che si gioca l’intensa partita a tennis tra creatore e fruitore della creazione, tra scrittore e lettore, dove allo scrittore spetta il delicato compito di saper porgere le palle e al lettore quello altrettanto delicato di saperle cogliere.

Ma torniamo adesso al nostro “incipit” ed alle nostre precedenti “immagini”.

Ricordate che poco prima abbiamo parlato di un aereo, no? Bene: immaginate, dunque, il lettore che sale e siede in aereo per partire, per il suo viaggio.

Se il vostro inizio è traballante ed incerto, sicuramente il vostro lettore proverà il desiderio di scendere al più presto.

E’ logico, da un aereo che è partito non si può scendere, ma, ricordate: un libro, al contrario, si può chiudere in un attimo e in qualsiasi momento, perciò se il vostro inizio è noioso e non cattura l’attenzione, il lettore chiuderà il libro e passerà subito ad altro.

L’esempio sopra citato non è stato certo ideato per spaventarvi, ma esclusivamente per rimarcare con decisione che l’inizio richiede la massima cura da parte vostra, perché deve riuscire a destare immediatamente la curiosità del lettore.

Perciò un suggerimento prezioso può davvero essere il seguente: non siate pigri e scegliete davvero con cura le parole del vostro inizio; dipingete emozioni, atmosfere, sensazioni e cercate di far vibrare le corde più profonde a livello emozionale del vostro lettore.

Detto questo, vediamo alcune possibili modalità di inizio. Sostanzialmente ne esistono due:

  1. potete iniziare il vostro racconto con un attacco rapido e in piena azione;

  2. oppure con un attacco più lento e graduale.

Comunque, che voi prendiate per mano il vostro lettore gradualmente o rapidamente, non cambia la sostanza: l’importante è che lo stesso intuisca che dietro quella “porta d’ingresso” ci siano tante possibilità di riflessione e tanti aspetti/parti/contenuti in cui potrà rispecchiarsi ed identificarsi.

E’ corretto subito precisare che non può esserci una regola fissa su dove e come iniziare un racconto, ma esiste una tendenza sempre più netta nella narrativa contemporanea ad attaccare “in medias res”, a metà delle cose e cioè: nel bel mezzo dell’azione, della situazione.

Vogliamo specificare con maggior precisione questo concetto: fate in modo che il lettore colga i vostri personaggi fin da subito in piena azione, perciò non spiegate “il come” (le cause) e “il perché” (le motivazioni) si è verificata tale situazione, cioè quella in cui, appunto, i personaggi sono colti dal lettore, ma stimolate il lettore a scoprirlo pian piano da solo proseguendo nella lettura.

La modalità sopra citata è quella, in effetti, che si utilizza quando si vuole creare un attacco rapido, a metà delle cose.

Un esempio:

Kafka, nel suo meraviglioso racconto “La metamorfosi” fa cogliere al lettore da subito il protagonista, Gregor Samsa, trasformato in un grande scarafaggio. E non si dilunga certo a spiegare come tale situazione sia potuta avvenire, bensì immerge il lettore fin da subito negli stati d’animo e nei pensieri del protagonista, stimolando così la sua partecipazione emotiva e la sua curiosità.

Negli inizi, invece, graduali, cosiddetti ad andamento lento, l’autore non pone subito il lettore davanti all’evento scatenante il conflitto del/dei protagonista/i, bensì inizia a far conoscere alcune caratteristiche dei personaggi, dipingendo atmosfere e delineando gradualmente la situazione.

Importante: che voi scegliate un inizio ad andamento rapido oppure lento, non dimenticate mai che l’incipit è “la porta d’ingresso” della vostra opera, perciò fate passare da quella porta profumi, suoni, emozioni, atmosfere, che invoglino il lettore ad avvicinarsi, per poi entrare.

E’ buona cosa inoltre che l’incipit sottoponga all’attenzione del lettore alcuni elementi della trama o del tema prescelto, ma senza svelare fin da subito troppo la storia.

In aggiunta un buon incipit dovrebbe avere l’abilità di accennare, con un tocco preciso ma fugace, alcuni punti nevralgici della storia, trasmettendo così al lettore che esistono, appunto, tutte le premesse per poi in seguito approfondire e risolvere ciò che è stato accennato fin dal principio; e tutto ciò, logicamente, con il deliberato intento di stimolare fin da subito la curiosità del lettore a seguire la vostra vicenda.

Perciò: se un incipit è ben costruito “prometterà” davvero tante cose al lettore, ma proprio per questo, attenzione, dovrete assolutamente mantenere tutto ciò che avete promesso.

Inoltre, per scrivere un buon inizio, dovrete anche tenere conto del punto di vista da cui vorreste narrare la storia; adesso però, tramite queste mini lezioni introduttive, non è possibile approfondire questo argomento, ma lo scoprirete pian piano se deciderete in seguito di inoltrarvi maggiormente nel nostro percorso di scrittura creativa.

Ciò che invece ci interessa trasmettervi di sostanziale in questa mini lezione, è una “regola/tecnica” di importanza basilare, fondamentale, e cioè: “il vero incipit” di una storia è concepito, nella maggioranza dei casi, soltanto a fine dell’opera, anche se logicamente, lo sapete bene, è la parte iniziale del racconto.

Sì, proprio così: solitamente il vero incipit si trova a fine racconto.

Perché abbiamo scritto il “vero incipit”? Perché, logicamente, per iniziare a scrivere la vostra storia dovrete pur partire da qualche inizio, quindi, in principio, stenderete sul foglio un incipit “provvisorio”, giusto per poter dare avvio al percorso del racconto. Pian piano però, nel corso della stesura della storia, quando personaggi e situazione cominceranno a prendere corpo, vi renderete conto che l’incipit che avete scritto all’inizio sicuramente è da rivedere, ritoccare e forse da cambiare completamente.

Ora, tutto questo vi sembrerà un po’ strano e un po’ bizzarro, ma se ci riflettete attentamente non lo è affatto, perché potrete trovare un inizio efficace, soltanto quando avrete le idee chiare su ciò che volete scrivere e potrete trasportare il lettore in un determinato percorso soltanto quando avrete chiaro il percorso che vorrete fargli intraprendere.

Tutto ciò, lo comprenderete benissimo, non è certo una regola: infatti, alcuni scrittori scrivono un inizio adeguato fin da subito, ma solitamente sono scrittori esperti che hanno ben sviluppato la loro sensibilità letteraria.

Quello che vogliamo trasmettervi è semplicemente che l’incipit più indicato per la nostra storia si scopre di solito durante la revisione della prima stesura, dato che, essendo già arrivati al termine del nostro racconto, abbiamo maggior consapevolezza delle tappe, degli snodi e delle svolte della nostra trama.

Possiamo pertanto concludere questa mini lezione affermando che: solitamente un buon incipit è composto da poche righe che hanno il potere di riuscire a risvegliare l’immaginario del lettore, attivando in lui una partecipe risposta verso il nostro flusso narrativo, che a sua volta dovrebbe far risuonare in lui molteplici visioni e possibili mondi interiori.

Questo post durerà per tutta la settimana, per permettervi di assimilare con calma ogni aspetto di questa prima lezione. Se gradite, fateci sapere con i vostri commenti. Per la seconda lezione, l’appuntamento è per domenica prossima.